modernità e sicurezza

Ho già scritto e ribadito come la modernità abbia causato la frattura dei legami sociali che nel passato regolavano le esistenze individuali. Rottura che se da un lato ha aperto alla libertà e all’autonomia personale, liberando i singoli da vincoli culturali, sociali, economici, religiosi e tradizionali di appartenenza alla comunità; dall’altro ha creato una forte incertezza relazionale.
Libertà ed incertezza vanno di pari passo: per usare il gergo di Niklas Luhmann, quanto più si è liberi, tanto meno si è prevedibili (in questo concorderebbe anche Albert-Laszlo Barabasi); di conseguenza, quanto più si è imprevedibili, tanto più si rischia di frustrare le aspettative altrui.

Incertezza sul comportamento degli altri, frustrazione delle nostre aspettative, reazioni inattese: tutto ciò crea insicurezza.

Insicurezza sociale, innanzitutto: mentre in comunità omogenee com’erano quelle premoderne (o totalitarie: vedere l’Iran degli ayatollah), le aspettative erano insoddisfatte solo di rado; in società nelle quali i membri per scelta o per origine fanno riferimento a sistemi culturali, morali etc. diversi, le aspettative saranno deluse molto più frequentemente.
Insicurezza politica, perchè per la stessa ragione sarà più difficile predire le idee, intenzioni ed i desideri del corpo politico.
Insicurezza economica, perchè coi legami di appartenenza di frantumano anche i legami di solidarietà (questo lo spiega bene anche Barabasi): difficilmente siamo disposti a prestare lo stesso aiuto a chi conosciamo ed identifichiamo come simile (quindi amico) ed agli sconosciuti.

Il rapporto con l’economia è particolarmente importante, perchè la gamma di scelte a disposizione di ciascuno dipende direttamente dalla sua disponibilità di mezzi. Teoricamente, potremmo quindi dire che più uno è benestante, tanto più diventa autonomo ed imprevedibile (per fare esempi banali, solo i ricchi si iscrivono a Scientology, solo i benestanti possono andare in India e restare folgorati dalla filosofia hindu, solo i benestanti si possono permettere un’assicurazione medica privata o di studiare alle università più prestigiose…).
Inoltre, la disponibilità economica crea nuove forme di sicurezza non più dipendenti dal gruppo di appartenenza, ma da sistemi universali, ad esempio: la sanità, che hanno come effetto l’ulteriore allontanamento dei singoli e disgregazione del gruppo.

Ecco perchè tanto facilmente da situazioni di insicurrezza economica si “regredisce” a forme di chiusura identitaria (vedere la nascita del nazismo nella Germania degli anni ’20, l’avanzata elettorale della Lega Nord nel 2010). Questo concetto è spiegato bene da Tiziano Treu e Mauro Ceruti con la semplice formula: la crescita delle diseguaglianze e il venir meno delle sicurezze acuiscono la fragilità dei legami personali e sociali, spingono a reazioni di chiusura, antisociali e antipolitiche, alimentano paure che si scaricano in forme di violenza e razzismo”.  Di cui, purtroppo, vediamo una frequentissima applicazione.

Proprio per questo motivo vi sono due priorità sociali urgenti:
– da un lato, garantire una crescita economica ragionevole che non frustri le aspettative dei singoli;
– dall’altro, ricostruire forme di socializzazione che non ricalchino le vecchie appartenenze, ma favoriscano legami trasversali e duraturi fra i membri della società.

