cercando il ’67 di Grillo

Uno degli aspetti più interessanti del celebre maggio francese per chi lo voglia studiare è il “perché” potè accadere.

Non un generico “perché” sulle condizioni socio-politiche complessive, sullo stato dell’università in Francia alla fine degli anni ’60, bensì un perché molto specifico e focalizzato: perché potè accadere nonostante la contrarietà del PCF? In particolare, nonostate la contrarietà (o l’assenza, l’inerzia) dei giovani del partito comunista francese.
Badate, parlo di “contrarietà”, “assenza” ed “inerzia” non in termini assoluti -difatti, i comunisti parteciparono attivamente alle manifestazioni ed alle attività del maggio ’68- ma solo alla fase iniziale. Cito dalla pagina del PCF di wikipedia in francese:
Durant les événements de Mai 68, le PCF est d’abord hostile au mouvement étudiant“.

Perché? Nuovamente, la stessa pagina di wikipedia è abbstanza utile nel fornirci una spiegazione, citando un manifesto di giugno dello stesso anno del partito comunista francese nel quale si afferma che lo stesso è stato il solo a
dénoncer publiquement les agissements, les provocations et les violences des groupes ultra-gauchistes, anarchistes, maoïstes, ou trotskystes”.
Cos’era accaduto? Il PCF era stato per lunghissimo tempo il partito comunista “più stalinista d’Europa”; il più fedele alla linea dettata dall’URSS; il più ortodosso.
Ma com’era stato possibile mantenere tale ortodossia strettissima? Tout simplement perché il PCF -e la sua sezione giovanile- procedettero sin dagli anni ’50 a tutta una lunga serie di espulsioni di quegli esponenti “eterodossi” che sostenevano idee anarchiche, maoiste, trotzkiste
Iniziando questa spiegazione, poche righe sopra, stavo scrivendo che il PCF rimase “puro”. Il concetto lo recupero qui, perché mi sembra il più eloquente: il partito comunista francese, tramite queste espulsioni, si mantenne ortodosso, puro, incontaminato da strane derive ideologiche del comunismo.
Ma pagò a carissimo prezzo tale scelta.
Mantenendosi puro negli anni antecedenti il 1968 (di qui il ’67 del titolo), il PCF si chiuse ad ogni influenza esterna, ad ogni nuovo contributo; di più: epurò volontariamente le proprie fila, cacciando chi non si conformava. Non solo il PCF non allargò le proprie fila, ma le decimò deliberatamente.
Così facendo, perse il controllo politico della maggioranza dei giovani, degli universitari, che non rinunciarono all’attività politica ma semplicemente si organizzarono al di fuori del PCF, senza coinvolgerlo.

La mia personale impressione è che il Movimento 5 Stelle stia -per volontà dei suoi leaders Grillo & Casaleggio- vivendo uno scenario simile. Il Movimento 5 Stelle si trova in una fase di “epurazioni”, di perseguimento della coerenza e purezza interna al Movimento tramite l’esclusione dei dissidenti. Per ragioni simili a quelle del PCF fra gli anni ’50 e ’60, Grillo (e Casaleggio: do per implicito che i due agiscano d’intesa) sta procedendo a questa selezione interna (“politico-darwiniana“, se vogliamo) basata sul principio di fedeltà al “verbo” del blog, ovvero del “megafono” Grillo: chiunque esprima dissenso dalla linea indicata dallo stesso, viene tacciato di “tradimento” e -salvo repentina abiura pubblica- viene spinto a lasciare.

Questo procedimento è interessante e meriterebbe un’analisi più approfondita, ma ne traccio solo un breve excursus: 1) il “colpevole” viene pubblicamente denunciato; 2) si invita lo stesso ad andarsene spontaneamente, cercando di far passare questa come una libera “scelta” di “tradire” M5S; 3) generalmente, l’accusato replica di non avere intenzione di andarsene, condividendo le idee del Movimento; 4) comincia allora il processo (pubblico o meno), nel quale si manifestano le tensioni fra “ortodossi” ligi al diktat del capo ed altri, eterodossi o titubati; 5) frequentemente, la decisione viene infine rimessa al blog.
Sottolineo un altro aspetto importante: questi continui “processi” interni hanno una funzione fondamentale dal punto di vista di Grillo. Essi non solo rinsaldano l’unità, eliminando gli elementi che potrebbero comprometterla; ma altresì sono uno strumento ottimale per testare e piegare la resistenza di coloro che meditano di ribellarsi, senza ancora farlo apertamente o che vi provano senza sufficiente convinzione. La logica, anche in questo caso, è semplice e ricalca l’esperimento Milgram: si sottopone il soggetto ad una tensione, uno scontro fra la propria coscienza ed un’altra forza esterna (sociale) coercitiva, quale il gruppo o l’autorità. Se il soggetto non riuscirà ad affermarsi, soccombendo alla pressione esterna, si piegherà alla volontà del gruppo o dell’autorità e vi si piegherà con tanta maggiore convinzione quanta era la forza che originariamente vi opponeva. Il procedimento è ben esplicato dal documentario televisivo francese La Zone Xtreme (può essere altresì utile l’articolo sulla resitenza sociale).
Fra l’altro, questo lavorio per indebolire la resistenza all’autorità viene alimentato da più parti, anche con una logica terribilmente sgradevole ed offensiva come quella della “gratitudine” verso Grillo che questi “miracolati” dovrebbero avere (se ben ricordo, Grillo stesso battezzo Rodotà un “miracolato”) -qui riportato da Stanlec nell’esempio di Diego Cugia.
Le parole di Cugia sono particolarmente efficaci, quindi le riporto: “Ma risparmiatemi questa Cosetta dei Miserabili dell’onorevole grillina Paola Pinna (laureata disoccupata che viveva con i genitori a Quartucciu, Cagliari, e con cento voti cento è diventata deputata al Parlamento) che invece di spargere petali di rosa dove Grillo cammina, sorge in difesa di una certa Gambaro, un’altra miracolata che si crede Che Guevara. Questa cosetta dei miserabili, intervistata da “La Stampa” che le domanda “Se la Gambaro venisse espulsa se ne andrebbe anche lei?” dichiara: “Se la scelta fosse tra Grillo e la Gambaro per me sarebbe una scelta tra schiavitù e libertà. Io scelgo la libertà.”
No, bambina, tu scegli di far parte di quella casta di paraculi che il tuo Paese, votandoti, ti aveva supplicato di togliergli dai piedi. Lo ripeto, le epurazioni non mi piacciono, ma dare dello schiavista a Grillo, al quale dovete tutto, ma proprio tutto, fa veramente vomitare [...]“

Insomma, se la pressione del gruppo e dell’autorità non è abbastanza forte da piegare il dissenso, l’eretico viene espulso dal gruppo. Così, lo stesso rinsalda la propria compattezza, la propria identità, la propria coerenza interna eliminando tutto ciò che vi si pone in contraddizione.
Come per il PCF, questa è evidentemente una scelta di chiusura e di blocco rispetto agli sviluppo dialettici (e abbastanza naturali) di un gruppo, di una pluralità di persone -cui corrisponde inevitabilmente una pluralità di idee e visioni. Negare questa pluralità richiede un complesso lavoro psicologico e sociale: prima si denunciano le eterodossie come “tradimenti”; poi si procede ad espellerli.
Ma questa strategia ha come conseguenza l’incapacità del gruppo di percepire i movimenti sociali e di adattarvisi: il gruppo rinuncia al controllo della società e perde persino quello che aveva, focalizzandosi solo sui “duri e puri”, radicalizzandosi sempre più.

Di questo passo, non dovremmo stupirci se Grillo ed M5S dovessero perdere ulteriormente consensi elettorali.

non provo pietà

Nella città dove lavoro ci devono essere almeno uno o due gruppi di neofascisti particolarmente attivi.

Da svariati mesi, infatti, vedo un proliferare di manifesti propagandistici, elettorali, di incontri e convegni, commemorativi e striscioni politici con caratteri di formato e stampo del ventennio.
Molti portano il logo di Casa Pound (il cui solo nome mi da i conati di vomito), altri -gli ultimi- una semplice croce celtica. Semplice ma efficace.

Ora, mi piacerebbe davvero sapere con quali soldi si pagano tutti questi manifesti, che -vi assicuro- per coprire così capilarmente una città da circa 100.000 abitanti, devono essere tantini. Avendo appeso io stesso qualche manifesto, ho una vaga idea del costo di progettazione, disegno e stampa. Oltreché del lavoro fisico per andare di persona ad attaccarli.
Quindi, la domanda mi viene naturale: con quanti e quali soldi Casa Pound & co. paga queste migliaia di poster?
Vorrei proprio saperlo, perché mi pare difficile immaginare che gli aderenti -per quanto numerosi essi siano- facciano costanti volontarie donazioni a tal fine.
Oppure hanno qualche generoso finanziatore? Oppure…
Eppoi, quanti sono per andare con tale frequenza ad appenderli?
Concediamo pure che i fascisti abbiano un senso del dovere e di dedizione più accentuato dei “comuni cittadini”, ma davvero arriva a tal punto?

