modernità e moralità

“But the promotion of an ever more rationalized culture destroyed religiously based morality : the process of rationalization must inevitably lead to tragedy, loss of meaning, the creation of the other as a means rather than an end. All that remains is a desacralized form of romantic love that breaks up ordinary life like a religious conversion, except that it is experienced within the individual rather than within the community.
Questa citazione di Max Weber andrebbe integrata in tutte le analisi sulla modernità del sociologo tedesco.
Weber è stato sicuramente, pur precocemente, uno dei maggiori interpreti del concetto di “modernità“: le sue analisi ci hanno chiarito come il singolo individuo si sia staccato dai legami sociali tradizionali che ne determinavano la vita, diventando autonomo e razionale (liberalismo).
Al contempo, oggi vediamo come questo processo di “razionalizzazione” ci abbia privato di alcuni riferimenti valoriali per orientarci nella vita (questo uno dei ragionamenti fondamentali di Vaclav Belohradsky ne Il mondo della vita- un problema politico): i valori sono contenuti, la razionalità pura forma.
In questo, la modernità fa un salto letteralmente epocale.
Con l’autonomia dell’individuo, l’uguaglianza legale formale, si è proclamata la libertà di ciascuno. Libertà che non significa altro che (entro certi limiti che direi costituzionali) possibilità di trasgredire, di deviare. In altre parole, si è affermata la relatività dei valori.
Per bilanciare tutto ciò, siamo ricorsi alla razionalità: un mezzo per assicurarci di giungere a conclusioni, a decisioni almeno formalmente corrette e comprensibili dagli altri.
Siamo passati dal contenuto alla forma.
Ecco anche perchè facciamo tanta fatica a dialogare con i “fondamentalismi” cristiani, islamici: per noi, i loro richiami ai valori sono incomprensibili. Essi ci parlano di contenuti, non necessariamente categorizzabili tramite la la razionalità: è un diverso linguaggio.
Per quanto paradossale, è più facile per gli stessi comprendersi fra loro che non con i “moderni”.

Il fatto interessante della citazione di Weber è notare come egli stesso, agli albori della “modernità” non solo abbia avuto coscienza dei suoi processi, ma anche delle sue estreme conseguenze.

Ora, molte delle tensioni sociali contemporanee dipendono proprio da questa conclamata “crisi di valori” e dalla lotta da parte di alcuni per cercare di reinstaurarli, pensiamo ai proclami papali di Benedetto XVI, o al Front National francese, all’NPD tedesca. Questi sono tutti revival di un ethos che l’occidente ha perso con la modernizzazione.
Forse anche per questa ragione i totalitarismi di inizio ‘900 hanno avuto tanto fascino e tanto successo.
Come uscire da questa dicotomia? Forse è impossibile. Per quanto affascinanti, le tendenze del “postmodernismo” non mi hanno mai convinto: cercare di reinstaurare un dialogo tramite coscienza dei limiti del linguaggio è un azzardo, per quanto meritevole, e senza alcuna garanzia. E’ un pò come cercare di far combaciare un cerchio ed un quadrato, sul presupposto della reciproca incomprensibilità…
Certo, la filosofia del linguaggio da Wittgenstein in poi ha fatto balzi in avanti non indifferenti nel cercare di porre dei paletti utili allo scopo. Ma nessuno di questi mi pare determinante, né può sostituire la funzione comunicativa svolta dei “valori” da un lato e della “razionalità” dall’altro.

Dovremo quindi rassegnarci a questa convivenza forzata fra “valori” e liberalismo? Temo di sì, ma dovremo anche essere consci che essa non deve essere vissuta per forza in modo negativo, piuttosto come una grande possibilità offertaci dalla modernità: essere liberi implica anche la possibilità di accettare logiche diverse, per quanto assurde possano apparirci a prima vista.
In questo sta la forza del liberalismo moderno e della modernità liberale: nell’accettare di convivere con le tensioni che la libertà stessa crea, senza limitare in alcun modo i diritti dei singoli di “extra-vagare” o dissentire dal pensiero comune.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “modernità e moralità

