cercando le liberalizzazioni

Liberali contro le liberalizzazioni scriveva qualche giorno fa nel suo blog Pippo Civati.
Sintesi fulminante e perfetta.
Come pensare altrimenti quanto quello che pretende di essere il grande partito liberale (tsé) italiano, il PDL dichiara che le “liberalizzazioni non devono essere ideologiche” e che devono essere “compatibili col modello italiano”?

Ideologiche? Ma questi vedono ideologia ovunque: nel fisco, nella giustizia, nelle liberalizzazioni… che poi, per carità, un pò di “Weltanschaung” [visione del mondo= politica] c’è ovunque.
L’uomo vive nel mondo, lo vede, lo interpreta in base a categorie (sociali, politiche, culturali, religiose…) e agisce di conseguenza. Se questa è “ideologia”….
Compatibili col modello italiano? Ma allora diciamolo che vogliamo mantenere ordini e lobby con poteri immutati, che vogliamo che tutto resti uguale. Diciamo che siamo contrari alle liberalizzazioni, perchè il mercato deve restare bloccato in favore di alcune categorie privilegiate.

Le proposte ci sarebbero tutte: proprietà statale della rete ferroviaria e libera concorrenza (idem per elettricità, gas ed ogni altra rete!); farmaci fascia C disponibili nei supermercati; libertà di orario nei negozi; libertà di contratto per le pompe di benzina con possibilità di farne dei veri mini-market; via il numero chiuso per qualsiasi professione; esami di Stato più ragionevoli (a cosa servono 6 orali per gli avvocati??); via le licenze per i taxi con agevolazioni fiscali per chi le ha comprate negli ultimi 5 anni.
E’ il mercato, bellezza! Se credi nella libertà economica, te la devi beccare in toto. Mica con tutte le garanzie per chi è già bello che inserito!
Troppo comodo nascondersi dietro le “garanzie per i clienti”: i clienti scelgono il meglio, nel mercato sulla base di domanda ed offerta.
Un avvocato, un tassista, un farmacista quando è bravo avrà sempre mercato: sarà preferito rispetto ai suoi colleghi peggiori!

Speriamo Monti le faccia queste benedette liberalizzazioni. Speriamo le faccia nonostante tutto l’ostruzionismo, questo sì ideologico, di certa classe politica e di certe lobby. Speriamo le faccia contro tutti gli ostacoli che gli porranno contro. Speriamo le faccia come la Tatcher (sic, chi mi tocca invocare!) nell’Inghilterra degli anni ’80.

Solo che nell’Inghilterra della Tatcher scioperavano operai e minatori… da noi saranno avvocati e farmacisti!

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

9 thoughts on “cercando le liberalizzazioni

  1. Questa comica è, al contempo, comica e deprimente. Comica perché queste liberalizzazioni le avrebbero volute far loro, cosicché avrebbero portato la loro firma ed avrebbero potuto usarle in campagna elettorale per proporsi al popolo come coalizione politica che porta innovazione e vantaggi per tutti. Deprimente perché, a parte venti mesi di Prodi, sono stati incollati alla sedia per dieci anni e non hanno fatto un tubo, nemmeno quando avevano quella maggioranza così ampia che avrebbe garantito loro di far ciò che volevano, indipendentemente dalle “opposizioni”. Fa’ tu il conto…

  2. opposizione ideologica quella della destra?

    temo che ogni parola che comincia per ide- sia usata a sproposito in questo contesto e che l’opposzione sia soltantoquella dei dané.

  3. Vorrei fare qualche rilievo. Ciò su cui si discute quando si parla di liberalizzazioni non è passare da un regime in cui ci sono inclusi ed esclusi ad uno in cui ci sono solo inclusi; poiché il principio dentro/fuori (successo/fallimento, profitto/debito, concorrezza tra lavoratori giuridicamente diversificati) sta alla base delle dinamiche del mercato, ciò che alla fin fine si vuole liberalizzare è proprio la sovranità di tale principio, che invece si imputa ad alcune categorie – quelle di cui si parla: tassisti, professionisti ecc. – di aver sequestrato e cristallizzato in una certa forma. Bisognerebbe tuttavia anche rendersi conto che il mercato non è il regno delle pari opportunità, per cui, fatte le liberalizzazioni, si determina una parcellizzazione dei capitali e una frammentazione all’infinito dell’offerta di beni e servizi; il mercato è soprattutto il regno dell’accumulazione di ricchezza, dei monopoli autogeneratisi dalle pulsioni intrinseche al mercato stesso. L’illusione sta nel pensare che la famosa competitività sia un dispositivo configurato alla spartizioni delle quote di mercato tra un numero sempre maggiore di soggetti; ma se noi storicizziamo questo principio, non dandone quindi una valutazione del tutto astratta come viene spesso fatto, è evidente come esso vada nella direzione opposta, cioè quella dell’accumulazione dell’intera ricchezza sociale in poche mani, delle feroci diseguaglianze di reddito. Stando così le cose, almeno per come io interpreto queste cose, allora le liberalizzazioni valgono pur sempre per creare una flessibilità verso il basso, ma cosa si fa delle grandi concentrazioni di ricchezza che intanto – liberalizzazioni o meno – sono intoccabili e intangibili?
    Insomma, la mia impressione è che, mentre noi liberalizziamo, le vere lobby – quelle che scaturiscono dal mercato stesso – restino fuori da tali interventi, restino fuori da qualsiasi discussione, proprio perché esse rappresentano l’esito più peculiare del mercato – che in quanto tale è insindacabile.