Ma, aldilà della mia personale curiosità, quello che profondamente mi irrita è l’occupazione selvaggia dello spazio pubblico che questi fascisti fanno.
Potrei anche capire un paio di poster qui e là sui muri o sui pilastri dei cavalcavia… non mi piacerebbe, ma lo capirei.
Quello che già faccio più fatica a capire ed accettare è quando tale “attacchinaggio” ricopra metri e metri quadrati con decine di manifesti in sequenza.
Questo, francamente mi sembra eccessivo.
Ma quello che veramente, veramente, mi irrita è vedere questi manifesti o locandine appesi anche alle fermate dei bus.
Intendiamoci, quando dico “appesi” non intendo con un pezzo di nastro adesivo (questo, lo riconosco, l’ho fatto anche io): intendo letteralmente incollati con la colla da manifesti, che oscura i vetri della fermata e li lascia potenzialmente attaccati per mesi. Obbligando quindi gli impiegati preposti a passare, pulire e staccarli.

Non ho dubbi che nella loro, distorta e malata, ideologia sia una specie di “dovere” quello di far propaganda in questo modo violento e selvaggio, irrispettoso del decoro urbano e delle idee altrui.
Ma questo non li giustifica minimante.

Così, quando ieri passando davanti l’ennesima sfilza di manifesti dedicati a due camerati caduti negli anni ’70 vi ho letto sopra un “merde” opera di qualche writer o attivista di sinistra, ammetto di non aver provato alcuna pietà per i morti commemorati.
Probabilmente sbaglio io, che pietà per i morti si dovrebbe sempre averla, come recitava John Donne. Ma non ne ho avuta.

Per chi fosse interessato al finanziamento (secondo alcuni commentatori “totalmente spontaneo”…) di Casa Pound, copio qui l’articolo del Huffington Post gentilmente segnalato da ammennicolidipensiero, che ringrazio, secondo il quale Casa Pound ha illegittimamente e tramite escamotages usufruito del 5 per mille:

http://www.huffingtonpost.it/2013/05/16/casapound-fascisti-del-5x1000_n_3284635.html

Cito dall’articolo: “sfogliando gli elenchi del volontariato che attinge a questi soldi pubblici, proprio non ti aspetteresti d’incappare in CasaPound. Pregiudizio vuole, d’altronde, che parlando di organizzazioni di utilità sociale il pensiero corra più facilmente al mondo dell’associazionismo, della ricerca o della spiritualità, che a un gruppo dell’estrema destra italiana (per quanto sociale). E in effetti “CasaPound Italia”, nelle oltre ottocento pagine delle liste del 5 per mille, formalmente non ce la trovi, neppure a cercarla con il lanternino: né scritta con la “u” italiana, né con la “v” latina. Ciò che vedi, piuttosto, è una società cooperativa onlus a responsabilità limitata: “L’isola delle tartarughe”. Nome che – per chi non ha familiarità con la testuggine ottagonale del logo casapoundiano – potrebbe sembrare soltanto una delle innumerevoli associazioni animaliste dedicate al panda di turno.
Allora che cos’è veramente, questa mitica Isola delle Tartarughe? Il cosiddetto codice “Ateco” con cui è registrata (93299) indica “altre attività di intrattenimento e di divertimento”. Cioè nello specifico: sagre, mostre, animazione di feste e villaggi, ludoteche, marionette, fuochi d’artificio e stand di tiro a segno. Ma sfogliando un’aggiornata visura camerale, l’oggetto sociale della cooperativa lievita alla lunghezza monstre di sei pagine. Per prendersi cura degli emarginati – dagli ex degenti di istituti psichiatrici ai tossicodipendenti – i mezzi sono infiniti: dalla raccolta differenziata alla tutela delle arti, dalla consegna pacchi alla vendita di pezzi di ricambio per auto. Tutto ciò, con due (2) dipendenti.
Non è chiaro che cosa c’entri questo con CasaPound Italia. Sul sito, se cerchi le parole “isola delle tartarughe”, ti si risponde pacatamente: “Nessun post corrispondente alla query”. Il legame però salta facilmente agli occhi: in apertura della loro homepage campeggia a caratteri cubitali la scritta “5×1000 A CASAPOUND”, e il codice fiscale riportato in bella vista sotto la scritta – cioè 09301381001 – non lascia spazio a dubbi: è quello dell’Isola delle tartarughe (del resto neanche per una tartaruga un codice fiscale può fare riferimento a due soggetti diversi).

Shame on you, Erdogan

Del mio viaggio in Turchia nel caldissimo agosto 2010, ricordo con precisione un paio di impressioni: ero alloggiato nella zona opposta a quella di Galata e Taksim, dove si svolgono gli attuali scontri, nell’area del Corno d’Oro con il Palazzo Topkapi, Aya Sofia e le bellissime moschee, una zona forse più turistica e meno viva (vitale, vivente) del quartiere nord di Beyoglu aldilà del ponte. Il che, a rivedere la cartina della città, mi fa rimpiangere un pò la disattenzione con cui visitai questa zona.
In effetti, potrei non essere neppure mai arrivato a Piazza Taksim: so per certo di esservi passato arrivando ed andando all’aeroporto e ricordo anche una lunghissima passeggiata lungo Istiklal Caddesi che deve avermi condotto sino alla piazza, probabile. Se è effettivamente così, me ne allontanai rapidamente: c’era una qualche manifestazione, credo politico-sindacale, contro il governo e per un’istintivo (ma ben documentato) timore nei confronti della polizia turca, preferii tenermene alla larga.

La seconda impressione riguarda il referendum costituzionale che si tenne il mese successivo. In città non se ne scorgeva traccia, ma già uscendo con il bus verso Şile ed il Mar Nero si cominciavano a vedere i cartelloni elettorali con hayir (no) ed evet (sì).

Erdogan alla campagna per il "sì"

Erdogan alla campagna per il “sì”

Personalmente, conoscendo solo in parte la storia costituzionale della Turchia e l’impatto (vastissimo, paragonabile al referendum costituzionale italiano del 2006) che tale riforma avrebbe avuto sull’intera struttura politica, amministrativa e giudiziaria, ero molto scettico rispetto ai cambiamenti proposti. Cambiamenti che avrebbero radicalmente esteso il potere dell’esecutivo. Inoltre, anche per formazione, ero molto vicino all’impostazione laica data all’epoca da Kemal Ataturk al nascente Stato turco, al punto (persino!) di non giudicare in modo eccessivamente negativo le tensioni militari degli anni 2000 con i casi Ergenekon e Sledgehammer -i militari, infatti, erano storicamente i protettori di tale ordine costituzionale kemalista.
Logicamente, com’era da aspettarsi, il primo ministro Erdogan ed il suo partito di matrice islamico-moderata AKP era per il “sì” a tali riforme. Repubblicani- kemalisti del CHP, nazionalisti e BDP contrari.

In ogni caso, tutti questi avvenimenti (assieme alla celebre diatriba sul velo) segnalavano un cambiamento radicale in atto nella Turchia.

La stessa riforma costituzionale del 2010 incideva fortemente, fra le altre cose, sulla condizione dei militari responsabili del colpo di Stato del 1980; riforma della Corte Costituzionale; controllo del ministero della giustizia su pubblici ministeri e giudici; ristrutturazione delle istituzioni militari…
Ovviamente la riforma includeva anche aspetti positivi…

Forse in quel giudizio negativo c’entrava molto anche la mia personale opinione su Erdogan, sulla sua politica conservatrice e islamista, politica fondata su un modello di sviluppo economico dissennato… Opinione totalmente confermata, da quel referendum ad oggi. Anche per questo, oggi, mi sento di dire un reciso shame on you, Erdogan. Vergognati.
Per quanto le colpe del primo ministro (ed ex sindaco di Instanbul) vadano divise anche con tutti gli elettori che per ben tre volte (e, immagino, anche una quarta) lo hanno eletto e ne hanno approvato la riforma costituzionale, le notizie di oggi sulla brutalità poliziesca e sulle minacce del primo ministro verso i manifestanti pur di portare a compimento i propri piani di sviluppo urbano ed economico, svelano perfettamente alla luce del sole i tratti più autoritari ed inquietanti di Erdogan.

Ozdemir a Gezi Park (foto da facebook)

Ozdemir a Gezi Park (foto da facebook)

Del liquido urticante nell’acqua degli idranti usati contro la folla avete probabilmente già letto; mi limito allora a darvi la (bella) notizia della presenza fra i manifetanti del leader dei Gruene tedeschi Cem Ozdemir, di origini turche e vi copio solo l’appello arrivatomi ieri da un’amica turca:
The situation in Turkey is really deteriorating — today we saw more tear gas, rubber bullets, water cannons and the jailing of innocent people. Violence is not the answer — I just signed a petition urging PM Erdogan to stop the crackdown on protesters immediately — join me! –” e la petizione per Erdogan End the crackdown now! su Avaaz.org.

cercando la selezione (della dirigenza)

Nel day after delle elezioni amministrative si sottolinea (da molteplici voci) con insistenza (a mio avviso, giustificata) l’importanza di avere validi candidati e, di consenguenza, l’importanza fondamentale di avere buoni strumenti per selezionarli.

Non mi si potrebbe trovare maggiormente d’accordo.
Tuttavia, occorrerebbe probabilmente spendere una parola in più su come debba funzionare questa “selezione”.
Perché questi risultati sembrano dare il via ad un revival del “partito pesante”, diffuso e radicato sul territorio, con un lungo cursus honorum interno che porta a selezionare i più degni e migliori per le loro qualità sperimentate nella lunga e costante partecipazione alle attività di partito.
Proprio quello che fino a qualche mese fa si rigettava col ribrezzo della “cooptazione” e dell’appartenenza a correnti via via ascendenti.
Non vorrei che improvvisamente si tacesse questo aspetto, che è sì ben presente e pericoloso.
Magari, con la speranza di disinnescare lo strumento faticosamente acquisito delle primarie.