  1. Non avendo letto Weber, pensatore che sta alla base delle tue riflessioni, e conoscendo il suo pensiero solo per sommi capi, non vorrei sbilanciarmi.
    Direi un paio di cose però. A me non pare che con il capitalismo, inteso come sistema che contraddistingue e regge la modernità, si sia affermata pienamente la libertà, men che meno l’autonomia e la razionalità. Così come il mercato non è la sede in cui si esplicano le libertà economiche (per quanto avevo scritto qualche giorno fa), le società liberali, a dispetto del loro nome, non sono il luogo in cui la libertà si esprime al suo massimo grado. Ciò perché, seguendo una traiettoria idealistico-dialettica, la libertà non è un punto di partenza, astrattamente concepito, che pertiene ad ogni individuo fin dalla nascita; essa non è una sorta di vuotezza originaria che ognuno può riempire a proprio piacimento, ma è un fine che deve essere più o meno adeguatamente realizzato, attraverso la mediazione della coscienza, nella contingenza storica. La nascita, al contrario, è sempre necessità. Per come postula le cose il liberalismo, invece, è possibile liberamente scegliere tra la razonalità e l’irrazionalità, tra l’etica e l’arbitrio, tra la coscienza e l’istinto, tra la riflessione e il condizionamento, senza che formalmente venga registrato alcun cortocircuito. Una persona può scegliere tra la coscienza e l’istinto certamente, ma nel momento in cui sceglie il secondo sta il paradosso per cui essa perde la prima, e quindi perde la libertà. Sceglie di farsi schiavo, senza neanche essersi accorto di aver fatto una scelta. L’illusione sta nel fatto che il liberalismo fa sparire magicamente la necessità, intesa come momento dialettico fondamentale ai fini della determinazione della libertà, proponendo la visione di un mondo in cui tutti sono liberi fin dal principio; l’errore sta nel ritenere che qualsiasi azione e comportamento umano avvengano sulla base di un’originaria, metafisica libertà, acquisita una volta e per sempre, evidentemente costruita come idealizzazione dell’inviolabilità della proprietà privata. Non sorprende allora che l’uomo possa essere immaginato come un essere onnipotente che, volendo, può fare a meno anche dei limiti ecologici nel quale è posto e ai quali è subordinato.
    In secondo luogo, come corollario di questa illusione, sta il ritenere che le società liberali siano tali perché, a differenza dei totalitarismi, vanno dall’unità individuale alla totalità sociale, formandosi queste, differentemente da quelli, a partire dal basso; ma non è così, perché anch’esse hanno un fondo unitario, vincolante per l’intera gamma delle relazioni sociali, rispetto al quale la persona intesa come singolarità – sempre in ritardo rispetto al momento in cui la società si è costituita nella forma in cui essa ora la esperisce – deve conformarsi, pena l’esclusione o la morte.

  2. Dr. Benway: C’è un piccolo errore di fondo nella premessa della tua risposta, errore comprensibile ma che falsa ampiamente la comprensione del post. Come puoi notare, infatti, io non ho mai fatto riferimento al “capitalismo”: per quanto via sia una larga sovrapposizione in diversi autori fra capitalismo e modernità (per una rassegna vedi A. Martinelli “la modernizzazione”), io non credo in alcun modo che questo “sorregga e contraddistingua” quella.
    Ho sempre sostenuto che l’economia non sia pienamente razionale (e con essa il mercato) e non ho difficoltà a dire che il capitalismo non consente la piena affermazione delle libertà di ciascuno.

