Parigi al cubo

Torno da un gradevole fine settimana a Parigi per vedermi con un amico rugbyman l’onorevole sconfitta dell’Italia contro la Francia.
Sconfitta, ma pur sempre onorevole perchè maturata giocando con coraggio seppure pagando sempre i soliti errori…

Comunque, Parigi mi ha dato spunti interessanti su cui riflettere.

1) Comincio dal primo, una simpatica battuta sulle colonizzazioni: è peggio essere colonizzati dagli Italiani o dai Portoghesi? Bhè, almeno gli italiani hanno avuto poche colonie… (Somali, Etiopia, Eritrea contro Timor Est, Brasile, Mozambico, Angola…)

 2) Dibattito transnazionale sui sistemi elettorali: un amico australiano trapiantato in Francia mi illustrava i vantaggi del sistema australiano che a suo dire condensava in un solo turno i pregi del doppio turno francese (lazy australians). Anzichè richiamare i cittadini alle urne per un ballottaggio, il sistema australiano (ed irlandese) prevede che gli elettori marchino una prima, seconda, terza, ennesima scelta coi loro voti. Se la prima scelta raggiunge la maggioranza assoluta, è eletto. Altrimenti si procede alla ripartizione dei voti dei candidati ormai esclusi perchè con il mino numero di voti alle seconde scelte, alle terze e così via (ovviamente secondo l’ordine del singolo votante) sino a che non si raggiunga una maggioranza.

3) Un drapeau francese non vale mai quanto una bandiera di ogni altra nazione al mondo (forse, appena, gli USA)… la bandiera della Republique trasmette un nazionalismo, un orgoglio nazionale impareggiabile. Eppure, senza quella carica di disprezzo verso gli altri popoli o Stati. E’ un orgoglio istituzionale. Fondato profondamente sull’armée (basta pensare ai versi della “Marigliese”….)

4) Entra Harinordoquy per il XV bleu contro l’Italia, “il padre o il figlio?” domanda un tifoso dietro di me…

5) Parigi mi opprime. Impressione che avevo già avuto due anni fa, nella prima brevissima visita che vi feci dopo quasi 10 anni. Mi opprime: sento attorno a me una presenza costante, incessante, di superiorità in ogni campo, in ogni ambito. Presenza esercitata dalla città intera: nell’arte, nel lusso, nel benessere, nella cultura, nello sport, nella nazione, nella storia, nell’etica, nella ricerca, nella memoria, nella politica… ogni cosa a Parigi (e solo a Parigi: tale oppressione non si sente in altre città francesi) trasuda superiorità. E’ praticamente invivibile per chi non vi è nato o vi si è ambientato rapidamente. Parigi non è una città per secondi classificati.
E’ come se ovunque si sentisse questa superiorità che spinge verso l’alto, verso l’eccellenza, ma non lascia respiro.
Inizialmente pensavo fosse il troppo da vedere, da fare, da ammirare, da scoprire, da conoscere che mi metteva in difficoltà. Oggi mi correggo, è un troppo ben specifico: è la troppa perfezione. Incessante.

6) Le Galleries Lafayette sono un pò il suk dell’Occidente.

7) Parigi, come sempre, invasa dagli italiani. Per ben due volte dei connazionali mi hanno rivolto la parola: la prima in inglese, la seconda in francese. Secondo voi ho pensato per un solo istante di sconfessarmi come italiano? Manco morto! Non per spocchia, ma il gusto di passare così bene per straniero mi piaceva troppo…

8) Sul bus per l’aeroporto chiacchieravo con un bengalese, penso volasse a Manchester, attorno a me non sentivo altro che dialetto veneto. Cos’è peggio, restare “provinciali” e mantenere la propria identità o essere cosmopoliti dimenticandosi da dove si viene (e forse un pò anche chi si è)?


consiglio per le visite: Musée du Quai Branly con la sua collezione etnografica dai 5 continenti

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

11 thoughts on “Parigi al cubo

  1. Parigi è il simbolo della grandeur francese (io preferisco chiamarla spocchia). Personalmente preferisco e mi trovo meglio a Londra… sarà che son cresciuto con il cinema e la musica anglosassone, che ho da sempre studiato l’inglese, ma la sento più familiare e vivibile.