Chi mi legge con frequenza sa che non sono affatto un difensore “a prescindere” delle primarie e che non di rado non ho risparmiato critiche, anche severe, a questo sistema.
Potrei sintetizzare la questione dicendo che tutto dipende da come si svolgono queste primarie e da come vengono preparate; ove per preparazione non penso alla maggiore o minore apertura alla partecipazione, ovvero ai requisiti per poter votare, quanto -piuttosto- ai criteri di selezione dei candidati.
I due aspetti sono, in realtà, strettamente correlati.
Infatti, le primarie, come metodo democratico, possono funzionare solamente se il bacino elettorale è sufficientemente esteso da neutralizzare le distorsioni del singolo voto, confidando nella legge dei grandi numeri.
Ma, sempre come metodo democratico, si deve cercare di disinnescare l’elemento populista-demagogico insito nelle stesse; ovvero: evitare che l’elezione si riduca ad un “X è più affascinante di Y” o “X è più carismatico di Y” per focalizzarsi altresì su qualità intellettuali e contenuti programmatici.

Riguardo l’aspetto quantititativo.
Ricordo che durante l’infausta campagna elettorale per le elezioni politiche di febbraio lanciai due “sfide”: una, diretta agli attivisti del Movimento 5 Stelle, di portarmi un loro candidato per un confronto con i nostri (o anche solo per vargli incontrare la cittadinanza…); la seconda -persino peggiore- ai miei concittadini, per sapere chi di loro avesse votato alle “parlamentarie” di Grillo e M5S.
Né l’una, né l’altra ebbero risposta.
Ricorderete che i partecipanti alle “parlamentarie” diM5S furono poco più di 20.000, a conti fatti (lo dissi già all’epoca) il mio comune e quello limitrofo (che decidevano per tutta Italia!!). Ciò, semplicemente, significa che i candidati di M5S potevano esser scelti con poche centinaia di voti (alla faccia di coloro che dicono che con un simile sistema non sono stati “nominati” da qualcuno).
Ovvero, una legittimazione (popolare) deboluccia. Troppo debole per affrontare poi le pressioni del leader megafono Beppe Grillo e dei suoi (non proprio eventuali) diktat una volta eletti.
Ora, si potrebbe dire che era inevitabile, trattandosi del primo esperimento. Questo argomento, come già sapete, non mi convince. Perché alle primarie del Partito Democratico (in giorni assai peggiori come il 31 dicembre!) partecipò oltre 1 milione di persone. Questa è una vera legittimazione popolare per la selezione dei candidati.
Ma l’idea di Grillo non mi convince neppure perché, se si fosse veramente voluta favorire la partecipazione, si sarebbero potuti adottare accorgimenti diversi rispetto al richiedere l’invio a Casaleggio di copia del documento d’identità….
In definitiva, mi convince di più l’idea che quelle “parlamentarie” servissero solo a dare una parvenza democratica a candidati personalmente deboli e poi facili da piegare alle esigenze del capo.

Riguardo l’aspetto qualitativo.
Qui entra in gioco la struttura, il radicamento, la “pensantezza” del partito politico: se la democrazia contiene in sé anche un elemento “aristocratico” per il quale si vorrebbe che i rappresentati siano fra i migliori cittadini di un paese, è inevitabile che la selezione degli stessi non possa poggiare esclusivamente sui numeri.
Se ben ricordo (l’esempio è del prof. Larry Diamond di Stanford) a Taiwan i candidati sono scelti per metà con le primarie e per metà dai partiti.
Insomma, in un modo o nell’altro nella selezione devono intervenire anche criteri “qualitativi”. Questi possono avere molteplice origine, da forme di merito interne al partito stesso a forme esterne (per esempio, candidare personalità che si sono distinte nei rispettivi campi, come sindacalisti, imprenditori, atleti o ricercatori); in ogni caso perché funzionino è essenziale che la loro finalità sia chiara e la scelta possa esser contestata in caso di evidenti difformità.
Ma, ancora a monte, perché ciò possa funzionare, occorre che il partito abbia una vasta rete sociale che gli permetta di entrare in contatto con queste personalità, una serie di “antenne” sparse ovunque che siano in grado di captare le eccellenze e coinvolgerle nell’attività politica. Questo, evidentemente, richiede una struttura complessa, diffusa e radicata.
Un partito “leggero” con pochi iscritti, pochi organi territoriali, poche occasioni di confronto pubblico ed interno, difficilmente potrà esser pronto a percepire simili occasioni.
Tornando ad M5S, si dice che ciò non è ancora possibile per un movimento nato ed organizzato da pochi mesi. A mio avviso, ciò è errato: ovviamente serve del tempo, ma un simile modello è incompatibile con l’idea politica proposta da Grillo e realizzata dal M5S, perché richiederebbe il proliferare di voci (iscritti) e di occasioni di confronto (sedi, riunioni di partito, riunioni pubbliche) difficilmente zittibili o “orchestrabili” a piacere dal centro o dal capo di turno.
Insomma, una polifonia complessa e ribelle ad qualsiasi ordine.
Questo, logicamente, perché la realtà stessa con cui ogni singola “antenna” si confronta è differente ed esprime personalità ed esigenze differenti da tutte le altre.

non c’è nulla da esser contenti

Il risultato di queste elezioni amministrative è stato entusiasmante. Un 16 – 0 secco, che non lascia alcuna possibilità di appello né al PDL di Berlusconi-Alfano-Alemanno, né al M5S di Grillo-Crimi-Pizzarotti. E segnali altrettanto incoraggianti per il centrosinistra arrivano anche dalla Sicilia, territorio notoriamente non facile.
Un risultato così non si vedeva dall’altrettanto mitico 12 -2 delle elezioni regionali del 2005.
La conferma, nonostante tutto, di Siena; l’affermazione straordinaria di Marino a Roma; il ritorno a Brescia; la conquista di roccaforti di PDL e Lega Nord come Imperia e Treviso; senza dimenticare la conferma a Vicenza e la vittoria a Viterbo, sono tutti segnali importanti, univoci e concordanti.

Il centrodestra non è competitivo.
Una sconfitta così estesa, marcata ed uniforme sul territorio nazionale, incluse in tradizionali roccaforti come Treviso (dove la Lega Nord ai tempi d’oro girava attorno al 40%), Imperia e Viterbo (ma anche Vicenza, dove la candidata del centrodestra era quella Manuela Dal Lago storica esponente della Lega ed ex presidente della provincia berica).
Le percentuali di Treviso, in particolare, sono eloquenti: PDL attorno al 5%, Lega appena poco sopra, all’8%:

Il centrosinistra non convince, ma vince.
Anche in questo caso, il riferimento a Treviso può esser utile: PD al 23%, contro il 27% totale fra PD+IdV e lista civica del 2008 ed una percentuale attorno al 20% alle ultime elezioni politiche. Un trend sostanzialmente stabile.
Insomma, il PD non cresce. Ma non perde: mantiene i propri voti, senza riuscire ad allargare il proprio bacino e senza convincere gli elettori di altri orientamenti.
Ma, in questo momento, mantenere questi voti è sufficiente per vincere.

Il voto ad M5S è soprattutto di protesta e soprattutto da parte di ex-elettori del PDL e Lega.
Un voto di protesta che, infatti, quando si è trattato di scegliere chi dovesse amministrare un comune non è stato confermato. Il “caso Pizzarotti” si conferma quella che è stata: un’anomalia. Un’anomalia in cui dopo il primo turno che vedeva il candidato del Partito Democratico in vantaggio, Pizzarotti ha recuperato e vinto al ballottaggio evidentemente con i voti del PDL e della destra.
Molte interpretazioni del day after, insistono sul fatto che il Movimento 5 Stelle paga l’opposizione ad oltranza alla prospettiva di un “governo di cambiamento”. Anche io sono e resto convinto che questo sia stato un errore da parte di M5S, ma sono altrettanto convinto che per la natura stessa di M5S, ciò non sia corretto: se, come ne sono intimamente convinto, esso comprende una larghissima anima di destra e di protesta, l’accordo con il Partito Democratico per il governo non sarebbe mai stato bene accolto.
Piuttosto, credo che il Movimento 5 Stelle paghi in questa tornata elettorale l’assenza di protesta, l’incapacità di coalizzare e mobilitare tanti elettori contro qualcosa, l’impossibilità di sfruttare la figura carismatica di Grillo (inservibile quando frantumanta in tanti, troppi, singoli contesti locali. Esattamente come quella di Berlusconi).

Così, se in occasione di queste elezioni amministrative gli elettori di centrosinistra sono “tornati a casa”, tornando a votare quelli che erano i propri partiti di riferimento storici; quelli di destra non hanno fatto altrettanto: in misura molto minore rispetto alle elezioni politiche hanno votato Movimento 5 Stelle, in larghissima parte invece hanno scelto l’astensione. Ecco spiegata la mancanza di competitività del centrodestra. Questo risulta abbastanza evidente sia dai ballottaggi di Treviso (al “sindaco sceriffo” Gentilini era immeditamente arrivato il supporto del competitor Zanetti, forte di un 10% che gli avrebbe consentito di pareggiare i conti col candidato del centrosinistra Manildo, ma che Gentilini non è riuscito a mobilitare per il ballottaggio); sia da quello di Roma (Alemanno ha guadagnato solo 10.000 voti rispetto al primo turno, contro gli oltre 100.000 in più per Marino).
In pochi si sono rivolti ad M5S, perché nella logica delle elezioni amministrative la protesta perde larga parte del proprio senso, diventa inutile e sterile quando rapportata a problemi quotidiani e prossimi alla vita delle persone (un conto è urlare contro la BCE, un altro contro gli orari degli autobus: nel secondo caso, i cittadini vogliono anche risposte, non fascinazioni).
Non c’è nulla da esser contenti per il centrosinistra, nulla da festeggiare. Ma intanto ieri sera ho stappato un bel prosecco. Trevigiano doc.
Nulla da esser contenti nella lunga prospettiva, dico, perché questi non sono segnali di affermazione politica. Non ancora, almeno.