  4. Per quanto riguarda il liberalismo, credo che esso dovrebbe attualmente dirimere le sue contraddizioni. Il liberalismo classico afferma che esistono alcuni diritti che pertagono in astratto a ogni uomo dalla nascita, precedentemente a qualsiasi contrattazione politica. L’uomo è depositario della libertà. Allo stesso tempo l’economia liberista, per come è andata definendosi, ha voluto allineare le proprie sorti a quelle delle scienze neopositivistiche, ignorando evidentemente il fatto che oggetto della sua speculazione è l’uomo con la libertà che il liberalismo gli attribuisce. Ora, pertanto, se l’economia viene ad essere positivisticamente contrassegnata, allora non c’è più da decidersi su come normativamente l’economia dovrebbe essere, ma essa diventa il risultato necessario e vincolante – quindi automatizzato, non libero – della teoria da cui viene dedotta, intesa come evidente ed esatta; teoria vincolante a cui l’uomo – soggetto dotato di libertà – deve solo adeguarsi. In questo senso anche la disputa tra neoclassici e keynesiani, per dire, diventa abbastanza sterile, perché in realtà se l’economia vuole definirsi come scienza neopositivistica, e ritiene di avere una risposta esatta, allora la scelta tra diverse opzioni non sussiste, e la cosa da fare – dopo l’osservazione e la valutazione di funzioni e variabili – è una e solo una, necessariamente. Quella che risponde ad esattezza, per l’appunto, con buona pace della libertà umana.

  5. @ giancarlo: le avrebbero volute fare??? dubito profondamente che ci fosse alcuna volontà in tal senso….
    le avrebbero dovute fare! e allora B sarebbe passato alla storia della politica italiana come un grande liberale, come “er Tatcher de noialtri”. ma sappiamo fin troppo bene gli interessi in gioco

    @ bortocal: più che ideologica, credo sia un’opposizione molto opportunista.
    dubito fortemente che nel PDL vi sia alcuna “visione del mondo” non vincolata agli interessi di qualche parte economica (lobby o B.)
    in questo sono straordinari: sempre pronti a urlare “all’ideologia! all’ideologia!” per ogni atto a loro vagamente avverso, ma del tutto privi di ogni idea….

    @ dr. Benway: confesso di far fatica a seguire la prima parte del tuo ragionamento.
    capisco quando scrivi che non si passa ad un regime con solo inclusioni, ma permarranno esclusi e sono d’accordo; così come mi pare corretto affermare che si tratta di trasferire la sovranità nella decisione delle inclusioni a poteri esterni alla categorie professionali. Ma credo che così facendo si arrivi di fatto ad allargare molto la fascia di inclusione!
    Ovvio tuttavia che il mercato “non è il regno delle pari opportunità”, affermazione quasi banale per chi voglia rifletterci: il mercato dovrebbe essere il regno della concorrenza e della meritocrazia….
    le concentrazioni di ricchezza sono un effetto distorsivo che si vorrebbe evitare, tuttavia per com’è la situazione italiana credo che alcune modeste concentrazioni potrebbero avere un effetto positivo (associazioni di avvocati, società di taxi). per evitare lo strapotere delle concentrazioni verso l’alto deve funzionare il controllo genericamente detto “antitrust”, però -ripeto- dato che viviamo già in un contesto di eccessiva concentrazione si deve cominciare a scalfirlo.
    l’italia, se lo si voglia o no, è rimasta una società “pre-moderna”, corporativa, in cui l’individualismo e l’autonomia nell’attività economica non hanno mai preso piede. le liberalizzazioni dovrebbero servire a questo.

    sull’economia: ho già scritto nel vecchio blog che dobbiamo smontare il mito secondo cui l’economia è una scienza. l’economia è matematica applicata ai desideri umani! leggi scientifiche applicate a pulsioni psicologiche!
    ci rendiamo conto dell’assurdità di una “scienza” che predice che l’uomo voglia massimizzare la soddisfazione personale in termini esclusivamente economici? (un bel esempio del paradosso è il film “gioco a due”).
    in questo senso sono perfettamente d’accordo col tuo secondo commento.