Mentre la prima questione potrebbe essere elusa (come spiegherò altrove, infatti, le aspettative dettate dalla crescita economica sono relativamente recenti e nulla impedisce di rivederle: la “precarietà” contemporanea ne è un esempio); la seconda impone una seria riflessione, una scelta fra la chiusura in nuove comunità relativamente omogenee (com’erano quelle statali all’inizio della modernità- vedasi Böckenförde, Hegel e Carl Schmitt- ma oggi sono difficilmente realizzabili poichè richiederebbero politiche “eliminazioniste” non più accettabili -come lo “scambio di popolazione” fra India e Pakistan, o la “pulizia etnica” in Ex-Jugoslavia- ed una totale estraniazione dal processo di globalizzazione); oppure puntare su forme di socialità dialettica, dialogante: favorire l’incontro, il dialogo, l’interazione e l’accettazione reciproca fra identità anche potenzialmente conflittuali, ma componibili nei diversi sistemi sociali di interazione (in fondo questo è “lo spirito -liberale- del capitalismo”: un banchiere africano non dovrebbe porre ostacoli di appartenenza identitaria per fare un prestito ad un’altra persona, sia essa bianca, gialla, hutu, tutsi…).
Tale soluzione è favorita inoltre dalla stessa frammentazione dei sotto-sistemi sociali nei quali agiamo (sempre Luhmann): lavoro, famiglia, appartenenza religiosa, politica, attività sportive o di volontariato coinvolgono solo una parte ristretta della nostra identità complessiva; parte che non deve essere necessariamente coincidente col resto, ma può variare e spetta solo al singolo ridurre questa molteplicità in un insieme “personale” coerente.
La proposta dialettica è stata avanzata già da Hannah Arendt (“Vita activa”), per la quale “l’agire” politico per eccellenza è la parola, il dialogo, l’apertura all’ascolto. Dialogo che esperienze storiche disparate dimostrano essere il miglio sistema per prevenire la violenza: assassini di massa come i serbi od i nazisti non riuscivano più a proseguire i loro massacri se parlavano con le vittime: le identificavano come essere umani- Semelin; proposta ripresa nel contesto multiculturale da Zagrebelsky ed in campo economico proprio da Ceruti e Treu.

Ovviamente, tale soluzione in un contesto politico come lo Stato non è facile: identità più forti possono avere il desiderio di costituire gruppi d’azione politica con specifiche finalità da estendere all’intera società (lo vediamo, ad esempio coi “DiCo” e col “testamento biologico”), anche imponendosi su identità divergenti. In sostanza, il rischio di una regressione totalitaria è sempre in agguato.
Proprio per tale ragione è necessario che le istituzioni rimangano sempre estranee ed indenni da tali influenze identitarie e di valori: esse nello Stato moderno (vedasi la Francia) devono fungere da strumenti di mediazione universali ed inclusivi, che consentono quindi la pacifica convivenza delle diverse tendenze presenti nel corpo sociale senza che nessuna di esse assuma posizioni egemoni in questioni fondamentali.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “modernità e sicurezza

  1. ho un dubbio su una affermazione iniziale, che si trascina fino alle conclusioni e si trasforma in un dubbio anche su di loro.

    ” la modernità” ha certamente “causato la frattura dei legami sociali che nel passato regolavano le esistenze individuali”, ma non credo che abbia “aperto alla libertà e all’autonomia personale, liberando i singoli da vincoli culturali, sociali, economici, religiosi e tradizionali”, ma che li abbia semplicmente sostituiti con nuove forme di appartenenza governate dal controllo ideologico delle menti individuali esercitate dai media.

    l’uomo moderno non ha vincoli rispetto alla sua famiglia, ma può averli rispetto alla squadra del cuore oppure al leader politico di turno.

    per questo ho qualche dubbio sulla conclusione, e cioè non credo che “le istituzioni” debbono rimanere “sempre estranee ed indenni da tali influenze identitarie e di valori”.

    se è così le istituzioni rinuncianoa ocntrastare le moderne forme di controllo sociale di gruppo; le istituzioni funzionano, invece, quando sanno proporre nuove forme di identificazione e di aggregazione sociale.

    ogni repubblica di Weimar, altrimenti, rischia di ritrovarsi disarmata rispetto agli appelli neo-identitari di qualche nazista di turno.

    (critica che vorrebbe essere costruttiva, ovviamente, e soltanto stimolare un approfondimento, ciao)

  2. Bortocal: ti ringrazio della critica, ci mancherebbe!
    Boni, che cito nella risposta ai commenti del post precedente, sostiene esattamente quanto scrivi.
    Ovvero che nella società contemporanea alcuni strumenti culturali (a disposizione del potere) hanno sostituito le vecchie appartenenze con nuovi modelli dai quali è altrettanto difficile liberarsi.
    Non direi che sono propriamente “ideologiche”, ma probabilmente mi sbaglio ad escluderlo (dovremmo ripensare il concetto di ideologia e vedere se sia applicabile anche a situazioni a-politiche).
    Certo non credo, ne voglio far credere, che l’uomo moderno sia completamente svincolato (“ab-soluto” direbbero i latini) da molteplici influenze. Dico solo che tali legami non sono più così solidi come un tempo.