    Corretto questo “errore” (che tale propriamente tale non è), ti ringrazio per la tua ragionata risposta.
    In effetti il liberalismo si fonda su un presupposto di possibilità di scelta che non è sempre pienamente garantito (ne sto scrivendo ora su altri due post), un presupposto astratto (come d’altro canto è “l’uguaglianza formale davanti alla legge”) che trova realizzazioni solo parziali e frammentarie nella società.
    Sinceramente, io la interpreto (per usare i tuoi concetti) più come una “vuotezza originaria” che come un “fine”: il fine implica una sorta di pre-determinazione, cosa che mi pare esclusa. Ovviamente, tale vuotezza non è in sé assoluta: dipende molto dal contesto (il “non possiamo non dirci cristiani” di Croce, per esempio).
    Il ragionamento che tu inserisci sulla “necessità” in effetti arricchisce il post di un punto che avevo sottovalutato ed in effetti limita fortemente le possibilità di scelta di ciascuno (ma, come accennato, è un punto che sto sviluppando altrove). Al momento, non trovo tuttavia tale ostacolo insormontabile, nel senso che oggetto del mio post è una riflessione sull’orientamento culturale degli individui (ad esempio, scegliere se essere cristiano o mussulmano) e quindi sul loro orientamento in un sistema morale.
    Se come scrivi, e come credo concordiamo. nel liberalismo “è possibile liberamente scegliere tra la razonalità e l’irrazionalità, tra l’etica e l’arbitrio, tra la coscienza e l’istinto, tra la riflessione e il condizionamento” questa altro non è che un’affermazione dell’accettazione liberale delle divergenze. Però non giungerei alla conclusione che una persona che sceglie in modo non-razionale “perde la libertà”: è una conclusione comune per i liberali moderni, ma è falsa (il tuo ragionamento sarebbe apprezzato da Slavoj Zizek). Innanzitutto perchè non è irreversibile; poi perchè la libertà moderna deve includere la coscienza delle conseguenze.
    Infine, quanto scrivi sulla necessità di conformarsi è correttissimo (vedi Stefano Boni “cultura e poteri”), ma molto meno di quanto non accadesse nelle società premoderne, ove il diverso poteva essere causa di esclusione anche economica. Insomma, nelle società liberali la libertà dei singoli di “dissentire” (Rosa Luxemburg) non è assicurata per molteplici ragioni, ma è almeno in potenza sempre presente (penso a Stuart Mill: nessuno negli USA anni ’70 poteva impedire né a Malcom X, né al KKK di propagandare le proprie idee). Cosa che nelle società pre-moderne e totalitarie si tende invece a reprimere in nome di una superiore omogeneità inviolabile.

  3. Tu dove vedi adempiute allora le pretese della modernità? Mi pare che il capitalismo alla fine sia stato elevato ad unico modello – vero o falso che sia – capace di garantirle. Possono essere ipotizzabili altri modelli, ma al momento quella capitalistica, venendo meno anche l’alternativa storica dei socialismi sovietico e cinese, mi sembra diventata una dimensione pressoché assoluta nella quale viene a trovarsi l’esistenza. Insomma, tu fai una giusta precisazione: ma a questo punto io non riesco a capire come tu possa distinguere tra una determinazione, per così dire, culturale della modernità e una configurazione socio-economica, in questo caso il capitalismo, nella quale quella modernità culturale si presume essersi – ripeto: a torto o a ragione – consumata compiutamente. Mi risulta difficile poi distinguere tra liberalismo e capitalismo perché sono concezioni che in qualche modo sono nate e sono state considerate sempre come coimplicantisi.

    Per quanto riguarda la libertà, io sono abituato a pensare che essa – così come ci insegna la filosofia che dai Greci trova un suo esito nell’idealismo – sia il possesso di una certa condizione, conformemente allo statuto razionale di cui l’uomo è investito, piuttosto che la semplice possibilità di scelta. Ma, ammettiamo che la libertà sia possibilità di scelta, io dico questo: questa libertà come possibilità di scelta è a sua volta un fine, perché ciascuno deve aver prima raggiunto una sufficiente chiarificazione circa le possibilità che gli si prospettano – deve, vale a dire, aver sviluppato le sue potenzialità razionali – prima di poter dire di aver compiuto una scelta. Altrimenti si tratta solo di un simulacro di scelta. Insomma, bisogna essere consapevoli della scelte che si compiono, ma questa consapevolezza non la si acquisisce fin dalla nascita, tanto meno la si acquisisce tramite un mero adattamento al sistema sociale vigente; adattamento che magari garantisce l’acquisizione di potere, non certo di libertà. In questo senso non capisco perché tu dica che un fine deve essere necessariamente predeterminato; il fatto che la libertà sia un fine non esclude che poi, una volta adempiuto questo fine, una volta cioè che l’emancipazione dell’uomo come soggetto razionale, apportatore di significato, sia compiuta, vi sia la possibilità di scelta.

  4. Immagino sia difficile “venirsi incontro” (dialetticamente parlando) partendo da interpretazioni così differenti -che, ovviamente, non è un male.
    Riconosco che la mia interpretazione soffre di alcuni presupposti che sono contestabili. Questo è inevitabile.
    Ciò che mi preme è però soprattutto che non si confondano “capitalismo” e “modernità”: pur riconoscendo come le tue precisazioni storiche siano esattissime, rimango convinto che una divergenza di fondo (ripeto, perlomeno potenziale) vi sia. Ti ho già dato atto di come questa tua precisazione sia ben fondata (dunque incontestabilmente legittima) anche in sociologia, ma non necessariamente vera.
    (purtroppo non sono più stato in grado di trovare la fonte di quella magnifica citazione di Marx “… non dobbiamo proporci di avere molto, ma di essere molto” tanto da dubitare sia effettivamente esistita)

    La mia distinzione tra situazione storicamente concreta del capitalismo e possibilità di divergenze (questione ben posta anche da bortocal nel commento al post successivo che prosegue il tema) è appunto un’affermazione di potenzialità: date le circostanze concrete, il liberalismo ammette che ognuno possa assumere posizione differente (questo è il senso anglofono del concetto di “contro cultura”, o cultura fuori dal ‘mainstream‘).

