recensione 1: “55 giorni a Pechino”

Pechino, metà  dell’anno 1900; delegazioni occidentali nella capitale dell’impero cinese; Boxers prossimi alla rivolta.

Questo il contesto del film “55 giorni a Pechino“, con David Nieven nei panni dell’ambasciatore britannico e Charlton Heston in quelli del comandante americano che ho potuto godermi ieri sera grazie ai notturni. Film sommamente interessante, perchè a circa 50 anni di distanza di permette una lettura distaccata e rivelatrice di alcuni topoi di quel cinema, in fondo anche di quella storiografia.

Innanzittutto abbiamo l’ambasciatore britannico che invita i diplomatici occidentali a restare a Pechino per “portare la pace”, mai per i singoli interessi nazionali di cui non si fa nemmeno menzione. Non si accenna neppure alla questione dell’oppio, salvo come anestetico di estremo rimedio quando finiscono le scorte di morfina.

Poi vediamo il subdolo ministro Tuan che manovra nell’ombra i boxers per fomentare la rivolta anti-occidentale, scalare il potere imperiale contro gli avversari politici e salire al rango di fido servo e consigliere dell’Imperatrice.

C’è il comandate americano, che per difendere gli occidentali aggrediti si mette alla testa di un proto “contingente internazionale”, dove giapponesi, austriaci, prussiani, francesi e britannici combattono fianco a fianco, come se di lì a poco non sarebbe scoppiata la Prima Guerra Mondiale (geniale la frase per un pò li avete fatti suonare tutti uniti).

C’è la baronessa russa, tra il decaduto e l’infedele, un pò detestata da tutti ma amata dal comandante, che poi si riscatta come crocerossina che sacrifica persino i propri beni per comprare i medicinali.

Ci sono le incursioni eroiche di piccoli “commandos” occidentali: per far saltare i depositi cinesi, per cercare di contattare i rinforzi…

Poi ovviamente ci sono i boxers, più provocatori che ribelli. Più strumento di potere che portatori di istanze nazionaliste (comunissime nel periodo). Ovviamente, per sintesi cinematografica o scelta storica, non si fa menzione degli interessi economici delle potenze occidentali, delle tensioni sociali che gli occidentali causavano in Cina…. Si presenta l’imperatrice piuttosto come una profittatrice, una subdola, pronta ai sotterfugi, invece che una possibile eroe del suo popolo del quale cerca di guidare un riscatto contro i tentativi di colonizzazione.

Insomma, il film ha una chiarissima impronta occidentale, hollywoodiana nel marcare alcuni capisaldi, topoi, dell’epica dell’Occidente. Poco importa se non rispondenti alla realtà: in Cina la rivolta è ancora percepita come un grande movimento di rinascita nazionale. Sorge quindi legittima la domanda se a Hollywood questi film nascessero già di loro con un chiaro marchio “patriottico” (ripensando anche ad altri come “Tora Tora Tora”) , oppure se qualche departement per la cultura ne curasse bene i dettagli..

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “recensione 1: “55 giorni a Pechino”

  1. lungi da me dire che non è un bel film.
    dico semplicemente che, come un pò in tutti i film che danno una narrazione storica e sono un pò datati, lascia benissimo intravedere alcune linee interpretative degli eventi. Linee che oggi mi paiono non proprio oggettive

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