    Sempre Boni rileva come in effetti le istituzioni siano succubi di diverse forme di potere (per lo più economico) presenti nella società: è un dato di fatto, da rilevare e cercare di limitare. Cercare di limitarlo, perchè solo così potremmo continuare a mantenere viva tale libertà.
    Questo, dal punto di vista individuale.
    Dalla prospettiva istituzionale, sono d’accordo sul fatto che le istituzioni non debbano semplicemente piegarsi ai poteri ad esse esterni (inclusi gli appelli neo-identitari). Ma non vedo alternative realmente applicabili, per la semplice ragione che ognuna di esse implica che le istituzioni partecipino di per sé al gioco identitario- valoriale perdendo la loro neutralità (per fare il caso francese, attualissimo: vietare il burqa).
    Tale risultato mi convince poco, e non mi rassicura affatto, perchè non garantisce che la società si mantenga plurale sacrificando al contempo la pluralità delle istituzioni (data dall’alternanza temporale dei loro rappresentanti). Ovvero, ci espone al rischio che le istituzioni si facciano portatrici esse stesse di istanze identitarie (il nazismo è l’esempio perfetto, lo Stato etico -come i talebani).

    Il riferimento alla Repubblica di Weimar probabilmente contiene in nuce anche quello alla Grundgesetz dell’attuale Repubblica Federale dove si prevede il diritto di dichiarare illegali e vietare i partiti “antisistema” (come l’NPD)- http://de.wikipedia.org/wiki/Parteiverbot .
    E’ uno strumento in più, ma da usare con estrema cautela.

    • a proposito di Grundgesetz e di controllo del dissenso in Germania, hai visto questo articolo dello Spiegel di oggi?

      ops, sparito: parlava di una trentina di deputati della Linke sotto controllo del servizio di tutela della Costituzione.

      sono andato allora ricostruirmi, attraverso i tuoi commenti al post precedente, le posizioni di Stefano Bovi, Boni Cultura e poteri, che non conosco, e ho inteso questo, correggimi se sbaglio:

      anche le società liberali, secondo lui, hanno un fondo unitario, vincolante per l’intera gamma delle relazioni sociali, rispetto al quale la persona intesa come singolarità deve conformarsi, pena l’esclusione o la morte.

      ma, secondo te, questo avviene molto meno che nelle società premoderne, ove il diverso poteva essere causa di esclusione anche economica. Insomma, nelle società liberali la libertà dei singoli di “dissentire” (Rosa Luxemburg) non è assicurata per molteplici ragioni, ma è almeno in potenza sempre presente (penso a Stuart Mill: nessuno negli USA anni ’70 poteva impedire né a Malcom X, né al KKK di propagandare le proprie idee). Cosa che nelle società pre-moderne e totalitarie si tende invece a reprimere in nome di una superiore omogeneità inviolabile.

      Boni sostiene che nella società contemporanea alcuni strumenti culturali (a disposizione del potere) hanno sostituito le vecchie appartenenze con nuovi modelli dai quali è altrettanto difficile liberarsi.

      Boni rileva come in effetti le istituzioni siano succubi di diverse forme di potere (per lo più economico) presenti nella società.

      tu obietti rispetto a Boni che tali legami non sono più così solidi come un tempo.

      credo che in questo tu tri sbagli, anzi che la forza di questi legami sia crescente; e tuttavia credo che abbia torto Boni e nella sostanza ragione tu quando lui scrive che da essi è altrettanto difficile liberarsi.

      secondo me questi legami sono nello stesso tempo più fragili, perché non hanno una base biologica: la potenza dei condizionamenti familiari è insuperabile da qualunque condizionamento dei media, perché è profondamente radicato nella nostra stessa struttura fisica, cosa che della televisione non è.

      ma questo rende necessario rendere ossessivo il condizionamento dell’individuo: se pensiamo alla quantità di ore di imbonimento televisivo del cittadino medio ci rendiamo conto che esso è privo di altri paragoni storici.

      il che non basta a renderlo efficace per tutti.

      altro fattore da considerare: il suddito dell’ancien regime interessava sltanto come forza lavoro: i condizionamenti erano limitati a questa sua utilità sociale; il cittadino della società moderna è anche un consumatore, e questa sua funzione forse diventa addirittura più importante in prospettiva; occorre quindi anche controllarlo nel suo tempo libero.

      qui mi fernmo: a mio parere la discussione è tutta su quela è il punto di equilibrio esatto al quale si deve fermare la necessità che le istituzioni propongano dei valori, per non essere disarmate.

      la democrazia, ad esempio, l’integrazione, sono dei pieni, non dei vuoti (a perdere) e come tali vanno difese.

      ma siamo tornati,quasi ciclicamente, all’inizio di questo commento…

  3. Innanzitutto complimenti per la dedizione.
    Visto il commento così articolato, sto rivedendo il testo di Boni per evitare di travisarlo nella risposta.
    Ti risponderò entro breve

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