    Il riferimento alla razionalità umana è importante, purtroppo sono portato a pensare che non sia più così valido come credevamo: troppe volte l’uomo ha dimostrato di agire irrazionalmente.
    Però tu, paradossalmente, con questo riferimento viri bruscamente la tua argomentazione rientrando nel alveo del mio post: la modernità sostituisce i valori indiscutibili con la razionalità. Detto questo, devo riconoscere che le mie conoscenze di filosofia greca sono troppo affievolite per risponderti compiutamente (in altre parole: non capisco proprio ciò che dici! ahìme).
    Mi pare che tu in qualche modo ti riavvicini all’esistenzialismo, ovvero alla necessità per l’uomo di compiere una scelta (latu sensu) “identitaria” (esistenziale).
    In effetti, avevo già dato conto nella precedente risposta di come la libertà debba tenere in conto anche le conseguenze di una scelta (mi pare possa accordarsi col tuo “bisogna essere consapevoli delle scelte che si compiono”), altrimenti è vero che la scelta rimane un simulacro. Magari un piegarsi al “mainstream”: non a caso proprio Zizek che citavo sostiene come la scelta vera sia solo quella che si pone al di fuori, contro, tale tendenza maggioritaria (ad esempio, portare il velo in Europa. Col paradosso che per gli europei una donna islamica che sceglie di portare il vero, non sceglierebbe!).
    Vero che la consapevolezza non è né innata, ne un mero appiattimento al sistema vigente (notevole qui la riflessione sul potere): è un processo ci confronto fra la molteplicità di posizioni. Molteplicità che però è ammessa -tollerata ed accettata- solo in situazioni liberali.
    Data questa coscienza comparata, mi è più facile comprendere la tua affermazione di libertà come fine e riconosco che hai ragione.

    Credo che una sintesi del problema potrebbe ottenersi distinguendo due piani: quello individuale e quello sociale.
    Nel liberalismo moderno la società non può appiattirsi su concezioni esclusive e fondamentaliste dei valori, lasciando quindi una libertà potenziale di scelta ai suoi membri.
    Libertà dei singoli membri che però potrà essere compiuta solo a condizione che gli stessi sviluppino una coscienza critica (comparativa) fra le opzioni disponibili (o anche fuori di esse, innovando). Altrimenti il rischio è un appiattimento alla cultura dominante.
    (concretamente: non dobbiamo più essere tutti cristiani, ma per scegliere di divenire mussulmani dobbiamo conoscere cosa ciò implichi, in questo “conquistando” una libertà concreta di scelta)
    Che ne dici?

  5. Con razionalità io mi riferisco alla ragione (dialettica) come organo distinto e sovraordinato rispetto all’intelletto (analitico) e fondamento dell’etica, così come la questione è stata impostata nella filosofia tedesca da Kant in poi. Qui poi dovrei conoscere cosa dica nello specifico Weber, il cui pensiero, ripeto, conosco per sommi capi. Naturalmente, a mio avviso, uno dei problemi dell’attuale ideologia è il disprezzo che essa nutre verso la dialettica, vista come uno strumento intrinsecamente totalitario, a tutto vantaggio dell’intelletto, con la conseguenza di ritenere che tutte le questioni possano essere risolte analiticamente.

    In quanto alla conclusione, possiamo distinguere i due piani, con l’appunto però che il piano sociale anticipa ontologicamente quello individuale, e quindi deve darsi un orizzonte etico, se non vuole elevare Belen e Corona a oppio per gli individui (personalmente dell’arbitrio dei milionari scervellati che si aggirano per Cortina ne farei volentieri a meno, e non sento l’esigenza – come fanno molti liberali – di dover sprecare argomentazioni per giustificare le loro penose esistenze); il che – darsi un orizzonte etico – non significa configurare la società fondamentalisticamente, né compromettere la possibilità di scelta. Quindi sì, sono d’accordo se dici che la libertà è un compimento.

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