Ciò non di meno, un prosecchino ieri sera ci stava. Perché trovarsi ad amministrare territori fino ad oggi irraggiungibili per il centrosinistra è un’occasione unica (pensiamo solo al Veneto: ad oggi, Treviso, Vicenza, Padova e Venezia sono tutte amministrate dal centrosinistra- ma anche alla Lombardia: Milano, Lodi, Sondrio, Brescia… e questo tacendo della straordinaria congiuntura fra le maggiori città italiane: da Torino a Palermo, passando per Firenze, Roma, Bologna, Genova, Bari…).
Un’occasione, dico: potrebbe essere la scintilla per far partire un’operazione politica di largo respiro; per affermarsi come forza riformista credibile.
Si può aprire una fase di transizione.

Quello che assolutamente il PD non deve fare è interpretare e spacciare questa affermazione elettorale come espressione di “consenso per il governo Letta“. Se tale fosse, le forze a sostegno del governo sarebbero dovute crescere tutte. Così, evidentemente, non è stato. E dove il Partito Democratico ha vinto, non di rado è stato con candidati “eretici”: esattamente come Deborah Serracchiani poche settimane fa, Ignazio Marino, Giovanni Manildo e gli altri (Achille Variati, per esempio) sono spesso esponenti politici lontani dall’establishment romano e legati al territorio, eterodossi nelle loro posizioni spesso innovative e contrastanti con i tentennamenti, i tatticismi ed i conservatorismi della direzione nazionale.

e godetevi la bella vignetta di Makkox

Mozione per le dimissioni di Epifani dopo la sconfitta a Pomezia Terme. Cioè, vi pare? No, dico, un partito serio come il PD può permettersi di perdere Pomezia Terme???? Dico, Pomezia Terme.

6-6-44 (o “delle mistificazioni della storia”)

Per chi non lo sapesse, “6-6-44” sta per sei giugno 1944:
il D-Day.
O, come i sempre patriottici francesi preferiscono chiamarlo, “le jour-j” (simpatia).
Sessantanovesimo anniversario dall’inizio dell’Operazione Overlord, comunemente nota come “Sbarco in Normandia” una delle più imponenti operazioni militari della storia contemporanea, quella che riportò gli Alleati sul continente Europeo, mica male.
(certo, è vero che gli Alleati erano già sbarcati nel luglio ’43 in Sicilia in settembre dello stesso anno nella penisola e nel gennaio ’44 ad Anzio, ma il valore simbolico e strategico dello Sbarco in Normandia è innegabile: non solo esso aprì un secondo fronte, rendendo di fatto insostenibile il conflitto per i tedeschi e l’Asse, ma rappresentò altresì il primo atto di liberazione della Francia occupata ed il ritorno degli inglesi nel continente dopo la tragica ritirata a Dunkerque).

Naval_Bombardments_on_D-DayCredo gli avvenimenti di quel 6 giugno siano abbastanza noti: forze francesi libere, inglesi, canadesi, polacchi ed americani sbarcano sulla costa normanna superando il “Vallo Atlantico” voluto da Hitler (celebre l’affermazione di Rommel secondo cui “ La guerra si vincerà o si perderà sulla spiaggia“) a difesa dell’Europa nazista che nei successivi tre mesi di battaglia iniziò la liberazione della Francia occupata.
I fatti ed aneddoti, più o meno eroici, più o meno romantici di quel 6 giugno, le immense difficoltà organizzative, i dubbi che fino all’ultimo attanagliarono il comando alleato… tutti questi interessantissimi dettagli sono anch’essi relativamente noti. Chi non ricorda le celebri, epocali scene de “Il giorno più lungo“? (l’americano che ripete le frasi in francese, gli scozzesi -Connery- sul ponte che si lamentano per le cornamuse irlandesi, John Wayne e Robert Mitchum sulla spiaggia di Omaha…) Memorabili.
A me piace comunque personalmente ricordare i versi di Verlaine che diedero il segnale d’avvio delle operazioni alla resistenza francese (fra l’altro, bella la collezione delle trasmissioni)

Les sanglots longsrobert-capa
Des violons
De l’automne
Blessent mon cœur
D’une langueur
Monotone

e, rispetto alle più celebrate operazioni a Omaha (con le incredibili foto di Robert Capa e che si vede anche in “Salvate il soldato Ryan“) e Pointe du Hoc, lo sbarco dei canadesi a Juno (non so perchè ho tanta simpatia per i canadesi, forse mi sembra così surreale…).

Comunque, questa lunga premessa (perdonate: i fatti dello Sbarco in Normandia mi hanno sempre enormemente affascinato) serve in realtà ad un discorso più ampio. Quello sulle “mistificazioni” della storia.
Ricorderete che qualche mese fa vi raccontavo di come ho celebrato il 25 Aprile di fronte a qualche contestatore (preferisco non definirlo oltre) secondo il quale in Italia “ci hanno liberato gli americani…” e se non c’erano loro, quei quattro partigiani nei boschi non avrebbero fatto nulla.
Ora, provate voi a fare un’affermazione simile -anche di fronte all’evidenza dei numeri e dei fatti del D-Day- ad un francese…
Che genere di risposta vi attendete? Io credo che come minimo arriverebbe una sfilza di ingiurie ed imprecazioni. Inomma, anche di fronte al D-Day ed all’immenso contributo degli Alleati nella liberazione della Francia, un francese non accetterebbe mai di sentirsi dire di “esser stato liberato” da qualcun altro.Né credo potrei dargli popriamente torto. In fin dei conti, il contributo delle Forces Françaises Libres nello sbarco, in Nord Africa ed in tutti gli scenari di guerra, così come quello dei partisans in patria non può esser negato, né sminuito. In fin dei conti, furono gli stessi francesi a liberare Parigi anche prima dell’arrivo degli Alleati nell’agosto 1944 (memorabili anche le parole di DeGaulle “Paris outragé! Paris brisé! Paris martyrisé! mais Paris libéré!“).

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Ciò non di meno, gli Alleati ed i francesi ebbero ancora un bel da fare nel liberare la Francia: all’Operazione Overlord in Normandia seguirono altri sbarchi nell’agosto 1944 nel sud (Operazione Dragoon fra Tolone e Cannes) e soltanto per settembre-novembre la liberazione della Francia potè dirsi compiuta.

Certo non sarebbe corretto dire che la resistenza in Italia abbia fatto di meno.
Si comprende bene che la disponibilità francese di una struttura istituzionale e simil-statale come la Francia Libera abbia permesso ai francesi di valorizzare tanto il contributo nazionale nella guerra contro la Germania nazista; così come si comprende bene come il fatto che molte figure politiche ed istituzionali di spicco si siano schierate contro l’occupazione e contro il nazismo ha permesso a molti paesi di vantare un contributo nazionale decisivo nella guerra, inquadrandola in una sorta di “guerra patriottica” (non a caso in Russia è ricordata così): basti pensare ai movimenti di resistenza in Norvegia, Olanda e Jugoslavia (Tito). Probabilmente in questi paesi non vi è poi grande discussione su chi ha liberato cosa e la questione stessa, data la compattezza antinazista, non avrebbe senso di porsi (un discorso certo più approfondito lo meriterebbe la Jugoslavia…).
Così, si comprende bene come la Repubblica di Salò -anche dopo l’Armistizio di Cassibile e gli avvenimenti dell’8 settembre- rendevano ab origine valorizzare totalmente il ruolo della resistenza italiana al fascismo e nella liberazione d’Italia.
Si potrebbe persino discutere del ruolo dell’amnistia Togliatti nella costruzione della memoria nazionale.

Non di meno, è evidente come in Francia (ma anche Jugoslavia, Olanda, Norvegia…) la resistenza si iscriva nella storia nazionale “di popolo” come un momento fondativo (basti pensare alla partecipazione di personaggi come Sartre ed al tributo dedicato a figure come  Guy Moquet- anche qui, il paragone con figure come Bulow, Italo o Lupo per rendersi marca l’abissale differenza con la memoria nazionale nostrana).
Ma questa operazione fondativa spesso omette o riduce radicalmente l’importanza e l’estensione di altre milizie di estrema destra, d’estrazione filo-nazista e collaborazioniste: milizie che non mancarono in nessuno dei paesi menzionati (svariate formazioni SS: ucraini, francesi, bosniaci, italiani, danesi, norvegesi, olandesi…; oltre alla Milice Française, agli ustascia); né mancarono personaggi (come Maurice Papon) che collaborarono attivamente coi regimi filo-nazisti e riuscirono poi a “riciclarsi” nelle nuove democrazie.

