cercando il futuro

Terza puntata della serie sulla modernità.

Ad Hamburg, durante un esame di sociologia durante il quale parlavamo della precarietà per i giovani contemporanei il prof ci pose la seguente domanda:
voi dite che i giovani d’oggi non possono più programmare il futuro, che in sostanza hanno perso il loro futuro. Ma cosa direste dei loro genitori che negli anni ’70 lavoravano nelle officine FIAT?
La risposta che dovemmo controvoglia dargli (noi eravamo 22enni…) fu che in effetti loro non avevano nessuna prospettiva per il futuro. Avevano il loro presente. Nessun progetto per il domani, né speranza di farne. Dovevano vivere, nel presente.

La logica conseguenza cui arrivammo fu che in effetti il futuro è un lusso.

Anche oggi, milioni di giovani nostri coetanei e contemporanei vivono lavorando e pensando solo al presente. “Sopravvivono”, potremmo dire.
Non occorre andare dai bambini africani, dagli operai cinesi per rendersene conto: basta pensare agli stessi ricercatori “precari” delle università italiane, che in fondo sono ancora discretamente fortunati, potremmo allora pensare agli operai italiani o ai CO.CO.CO.

Il futuro è un lusso, uno può pensare al futuro, fare sogni e progetti solo quando il presente non gli occupa interamente tempo, testa ed energie (in questo torna comoda la citazione precedente di Paul Valéry). Solo quando è sufficientemente benestante da estraniarsi un momento dalla quotidianità, dall’immediatezza, dai problemi più impellenti.
Per questo, occorre  un minimo di agiatezza. Pensare stesso è un lusso! Possiamo forse pretendere che un operaio dopo otto ore di catena di montaggio vada a casa la sera per commentare il Codice Civile, oppure per rileggere Kant? Non possiamo. Per quanto magari qualcuno ci sia, ed a lui vanno tutte le nostre lodi, è un caso eccezionale, un nobilissimo esempio di sacrificio ed impegno verso l’ignoto…

La nostra precarietà di giovani (per i vecchi è diverso, mi pare) potrebbe quindi non essere altro che un ritorno a pratiche secolari: vivere giorno per giorno. Senza fare progetti. (Che poi, per tanti è stata una lezione da predicare a lungo).
Oh, non dico che sia una bella cosa: io di progetti ne ho fin troppi, e non ho intenzione di smettere di farne. Auguro a tutti di far progetti e vederli realizzati, è una cosa bellissima. Una soddisfazione indescrivibile.
Ma in fondo devo riconoscere che siamo stati dei privilegiati a poter fare questi progetti: questa è stata una conquista del benessere (e della modernità) di massa che solo da poco si è diffuso e tuttora solo per relativamente pochi.
(200 anni fa solo il figlio di un lord poteva fare progetti, poteva immaginarsi un futuro. Agli altri cosa rimaneva? Rimaneva una vita regolata secondo i canoni vecchi di secoli di tradizioni sociali, religiose, economiche- vedere Barry Lindon)

In conclusione, la precarietà che tanto ci spaventa e viviamo come un fenomeno mai sperimentato prima nella storia, potrà anche avere aspetti peculiari (“moderni”!), ma le sue conseguenze sono antiche. Sono un ritorno a stili di vita che per secoli hanno dominato le esistenze umane. Stili non desiderabili, ma forse solo perchè ci siamo abituati bene.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “cercando il futuro

  1. in effetti ci siamo abituati bene, qualcuno dimentica che oggi i lavori piu duri e umili, sono disprezzati dalla maggior parte degli italiani, i giovani preferiscono starsene a casa a spese dei genitori, piuttosto che andare fare lavori ritenuti poco consoni al loro titolo di studio…
    e poi, vivere alla giornata, ti mette nella condizione di sperare che domani sia meglio di oggi, no???
    buon weekend

  2. forse l’operaio della Fiat, che forse veniva dalla campagna o dal Meridione, aveva un suo sogno, quello di migliorare la sua condizione economica (anche se solo dopo abbiamo capito il prezzo dell’dell’abbandono delle campagne e dell’inurbamento..), ma erano gli anni del boom economico, delle utilitarie e degli elettrodemestici per tutte o quasi le famiglie. I tempi cambiano, e pure troppo rapidamente secondo me! i Muri sono crollati, la Cina è sempre più vicina ( comunque sfruttamento e inquinamento si allargano pure lì) la nevrotizzazione cittadina incalza.. io credo sia non solo necessario ma indispensabile cambiare il nostro tipo di “sogno”..

  3. Comunque caro Red, noi personalmente siamo precari ma fino ad un certo punto, stiamo all’incirca lavorando nel settore per cui abbiamo studiato. Purtroppo un sistema medioevale di accesso alla professione ci sta un po’ rovinando questo periodo ma siamo comunque abbastanza “fortunati” (ovviamente non potremmo fare questa strada senza un minimo supporto della famiglia di origine, almeno come garanzia).

    Chi veramente è “nelle curve” sono tutti quei laureati (e non solo di corsi minori, come scienze della comunicazione ma anche architetti, psicologi etc…) che non riescono a lavorare nel loro settore, nemmeno sottopagati. Capisco che lì la frustrazione possa raggiungere le stelle… a quel punto l’unica strada, penso, è quella dell’emigrazione ma occorre molto coraggio…

    Concordo sul paragone con le generazioni precedenti…

  4. @ luigi: Sicuramente c’è anche questo aspetto, che ho denunciato nel post. Ma è altrettanto vero che mancano condizioni strutturali per permettere ai giovani di programmare il loro futuro.
    Vivere alla giornata permette di sperare che il domani sia meglio di oggi? Premetto che sono in sintonia con Camus quando scrive che “la speranza equivale alla rassegnazione e vivere non è rassegnarsi”: non dobbiamo “sperare” domani sia meglio, dobbiamo fare sì che lo sia. Ma anche tralasciando digressioni filosofiche, l’idea mi convince poco: una simile speranza implica la capacità di porsi in una prospettiva temporale, cosa che secondo me la precarietà e la “sopravvivenza” (intesa come vivere nel presente) non consentono.

    @ giovanotta: Sicuramente anche l’operaio della FIAT sognava di migliorare la propria condizione economica, ma sempre su cose che richiedevano una “prospettiva alla giornata”, ma forse mi sbaglio.
    Comunque, sono d’accordo con te: è indispensabile ripensare al nostro modello di “sogni”, di vedere il futuro: certi standard non sono più sostenibili ed i modelli di vita ad essi connessi non sono più attuali.
    Hai ragione: la società è cambiata rapidamente dal boom economico mentre noi per mentalità ed istituzioni siamo rimasti fermi (vedere il dibattito sull’art. 18 St. Lav) e ci troviamo ad affrontare come “precarietà” ciò che avremmo potuto vivere come “flessibili opportunità”.

    @ Bruno: senza dubbio noi siamo fortunati. Ci macherebbe, lamentarsi (per quanto legittimo ed in certa misura giustificato: come dici, per l’accesso alla professione) potrebbe essere esagerato.
    In fin dei conti, noi un futuro possiamo immaginarcelo.
    Diversa, come scrivi, è la situazione per tanti altri.

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