  6. Come è stato già detto da chi mi ha preceduto, il PdL ha usato – specie in campagna elettorale – il termine “liberalizzazioni” come specchietto per le allodole. Una volta arrivati al potere diciamo che il partito è stato distratto da cose ben più importanti, come ad esempio sancire che Ruby è effettivamente la nipote di Mubarack. Ora che al loro posto ci sono personaggi un pò più seri, che quando parlano di liberalizzazioni significa che vogliono farle sul serio, si sentono come quei ladri a cui gli togli i ferri del mestiere per penetrare non visti nelle case delle loro vittime.

  7. Redpoz, a me sembra che gli antitrust abbiano un potere più nominale che effettivo. Dato che, per quanto mi riguarda, le concentrazioni non è che siano un effetto distorsivo estemporaneo ma sono l’essenza verso cui tende e ha sempre teso il mercato, allora a un certo punto – e credo sia il motivo per cui gli antitrust non ottengano sostanziali risultati – o si deve criticare il mercato nelle sue fondamenta oppure si devono accettare e giustificare le grandi concentrazioni come un segno dell’efficienza di sistema, dalle quali viene dedotta la ricchezza sociale. Inoltre, i capitali oggi possono muoversi liberamente e globalmente a velocità straordinaria, e così facendo possono facilmente scegliersi il posto con la legislazione e la politica monetaria e fiscale più adatta per abbassare i costi, e contemporaneamente vendere nelle zone dove è possibile massimizzare i profitti. In Europa, per esempio, siamo terrorizzati al pensiero che i capitali possano scappare, così alla fine si chiedono i sacrifici solo a chi, ancora vincolato alla propria comunità, non ha questo potere di fuga. Mentre, per esempio, allo stesso tempo suscita scandalo l’esistenza di un salario minimo a tutela del lavoratore, perché concepito appunto come distorsivo dei flussi liberalizzati di compravendita, in quanto – si dice – il lavoro deve essere liberisticamente parificato al regime che caratterizza tutte le altre merci. Il lavoratore che guadagna 1500 euro al mese in virtù del diritto, per così dire, viene quindi tacciato di essere un bieco privilegiato che sta campando sulle spalle degli altri e sta riducendo la complessiva efficienza del sistema. Insomma, ciò che suscita disappunto è sempre la prensenza del diritto come mediatore dei flussi di compravendita; i profitti, invece, essendo un esito originario del mercato, vengono interpretati alla luce dell’efficienza di sistema.

    Il merito poi andrebbe tematizzato, nel senso che è evidente che ogni società stabilisce cosa sia meritorio sulla base dei valori che la caratterizzano. Ma in una società capitalistica, oltre al fatto che tutto è in vendita, e vince chi sa vendere meglio, esiste qualche altro valore fondamentale su cui stabilire cosa sia il merito? Non stupisce poi che l’accettazione o condanna dei comportamenti del puttaniere di Arcore vengano considerati un fatto di opinione personale.

  8. @ RW: è un ventennio che B ed i suoi partiti usano lo stesso specchietto, ed è da un ventennio che gli italiani vi credono (oppure, sanno che non farà niente e gli va bene così). Spero quindi che alle parole seguano i fatti…
    Bella la similitudine coi ladri privati dei ferri del mestiere!

    @ dr. Benway: capisco il tuo ragionamento, e in parte lo condivido.
    Però dobbiamo innanzitutto distinguere fra capitale e lavoro: come dici, i capitali si spostano estremamente rapidamente, ma per le professioni questo conta relativamente…. Un avvocato, un farmacista non dipendono così tanto dal capitale per esercitare la professione: dipendono dalle loro qualità professionali, dalla conoscenza della materia e dal rapporto coi clienti. Credi questo sia accentrabile? Forse sì, ma in minima parte (law firms, ad esempio).
    Detto questo, sono contrario a liberalizzare in maniera estrema il mercato del lavoro dipendente (leggi: si tuteli l’art.18), ma qui parliamo di libere professioni! (Per di più con redditi medio-alti)
    Sulle concentrazioni di capitale nell’economia capitalista: posso accettare il ragionamento e esserne d’accordo. è senza dubbio necessario ripensare il modello capitalista.
    Però, dato che vi siamo dentro, non possiamo pensare che la soluzione sia quella di mantenere in vita delle corporazioni (che, per inciso, erano l’ideale fascista) bloccando l’accesso alle professioni di nuovi lavoratori. La cosa è del tutto illogica e a mio avviso persino lesiva di diritti. Posso accettare ordini professionali, non caste che ne limitano l’accesso e il funzionamento per il proprio interesse esclusivo: è una logica simil-mafiosa, oltre ad essere totalmente pre-moderna.