Eppure il contributo dei partigiani italiani alla liberazione della penisola in tutto il centro-nord fu determinante. Senza dubbio, meno al sud (e questo è un altro fattore che nel complesso potrebbe portare a sminuirne il ruolo).
Bisogna dire alle masse che la libertà va conquistata con le nostre forze e non ricevuta in dono dagli alleati!” proclama il CLNAI nell’aprile del 1945 e anche questo avvenne. Non solamente, magari, ma di certo la libertà non fu neanche solo un “dono”: l’insurrezione di aprile fu -su scala ben maggiore- un fatto paragonabile alla liberazione di Parigi nell’agosto del 1944.
Insomma, per quanto complessa la storia non permette di negare questo contributo. Anzi: questo concorso di partigiani ed Alleati nella liberazione di tutti i paesi occupati.

Perché in Italia no?
Innanzitutto, proverei a girare la domanda: perché in Francia sì?
Perché in Francia il nuovo regime poteva, grazie alla figura storica ed al carisma persona di De Gaulle, legittimarsi nell’antinazismo. La stessa scelta (che sopra ho definito “fondativa”) avvenne in altri paesi, ad esempio in Jugoslavia con Tito.
Sarebbe potuta avvenire anche in Italia: figure di carisma paragonabile ed equivalente valore storico non mancavano neppure qui (se volessimo fare ucronia, potremmo dire che se l’Italia fosse stata liberata dai sovietici, un ruolo simile sarebbe probabilmente spettato a Togliatti).
Non accadde. Perché si fece una scelta di ricostruzione storica e sociale differente: anziché unire la nascente repubblica nell’antifascimo ed antinazismo, si cercò di unirla altrimenti.
Oggi questo pare un errore. Ma allora?
I fatti, aldiquà ed aldilà delle Alpi, sono stati forgiati e plasmati dalla politica successiva. Si è creato un “mito” conforme alla storia, alla memoria che si voleva tramandare.

Non voglio dare giudizi.
Mi basta, in questo sessantanovesimo anniversario di quel D-Day, ricordare anche agli amici francesi che neppure loro vanno indenni da colpe. Né loro, né norvegesi, jugoslavi, olandesi…. Basta ricordare loro che la liberazione dell’Europa fu frutto di una fortunata congiunzione fra forze Alleate e movimenti di resistenza nazionali.
Per riprendere un recente slogan, nessuno si è liberato da solo e nessuno ha semplicemente ricevuto la libertà in dono da altri.

ancora: sul semi-presidenzialismo (cinque controargomenti: sempre no rimane)

Non se ne scampa: lanciato il dibattito, specie fra noi commentatori più o meno esperti della materia, della domenica; specie in questo marasma digitale dove si dà voce a qualsiasi opinione e qualsiasi dibattito diventa scontro…. lanciato il tema, diventa inarrestabile.
Dovrebbe essere una specie di legge della notizia. Quello che gli americani in politica chiamano momentum, il momento in cui tutti ti stanno a guardare, ti stanno a sentire, parlano di te.
Nel nostro caso, è il semi-presidenzialismo.

Precisazione tecnica: siccome non è ancora chiaro di che genere di “presidenzialismo”, se pieno o “dimezzato” si tratterà, usero il concetto semi-presidenzialismo in senso omnicomprensivo.

Dunque, è cominciata la “battaglia per le idee” su questa spinosa questione.
Vi chiedo sin d’ora perdono se dovessi qui ripetere alcuni argomenti che avevo già accennato nel primo post sul merito, ma spero di poterli meglio sviluppare e chiarire per coloro che ancora non ne siano persuasi.

Primo argomento:
Perché serve il semi-presidenzialismo?
Secondo gli apologeti (ma potremmo anche chiamarli chierici) di tale riforma, essa è necessaria perché l’attuale forma di Stato non risponde alle esigenze istituzionali. Prime fra tutte, la governabilità e la capacità decisoria.
Dunque, si dice, la Costituzione del 1948 è “mal nata” (sic), ovvero non consente al governo di operare con l’incisività di cui avrebbe bisogno.
Affermazione parziale, visto che omette di considerare come tali problemi dipendano anche (se non soprattutto dai comportamenti dei singoli) e pure falsa, visto che tace la circostanza che nessun governo sino al 1994 (toh!) si è mai lamentato dei poteri attribuitigli dalla Costituzione ed abbiano potuto operare più o meno tranquillamente anche sotto il “mattarellum” o, più recentemente, sotto il “porcellum” senza bisogno di stravolgere la Costituzione.
Quello che non si dice è che abbiamo avuto il maggiore uso (od abuso) della legislazione d’emergenza d’Europa (i decreti legge); quello che non si dice è che i cittadini vogliono sempre più partecipare alle scelte.
Sorprende alquanto che chi sostiene un simile argomento in favore del semi-presidenzialismo non consideri come tanti altri Stati che non lo adottino funzionino tanto bene: fra essi, la Germania (toh!) ed il Portogallo (per menzionare due repubbliche), ma anche Svezia, Danimarca, Spagna e la stessa Gran Bretagna. Per non menzionare India, Australia Canada… Allo stesso modo, questi apologeti dimenticano di spiegare in cosa l’Italia differisce da quei tanti Stati ove il semi-presidenzialismo non funziona o, addirittura, produce risultati dannosi in termini economici e sociali: Nigeria, Messico, Colombia, Argentina, Perù… Stati del “terzo mondo”, si potrebbe facilmente ribattere. Ma pur sempre Stati ove un esecutivo forte ha causato un enormità di danni (economici, sociali ed ambientali in Argentina; corruzione diffusa in Nigeria o addirittura veri e propri conflitti civili in Colombia e Messico!).
Sorprende poi come gli stessi riconducano ed imputino con tanta facilità alla Costituzione problemi che con essa non hanno nulla a che vedere come il risultato elettorale ed i problemi di governabilità (tanto più che l’attuale legge elettorale è ampiamente sospetta di incostituzionalità…). Curioso come i meriti siano sempre personali e le colpe sempre istituzionali.

Secondo argomento:
Perché no?
Questo è il mio preferito, in quanto prettamente logico e linguistico e totalmente a-politico. Si vorrebbe far passare il semi-presidenzialismo come una comune riforma costituzionale, certo significativa, ma pur sempre una riforma logica e ragionevole, giustificabile all’interno dell’attuale quadro costituzionale. La metafora del quadro calza bene: una riforma si iscrive entro dei limiti -costituzionali, appunto- già definiti così come un quadro è dipinto entro una cornice (wikipedia: “modifica graduale“, non radicale; ma anche il Corriere, che come sinonimi indica “rinnovamento“, “innovazione“). Se la riforma travalica questi limiti, non è più una “riforma”, ma una vera e propria “rivoluzione”, uno stravolgimento dell’esistente (quello che sempre il Corriere definisce un “rovesciamento radicale di un ordine politico-istituzionale costituito” o, più generalmente, “innovazione culturale di vasta portata [...] capovoolgimento totale“) . Personalmente (ma nuovamente confortato dall’opinione concorde di molti che in materia se ne intendono ben più di me) trovo che la forma di Stato e di governo siano due elementi essenziali dell’attuale quadro costituzionale e che fra essi rientrino tanto il ruolo del Presidente della Repubblica, quanto gli equilibri fra governo e Parlamento.
Quindi, normalmente le riforme costituzionali dovrebbero ragionevolmente partire da misure meno incisive rispetto agli equilibri del sistema ed inserirsi quanto possibile nell’ampio alveo dello stesso, prima di andare a modifiche tanto radicali. Normalmente, perché -si sa- gli avvenimenti straordinari giustificano cambiamenti straordinari, “rivoluzioni”.
Così arriviamo al prossimo argomento….

Terzo argomento:
Ma di fatto ci siamo già…
Presentato il dato logico, giuridico e di fatto che una simile rivoluzione abbisogna di valide giustificazioni, di fatti eccezionali che la rendano opportuna, gli apologeti del semi-presidenzialismo ribattono che di fatto già siamo in una situazione tale per cui il Presidente Napolitano esercita poteri “presidenziali”, intesi nel senso di inerenti all’esecutivo (questa l’agghiacciante idea sostenuta da Polito nel suo editoriale di oggi sul Corriere della Sera quando parla di soluzioni “extra-elettorali”) .
Tale interpretazione è palesememente capziosa e falsa e se ciò fosse vero rappresenterebbe un vero e proprio colpo di Stato (e dovremmo quindi dar ragione a Beppe Grillo): Napolitano, infatti, non esercita alcun potere di governo e per quanto influente, tutte le sue azioni sino a questo punto possono essere ricondotte nell’alveo dei poteri che l’attuale Costituzione gli attribuisce.
Come ben spiega uno che forse (forse) di Costituzione se ne intende come Gustavo Zagrebelsky, al Presidente della Repubblica in quanto garante è attribuito un potere “flessibile”, atto cioè ad estendersi e contrarsi quando la garanzia delle istituzioni lo richieda: se oggi tale potere si è esteso, è perché nessun altro organo costituzionale può assicurare quelle garanzie dello Stato e delle istituzioni necessarie alla loro sopravvivenza. Quando tali organi riprenderanno a funzionare regolarmente, il ruolo del Presidente si contrarrà naturalmente.
Al contrario, chi propone questa “riforma” vorrebbe “uscire dalla cornice” ed attribuire al Presidente un potere di governo che oggi non ha, né di fatto Napolitano esercita, mistificando tale esigenza con l’attuale operato del Presidente in carica. Insomma, si direbbe “siccome lui, anche in futuro…” con una logica che non ha alcun fondamento intrinseco (non si vede perché estendere alla normalità quelle che di fatto sono condizioni di eccezionalità), né tantomeno trova riscontro nei fatti.
Vorrei insomma che costoro spiegassero (ma so di chiedere troppo) chi sarebbero i “padri della patria” à la De Gaulle la cui personalità giustifichi un simile cambiamento, o -perlomeno- che mi si indichino gli avvenimenti storici che lo rendono necessario.

Quarto argomento:
Peggio di così!
Ancora, nella scia dell’esigenza di un governo forte, si sostiene che il semi-presidenzialismo non potrebbe peggiorare la situazione politico-istituzionale italiana, tanto è già deteriorata. In realtà, ciò sarebbe possibile, eccome!
In primo luogo, non si pensa mai alla qualità della nostra classe politica, classe che dovrebbe a) fare questa “riforma” (predisporla); b) eseguire (applicare) la “riforma” stessa.
Le domande, di cui ringrazio i commentatori, dovrebbero allora esser almeno due: che “riforma” ci dovremmo attendere da questi politici che si sono dovuti affidare prima al ‘governo tecnico’ e poi ai ‘saggi’ -fra i quali, grazie a dio, c’è almeno un costituzionalista dello spessore di Valerio Onida-? Forse una riforma ragionata, ponderata e sensata? O piuttosto un pastrocchio frutto di interessi privati e compromessi?
Chi propone un simile modello dovrebbe quindi spiegare in che modo esso possa “raddrizzare” uno Stato con una cittadinanza -ed in particolare dei politici- tanto inclini al malaffare (per essere sintetici) e tanto disinteressati all’amministrazione del bene comune. Un problema di “immoralità pubblica”, come scrive Barbara Spinelli. Un problema ben a monte di quello sulle istituzioni e sulle forme costituzionali.
La seconda domanda ha a che vedere con l’annoso problema dei check and balances (controlli e bilanciamenti) connessi all’esercizio del potere in una democrazia: più di ogni altra forma di governo, il presidenzialismo abbisogna di controlli e contrappesi forti. Ma quali controlli ci vogliamo aspettare da un Parlamento che votò la mozione “Ruby nipote di Mubarak”? Quali contrappesi ci vogliamo aspettare dopo un ventennio di scontro istituzionale, di dileggio delle altre istituzioni?
Scusate: avete mai visto un presidente USA attaccare la magistratura?
Infine, il potere nel presidenzialismo ha limiti temporali fortissimi, sostanzialmente invalicabili: negli stessi Stati Uniti ed in Francia, non più di due mandati consecutivi (5+5 anni), diversamente da quanto accade in Germania, Spagna od Inghilterra, dove un tale limite non esiste e il premier o Kanzler può restare in carica anche un ventennio (Kohl).
Ciò detto, temo l’Italia non sia ancora una democrazia tanto matura per accettare un simile limite: immaginiamo per un attimo che l’Italia fosse una repubblica semipresidenziale dall’inizio degli anni ’90: con l’alternanza che abbiamo avuto, Berlusconi (o Prodi) si potrebbe ancora ricandidare! Ma anche se avesse raggiunto tale limite di due mandati consecutivi, crediamo si farebbero da parte? No, io vedo piuttosto il rischio di una “soluzione alla Putin” con un “giro in panchina” per poi tornare alla carica. O, ancora peggio, l’imitazione di quelle “repubbliche delle banane” dove i limiti costituzionali di mandati si piegano alle esigenze del presidente in carica.
Ciò è evidentemente contro lo spirito di tale sistema.

Quinto argomento:
Non si può bloccare sempre tutto.
Altra idea sostenuta da Polito: esiste nel nostro paese una classe di “conservatori ad oltranza” che non vogliono in alcun modo affrontare modifiche (necessarie!) alla Costituzione. Ebbene, evidentemente rientro fra questi. Secondo Polito, che cito per l’efficacia aberrante delle sue parole “Non è questione di sistemi. Hanno respinto a turno anche il modello americano perché dà troppi poteri al presidente, l’inglese perché ne dà troppi al premier e il tedesco perché ne dà troppi al cancelliere. Ora bocciano il francese per salvare l’unico potere cui tengono: il loro potere di veto“.
Quello che si dimentica di dire, in un tale marasma di opposizioni alla necessarie(!) riforme, è che sino ad ora le proposte di riforma istituzionale della forma di Stato (2006) e di governo sono state sempre confuse in un “pastone” con mille aspetti differenti. Penso, appunto, al referendum costituzionale del 2006 (perché questo fu l’unica concretizzazione delle proposte di riforma istituzionale), ove la proposta riforma riguardava decine di aspetti fra loro non omogenei della Costituzione: dai poteri ed equilibri del governo a quelli del Parlamento, dalla devolution alla magistratura.
Così, forse forse dovremmo -per onestà intellettuale- prima domandarci “cosa” si è bocciato con quel referendum del 2006: l’ampiamento dei poteri del governo? o l’ordinamento della giustizia? Provassero a proporre solo una riforma coerente e puntuale, dopo ne discuteremo.
Similmente, si omette di dire che al contrario vi è ampio favore ad altre riforme istituzionali e dell’attuale assetto dello Stato, riforme meno incisive, che consentirebbero di guadagnare pari (se non maggiore) efficienza delle istituzioni (governo e Parlamento): misure quali il riassetto dei regolamenti di Camera e Senato perché i parlamentari lavorino l’intera settimana e le commissioni possano deliberare senza un successivo passaggio in aula. Ma anche misure costituzionali, come il superamento del bicameralismo perfetto o ridefinire il riparto di competenze Stato/regioni. Quello che in sostanza si dimentica di dire è che sono possibili ben altre soluzioni, aldilà di questa “scelta obbligata” del semi-presidenzialismo.

Al confronto delle parole “in libertà” di Polito, consiglierei di leggere anche quelle ben più ponderate e ragionevoli di Barbara Spinelli su Repubblica, che non solo mettono ben in risalto le ritrosie e le preoccupazioni degli stessi francesi riguardo il proprio sistema semipresidenziale (anche di fronte ad un uomo della statura morale, storica e politica di De Gaulle), ma aggiungono anche una ricca serie di elementi che noi italiani dovremmo considerare (e di cui dovremmo preoccuparci) rispetto ad una simile “riforma”. Magnifica la sua definizione di escamotage, perchè “credere di raddrizzarla con il presidenzialismo significa aggiungere un potere lasciandola storta” e perché, sempre con le parole della Spinelli, “[l'Italia è uno Stato] in doppia fuga: fuga dai fondamenti (quale bene pubblico è difeso da partiti o sindacati?) e fuga da noi, dalla nostra storia di colpe e misfatti“.

una recensione di troppo (27 & 28)

Da qualche giorno giro con nella ventiquattrore due libriccini che ho finito di leggere da poco.
Si tratta in realtà di due libri molto diversi fra loro, per tematica, per autore, per retroterra culturale che li anima. Ciònondimeno, sono anche due libri accomunati da due aspetti: innanzitutto, si tratta di due libriccini relativamente piccoli, leggibili in meno di un fine settimana. In secondo luogo, aspetto ben più fondamentale, invitano il lettore a ragionare, portano una lucida analisi critica e alimentano lo spirito.

Del primo di questi [recensione 27] devo ringraziare Gabriella Giudici per averne parlato a suo tempo nel proprio blog. Si tratta di un libro contenente l’intervento di Michel Foucault alla Società Francese di Filosofia nel 1978 (se ben ricordo), titolo originalequ’est ce que la critique?“, pubblicato come “Illuminismo e critica“.
In realtà, ho letto questo testo qualche mese fa, ma non avevo veramente intenzione di “recensirlo”, conscio delle difficoltà che un tema come questo pone.
Ma, in fondo, vi ho sciovinato Norbert Elias, Giorgio Agamben, Harold Bernan e Mauro Bussani. E, soprattutto, sta molto bene abbinato al prossimo.illuminismo-e-critica
Questo testo di Foucault si pone in netta continuità, e potremmo forse considerarlo una summa del pensiero del filosofo francese, con tutte le sue opere precedenti, in particolare Foucault sintetizza le lunghe ricerche sulla questione del governo e delle sue tecniche in una questione fondamentale: “Che cos’è la critica? E’ l’arte di non essere eccessivamente governati“, ove per governo Foucault intende lo strumento tramite il quale “strutturare il campo di azione possibile degli altri“, una vera e propria arte.
Come giustamente argomenta Giudici, la critica diventa quindi lo snodo attraverso il quale ricollegare il problema del governo a quello dell’individuo, stavolta non più solo dal lato passivo quale oggetto delle tecniche scientifiche ed amministrative (come Foucault evidenzia, ad esempio, nel celebre “Microfisica del potere“), ma anche quale soggetto attore.
La critica fissa quindi i limiti soggettivi del governo: fino a che punto ciascuno è disposto a lasciarsi governare [ovvero, fino a che punto lascia ad altri strutturare il proprio campo di azione].
Qui, il riferimento ideale è quello dell’Illuminismo, in particolare il saggio “Che cos’è l’Illuminismo?” di Kant, ovvero quel sapere aude, un “atteggiamento morale e politico“, un approccio dell’uomo difficilmente definibile, ma -appunto- “critico”, che interroga, pone questioni, vuole sapere il “perché” e le ragioni delle cose.
E dalle questioni, risale alle scelte; dalle scelte apre alle alternative.
Così, quel “non essere eccessivamente governati” assume un significato preciso: accettare se essere governati in questo modo, a questo prezzo.