    D’accordo con la critica al “merito”, infatti è la logica del mercato (capitalista): chi offre i servizi migliori dovrebbe guadagnare quote di mercato. Nulla di male in questo, perchè siamo nel mercato (se parlassimo di cultura, ad esempio, il merito non sarebbe vendere….)
    Mentre per il puttaniere di Arcore entrano in gioco fattori diversi come il rispetto istituzionale: se fosse un privato cittadino potrei anche accettare la qualifica come “gusti personali”, non come rappresentante dello Stato.

  9. Chiaramente anch’io sono contrario alle caste, ma allo stesso tempo non vorrei trasformare i liberi professionisti in un esercito di straccioni. Quello che dovrebbero garantire le liberalizzazioni, a quanto si dice, è un abbassamento generalizzato dei prezzi. Alla fine queste componenti quantitative, calcolate monetariamente – checché se ne dica sugli aspetti professionali e umani – sono le uniche cose che contano se si ragiona sistematicamente. Insomma, l’inclusione c’è ma la fetta di mercato resta comunque la stessa, con il risultato che alla fine tutti starebbero peggio, e quindi per questa via – mal comune mezzo gaudio – nessuno sarebbe più privilegiato. Sempre considerato che poi, come mi fai notare, gruppi di potere intrinseci allo stesso mercato secondo me si creerebbero lo stesso – piuttosto che l’ordine maturerebbero oligopoli capitalizzati capaci in qualche modo di vincolare l’intera professione al rispetto di determinati canoni. Ma qui, ripeto, per qualche strana ragione, le concentrazioni di potere che maturano all’interno dello stesso mercato non destano mai preoccupazione e continuano ad essere interpretate come esercizio di libertà a garanzia dell’efficienza di sistema.

    Per quanto riguarda il secondo punto, io dubito che si possa esprimere un giudizio sulla società a compartimenti stagni, come se qui ci fosse il luogo del mercato e lì quello della cultura, e così via. Esiste un fondamento unitario su cui poggia la società nel suo complesso, e io questo fondamento al momento lo intravedo più nel mercato che non nella cultura, la quale a sua volta è una promanazione del mercato – paradossalmente dovremmo, stando a queste categorie, ritenere che c’è più cultura nei cinepanettoni che, non so, in un film di Luchino Visconti, poiché anche in questo caso l’unico indice per stabilire il valore è offerto dalle quantificazioni monetarie. Se poi si vuole dare una valutazione concettualmente diversa circa la cultura, a quel punto bisogna astrarre e astrarsi dal contesto, e far riferimento a un concetto di cultura del tutto formale, sostanzialmente impotente e privo di incidenza reale; diventa una tua opinione personale.
    Connettendo questo argomento a Berlusconi, direi che è assolutamente conseguente di una società che postula l’inesistenza di valori assoluti (o meglio, che laddove esistenti, essi siano un mero riflesso dei rapporti di forza generati dal mercato), ritenere che un rappresentante dello Stato possa fare il puttaniere. Da diverse parti si è sollevato e si continua a sollevare ad intermittenza, non so con quante sincerità, il problema della questione morale; il punto è che poi, mentre lo si solleva, nessuno di costoro saprebbe dire cosa sia l’etica, rifacendosi comunque a una visione sociale fortemente relativistica. Come potrebbe esserci una questione morale in una società che professa in modo più o meno esplicito l’estinzione di qualsiasi moralità razionalmente fondata? Altri poi (Travaglio, mi pare) adducevano come giustificazione – e questa mi ha fatto davvero ridere, devo dire – il fatto che quella di Berlusconi non fosse una questione di natura primariamente etica, ma giuridica, per la presenza di un capo d’accusa espressamente formalizzato dal nostro sistema giudiziario. Questa visione della società in cui da una parte esiste il nulla assoluto, e quindi qualsiasi azione sarebbe ipoteticamente legittima, e dall’altra esistono le tecniche autoreferenziali della giustizia intesa come mero esercizio amministrativo, è davvero notevole, frutto di qualche patologia che andrebbe approfondita.

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