Il secondo [recensione 28] potrebbe suscitare qualche scandalo fra i lettori, per via del suo autore. Trattasi di “Teoria del partigiano” di Carl Schmitt.
teoria del partigiano di Carl SchmittDi Schmitt, quello Schmitt passato alla storia come “il giurista di Hitler”, avevo già apprezzato alcuni testi (fra tutti, sublime “Il nomos della terra“) all’epoca delle ricerche per la tesi e successivamente il bel “Ex captivitate salus” sulla propria esperienza in prigionia dopo la cattura da parte delle forze americane.
Se Foucault ci domanda cos’è la critica, Schmitt chiede chi è (o cos’è) il partigiano, cosa ne traccia i caratteri distintivi rispetto ad un qualunque combattente, terrorista o brigante.
La prima, immane, difficoltà che il giurista tedesco affronta è il problema del carattere irregolare del partigiano: partendo dalla sua prima comparsa in Spagna, contro l’occupazione napoleonica nel 1803 ed attraverso le successive definizioni (la Convenzione dell’Aja del 1907, quella di Ginevra del 1949 ed il decreto Prussiano sul Landsturm -milizia popolare- sempre contro Napoleone del 1813), Schmitt rinviene l’impossibilità giuridica di iscrivere entro precise categorie, quindi regolarizzare, l’irregolare.
Perché il partigiano, per propria essenza, combatte al di fuori degli schemi tradizionali. Anzi: senza alcuno schema. Senza uniforme, senza chiara esposizione di simboli e persino delle armi stesse, senza gerarchie evidenti. Senza tutti quei requisiti del diritto internazionale classico (lo ius pubblicum Europaeum al cui studio Schmitt dedicò tutta la propria vita); al di fuori di tutti i requisiti formali di quella “guerra duello” che regnò in Europa sino all’avvento di Napoleone e dalla Restaurazione del Congresso di Vienna sino alla Seconda Guerra Mondiale. Di qui, lo scontro fra le ragioni dello Stato occupante -tese a ripristinare l’ordine sui territori occupati- e quelle del partigiano “combattente per la libertà” che prosegue il conflitto dietro le linee nemiche quando lo scontro fra eserciti è cessato, dando il via ad una spirale di rappresaglia e controrapresaglia.
In tale distinzione risuona la domanda fondamentale del diritto: come porre regolarità; la stessa grande domanda che separava Schmitt da Walter Benjamin nel loro confronto intellettuale ad inizio secolo (riportato da Agamben).
Le questioni ovviamente non si esauriscono qui: il giurista enuclea altri aspetti fondamentali del partigiano, primo fra tutti il suo carattere tellurico, quindi prevalentemente difensivo, e l’impegno politico.
Sono proprio questi aspetti a distinguere il partigiano rispetto al comune criminale (cui gli occupanti vorrebbero accomunarlo). Aspetti distinti ma, implicitamente, simili nel rispondere ad un’esigenza fondamentale del combattente: il bisogno di legittimazione, sia essa nazionale (tellurica) od internazionale (politica, nella prospettiva rivoluzionaria).
L’analisi di Schmitt prosegue in una puntuale disamina dei massimi teorici ed esponenti della guerra partigiana (von Clausevitz, in primis): particolarmente interessanti sono il confronto Lenin-Mao come simbolo delle divergenze fra rivoluzione russa e cinese (ove Lenin è il teorico della guerra partigiana, mentre Mao ne fa esperienza concreta) e la storia del generale francese Raoul Salan, golpista ad Algeri 1961.
Soprattutto, Schmitt arriva a collegare il problema del partigiano con quello del “politico“, ovvero con l’individuazione del “vero nemico”: l’esempio, molto calzante, è quello dello stesso Salan -prima fedele servitore del proprio Stato, poi rivoltatosi contro di esso-; ma ancor più quello del generale prussiano Yorck -al servizio di Napoleone nella campagna di Russia dopo la capitolazione della Prussia che poi scrisse al Kaiser di volersi ribellare e schierasi coi russi contro il “vero nemico“-. Identificazione relativamente facile all’epoca della “guerra duello” fra Stati, molto più complessa in un contesto politicizzato.
A tutti questi aspetti, si ricollegano lo sviluppo tecnico e l’accresciuto impegno politico che ne comportano spesso un radicale cambiamento: il carattere tellurico/difensiv rischia di perdersi; la definizione del “vero nemico” si tramuta in quella di “nemico assoluto” ed alla conseguente radicalizzazione dello scontro, all’annientamento del nemico. Qui lo strettissimo legame del partigiano con concetto di “politico” schmittiano e col problema di un nuovo nomos della terra

dico no

Una discussione fondamentale si sta sollevando ultimamente attorno ad un tema essenziale per il nostro Stato, ovvero il dibattito sul semipresidenzialismo.
Personalmente, mi dispiace e preoccupa sentire tante voci che anche da sinistra approvano una simile “riforma” istituzionale, voci come quelle di Enrico Letta, di Veltroni e dello stesso Prodi.

Personalmente, dico NO! ad una simile proposta. E non perché concordata o meno con il PDL od altre forze politiche, quanto perché -come ben argomentava Gustavo Zagrebelsky da Gad Lerner sabato sera- questa non è una mera “riforma” costituzionale.
Questa è una radicale innovazione, un’innovazione che ci condurrebbe in una diversa forma di Stato rispetto a quella voluta dall’Assemblea Costituente nel 1947. Una forma di Stato che addirittura, viste tutte le cautele associate nell’attuale Costituzione al potere esecutivo, potrebbe essere considerata antitetica rispetto a questa.
Zagrebelsky mi trova altresì concorde nel dire che è cosa anche più grave il modo cui si è impostato il ragionamento su questa “riforma” (che continuo a virgolettare perchè riforma, propriamente detta, non è: è uno stravolgimento). Ovvero, il ragionamento proposto (parole anche di Letta sabato) è fondamentalmente il seguente “il ruolo del Presidente si è ampiato, quindi è giusto ampiarne i poteri costituzionalmente sanciti“, una sorta di legittimazione della “riforma” alla luce del ruolo chiave giocato dal Presidente Napolitano: siccome Napolitano ha avuto un ruolgo così importante, è giusto garantire ai futuri Presidenti un simile margine d’azione e direzione.
Francamente, questa logica non mi convince affatto. Anzi, dirò di più: mi ricorda il triste referendum francese del 1958 che in settembre legittimò ex post un atto fondamentalmente golpista da parte di De Gaulle, tornato a capo del governo nel giugno dello stesso anno.
Qui non si tratta di legittimare l’operato di Napolitano, che a mio modesto avviso (ma anche per voci ben più autorevoli come lo stesso Zagrebelsky) rientra fondamentalmente nell’alveo dei poteri costituzionalmente attribuiti al Presidente; bensì si vuole utilizzare l’impiego “critico” di detti poteri fatto da Napolitano per attribuirne di ancor maggiori al suo successore.
Trovo la cosa grave e confindo non sia approvata. Perchè, come detto, è uno stravolgimento dell’attuale assetto costituzionale. Un simile stravolgimento deve corrispondere a fatti ben più significativi che lo giustifichino e non può in alcun modo essere il semplice risultato di un accordo politico. Veri e propri eventi che esigano un diverso assetto istituzionale, una diversa forma di Stato.
Inoltre, la immaginate una cohabitation nell’attuale contesto politico italiano?
Se comunque una simile riforma dovesse passare, sarà essenziale sottoporla a referendum: perchè su aspetti tanto decisivi, tutta la cittadinanza deve essere chiamata ad esprimersi. Quindi, auspico i parlamentari siano tanto corretti da non eludere l’applicazione dell’art. 138 Cost.

C’è un altro NO che mi sento di dire in questo momento.
Un no che senza dubbio susciterà diversi malumori: quello all’idea di affidare la Presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI ad M5S, come recentemente richiesto dal “megafono” Grillo.
Ammetto di aver anche pensato per un certo tempo che, in fondo, il ruolo di M5S come “apriscatole” delle stanze del Palazzo potesse essere proficuo per la cittadinanza. In questa prospettiva, avrei volentieri affidato al Movimento 5 Stelle non solo la Vigilanza RAI, ma persino il Copasir (Comitato Parlamentare Controllo Servizi Segreti) -pur conscio dei rischi connessi…. specie con l’uso che fanno delle e-mail!
Tuttavia, le parole di Grillo secondo cui “i giornalisti dovranno rendere conto” è inquietante. Inquietante non per l’idea, in sé giustissima, quanto per la logica ed i destinatari cui Grillo vorrebbe applicarla. Bastino due nomi: Floris e Gabanelli. Se pure sul primo qualche velato sospetto di essere “di sinistra” non è mai mancato, vorrei capire quali sono le colpe della seconda…. forse aver fatto un’inchiesta (oltre che su i partiti tradizionali) anche su M5S?
Le sue parole sono abbastanza eloquenti: “Siamo stufi di ricevere schiaffi e di essere, allo stesso tempo, presi per il culo dalla Rai. O ci verrà affidata al più presto – dice Grillo – o ne trarremo le conseguenze… Faremo i conti con Floris e con Ballarò, ma anche con i Rodotà e i Gabanelli, quelli che si sono rivoltati contro“. Fare i conti? Ci si sono rivoltati contro?
Ma che logica è questa? Siamo forse ad un regolamento di conti, ad un’epurazione? Eppoi, punire qualcuno -neppure organico al Movimento- per il suo dissenso?
Curioso che Grillo non dica nulla, invece, di giornalisti come Vespa, Masi, Giorgino o Paragone…
Sulla stessa linea l’affermazione per la quale “non andremo in TV, la occuperemo“. Occupare la TV??? Ne conosco un altro che aveva un progetto simile….
No, se queste sono le premesse (decisamente berlusconiane), allora è bene che M5S non abbia affatto la presidenza della Commissione di Vigilanza RAI!

[avevo allegato il video... non c'è, quindi rimando direttamente al link]

– -o- –

Lasciatemi divertire: ancora un commento, aggiornato, su Grillo.
Premetto che non è mio, l’ho ascoltato casualmente ieri in stazione, ma ve lo riporto comunque perché mi pare abbastanza interessante. Dunque, secondo l’anonimo cittadino che analizzava le ultime sparate del comico/politico del Movimento 5 Stelle contro Rodotà e la Gabanelli, con esse Grillo “ha dato degli idioti ai suoi stessi elettori” (cito testualmente).
Ciò per la ragione che con tali dichiarazioni, Grillo ha sconfessato la scelta -democraticamente(?)- fatta a suo tempo dagli iscritti a M5S per le “quirinarie”.
Mi pare un aspetto interessante e vi invito a rifletterci: se il Movimento 5 Stelle ed il blog di Grillo devono avere una struttura democratica, con quale autorità il cosìddetto “megafono” ne ribalta l’esito, sconfessando il voto dei legittimati?

cercando l’ “anti”-

Leggo una prima espressione di quello che potremmo chiamare un nuovo “terzismo” della politica italiana: si tratta di un post, al momento mi pare isolato, nel quale si accomunano nell’astio reciproco “grillini” ed “antigrillini.
[che, a proposito, propongo d'ora in avanti di definire "grillisti"- perché questi supporter di Grillo non ne seguono il "metodo d'analisi (ve n'è forse uno?), ma al massimo la "prassi d'azione"]

Il tema è molto interessante. Specie perché ricalca la mai sopita diatriba tutta interna alla sinistra (ma sarebbe meglio dire all’opposizione a Berlusconi ed alla sua destra, più variegata) “berlusconismo” ed “antiberlusconismo” e le conseguenti idee di quel “terzismo” di mediazione fra le due posizioni.
La cosa più intuitiva, quasi banale, da constatare è che in tale parallelismo di opposizioni si rivela anche un parallelismo di metodi e contenuti fra i due movimenti politici del berlusconismo e del grillismo, parallelismo ovviamente incarnato (e mai fu più letterale) dai due leader carismatici.
Ma questa è, appunto, una considerazione già proposta in passato e che ognuno può oggi svolgere da sé.

Il tema dovrebbe focalizzarsi su altre peculiarità del caso.
La prima, credo, dovrebbe essere il soggetto: come nel passato ventennio, la variegata opposizione al grillismo è incarnata prevalentemente da una forza politica progressista.
L’intera opposizione è in realtà composita e nella sua espressione più estesa potrebbe ricomprendere anche il PDL di Berlusconi -così come l’interpretazione più ampia dell’antiberlusconismo potrebbe ricomprendere anche M5S di Grillo-, ma più logicamente si definisce in un’area da Scelta Civica a SEL. Area il cui baricentro è il Partito Democratico.
Lo stesso -anche questo è facilmente ricostruibile- che ha rappresentanto con i suoi antecedenti il fulcro dell’antiberlusconismo.
Quindi, lo stesso ad aver subito il “fuoco di fila” della citata polemica berlusconismo/antiberlusconismo e lo stesso che oggi ed in futuro sarà al centro del dibattito grillismo/antigrillismo.
Polemica, quella passata, che ha lungamente interdetto un’analisi politica di più ampio e profondo respiro sui veri orientamenti del riformismo in Italia e che nelle sue continue oscillazioni non ha mai prodotto un risultato politico concreto e coerente.
Il timore oggi è che la nascente discussione possa produrre i medesimi risultati.
Medesimi, se non peggiori per l’effetto incrociato delle due.

Per chiarire il concetto ed il mio timore potrà essere utile ricorrere ad un paragone storico. Paragone certo esagerato, ma nondimeno utile.
StalhitPenso al “famigerato” patto Moltov-von Ribbentrop siglato fra la Germania nazionalsocialista e l’URSS staliniana appena un mese prima dell’invasione della Polonia che diede il via alla Seconda Guerra Mondiale.
La storia di quei fatti è abbastanza nota: Hitler e Stalin si spartirono in “zone d’influenza” la Polonia, in un inedito accordo fra le due ideologie maggiormente antitetiche e che prima e dopo il patto più aspramente si fronteggiaro. Un paradossale “attrarsi degli opposti”, prima di un rinnovato scoppio del conflitto.
Nel caso cui potremmo assistere dell’antigrillismo, le interpretazioni potrebbero essere molteplici: Molotov-von Ribbentrop come PD – PDL, innanzitutto. Ma non è questa la ricostruzione cui credo maggiormente.
Dovendo dar corso al parallelismo storico, l’analogia ricade -secondo me- maggiormente fra Moltov-von Ribbentrop e M5S-PDL.
Patto ad oggi inedito nello scenario politico italiano. Ma totalmente escludibile? A detta di molti -del senso comune-, senza dubbio io. Personalmente, credo invece che la storia si nasconda nell’incredibile, nell’eccezionale (Arendt), nell’évenement (Foucault). Nel paradosso, se vogliamo. Quindi non lo escluderei affatto.
Non lo escluderei soprattutto alla luce di un altro aspetto, di una sorta di “antefatto” che ritroviamo anche nel paragone storico citato in causa: quegli Accordi di Monaco che con il benestare britannico (ed americano: Joseph Kennedy ne fu tra i fautori) consentirono alla Germania hitleriana di occupare la regione dei Sudeti in Reppublica Ceca.
Potrà essere utile ricordare le parole di Winston Churchill all’occasione:

« Britain and France had to choose between war and dishonour. They chose dishonour. They will have war. »

Ora, chi nello scenario politico italiano ha recentemente scelto il disonore per evitare la guerra? Credo la risposta sia ben nota a tutti.

Suppongo la ricostruzione storica si sia fatta lunga ed intricata, quindi potrebbe essere d’aiuto un piccolo riepilogo per proseguire il discorso con la dovuta chiarezza:
- 1938 “accomodamento” anglo-tedesco teso a superare la durezza del confronto post Prima Guerra Mondiale;
- 1939 patto Molotov-von Ribbentrop russo-tedesco;
- 1939 invasione della Polonia e scoppio della guerra anglo-tedesca;
- 1941 rottura del patto ed inizio delle ostilità russo-tedesche;
- 1943 Conferenza di Teheran ed “ufficializzazione” dell’alleanza anglo-russa (americana, francese…);
- 1945 fine del conflitto, inizio della Guerra Fredda.

La ricostruzione dei fatti nel contesto nazionale è possibile solo in parte (ed ovviamente vedremo solo in futuro se questa previsione sarà stata corretta), ad ogni modo, ad oggi possiamo vedere una sorta di appaesament, un accomodamento a momentanea cessazione delle ostilità passate, fra PD e PDL. Accomodamento evidentemente molto fragile ed instabile.
Se la mia analisi è corretta, in futuro dovremmo assistere a: un accordo PDL-M5S nella perfetta logica della paradossale attrazione fra opposti; la rottura dell’accomodamento fra PD e PDL; rottura accordo PDL-M5S; avvicinamento PD-M5S nel momento di massimo pericolo e…

Questa la mia interpretazione, che va ben aldilà della polemica sull’antiberlusconismoantigrillismo, incarnati entrambi a mio avviso dal Partito Democratico. Tutta questa lunga, ipotetica e probabilmente anche fantasiosa, ricostruzione serve per un’altra conclusione. Un altro paragone, se volete: quello fra Inghilterra e PD.
Non perché il PD sia una potenza della politica nazionale (né tanto “vincitrice” dei confronti passati; cioè: “potenza” in una certa misura sì, restando il maggior partito nazionale, di certo non “vincitore”), quanto piuttosto per tracciare il profilo di questa forza politica.
Nell’immaginario politico mondiale, infatti, e sin dalla ricostruzione di Edmund Burke in contrapposizione alla Rivoluzione Francese, l’Inghilterra ha rappresentato quella forza di progresso politico che non ha bisogno di sommovimenti violenti, di rivoluzioni; quella idea di liberalismo e progressimo moderato ma inesorabile.
Una forza della moderazione, intesa come espressione pacata e senza eccessi. Una force tranquille, per dirla con Mitterand.

affichemitterand1981Ecco allora che tutta polemica passata sull’antiberlusconismo e quella presente o prossima sull’antigrillismo si spiegano e -almeno potenzialmente, spero- risolvono con un argomento semplice: il Partito Democratico, in quanto massima espressione nel panorama politico nazionale della moderazione (dei modi) e del progresso (dei contenuti); in quanto espressione di una forza che altrove ho definito “ragionevole”, è quella più esposta agli exploit ed alle intermperanze, all’attivismo carismatico ed al movimentismo pseudo- “rivoluzionario” di PDL berlusconiano e M5S grilliano. Del loro “fondamentalismo”.
Questi, carismatici, spumanteggianti, partiti-show hanno tra loro molti più punti di contatto di quanto non si immagini.
E non avranno difficoltà, al momento opportuno, di trovare il giusto accordo nel reciproco interesse.

E’ forse un caso che gli attacchi di entrambi siano maggiormente diretti contro il PD e quasi mai vi sia scambio di accuse PDL> M5S o M5S> PDL? Io non credo.
Ed è forse un caso che il destinatario principale di questi inviti a superare l’antiberlusconismo ieri e l’antigrillismo oggi sia proprio il PD? No, non credo neanche questo.

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