    Il metodo australiano è fantastico! Ecco perchè non lo adotteremo mai! 😉

  2. Già ero indeciso se andarci mai a Parigi, ora dopo questa recensione penso che ci andrò solo quando non avrò niente di meglio di fare. L’hanno talmente osannata nei film, nelle pubblicità, insomma ovunque che mi hanno tolto il fascino della scoperta. Me l’hanno spoilerata fino alla nausea!
    Per tentare di rispondere alla tua domanda, secondo me bisogna imparare a mediare provincialisimo e cosmopolitismo. Ovvero stare bene negli ambienti multiculturali e variegati, ma non dimenticare la nostra identità culturale. Il che significa nè sbandierarla nè svilirla,solo esserne coscienti.

  3. …urca! è la prima volta che sento parlare così di Parigi! Sarà che sin dalla più tenera età mi sono abituato al suo ritmo sincopato e a dir poco logorante (metrò, boulot, dodo … ), sarà che quando gironzolo senza meta sono a mio agio come se fosse casa mia; sarà che sono mezzo parigino (lato madre) per cui gioco in casa … 🙂

    Pure io ho l’abitudine di rispondere in francese alle domande poste da turisti italiani. Anzi, adotto la cadenza stretta di Parigi e mi capita pure di dire ” j’ne comprends pas, j’ne comprends pas” quando mi parlano in italiano…un vero bastardo dentro! 😀

    Ritorno dopo per altre mie considerazioni.

  4. ma noo, dai!.. hai dimenticato la Senna, gli Impressionisti, il Moulin Rouge, i croissants e le baguettes, il cinema francese, alcune canzoni francesi, il Métro ! ecc ecc. 🙂
    veramente io ci sono stata parecchi anni fa, magari qualcosa nel frattempo è cambiato, comunque nei confronti dei francesi non ho un senso di inferiorità (se non fosse per le figuracce che ci ha fatto fare B. ma quelle sono a livello universale..), avrei più problemi con i tedeschi.. vedi come soggettivi i gusti?
    ciao

  5. p.s. sempre in tema di soggettività, sono stata qualche giorno in Spagna e al mercato – ripeto mercato – i venditori di alcuni banchi sentendo l’accento italiano “oohh che bella l’Italia.. e poi buona cucina.. belle ragazze!” e un altro “se non fosse che avete troppi preti..;). Per dire, abbiamo o noi qualcosa di buono pure noi?
    Ora se riusciamo a far dimenticare gli anni di B. siamo a cavallo..

  6. credo di dovermi spiegare meglio: Parigi è una città magnifica, merita senza dubbio una lunga visita (forse, merita una vita). C’è molto da fare, vedere, visitare, conoscere, scoprire ed è godibilissima nei suoi luoghi (brasserie, quais lungo-Senna).
    Nè ho un particolare senso di inferiorità verso i francesi: è proprio Parigi. A Lyon non avevo affatto tale sensazione, come non la sentivo a Roma, Madrid, Berlin, Buenos Aires, Hanoi…
    Parigi è un concentrato di qualità superlative, una raccolta interminabile di prestigio, celebrità, onore della Republique (e tutto quello che aggiungi, Giovanotta, non fa che accentuare la sensazione). Ecco, questa concentrazione incessante mi mette in difficoltà. Sensazione personale.
    Penso pure di potermi ambientare a Parigi, ma a condizione di perdere tale sensazione: forse vivendovi per un pò di tempo, imparando ad ignorare tutto ciò… Ecco perchè non mi stupisce la tua risposta, Olivier.
    Torquitax: forse l’immagine ne è inflazionata, ma ti assicuro che merita.
    RW: Londra mi manca…. spero di colmare presto il vuoto.

    Sull’identità: credo tu abbia ragione, Torquitax. Ma è difficile capire dove sia il limite fra le due cose. Essere personalmente coscienti della propria identità pare fattibile, ma è “esercitarla” in modo equilibrato il difficile. Per esempio, scegliendo la lingua con cui parlare…
    Personalmente, detesto trovare connazionali all’estero (a parte i rarissimi, magnifici, casi in cui ci si scopre e si incontrano bellissime persone), quindi anche per essere stronzissimo rispondo sempre in lingue straniere.
    Giovanotta: ma nei mercati noi italiani siamo conosciutissimi!! (Phnom Penh, Ho Chi Minh City, Istanbul….) abbiamo un’ottima fama, considerando quanto giriamo per il mondo

  7. molto belle queste impressioni, e non credo di essere guidato dal mio sviscerato amore per i racconti di viaggio.

    non fossi così stanco da una giornata di lavoro duro, direi anche qualcosa di più.

    per esempio: analogie e differenze fra Parigi e Berlino, tutte e due grandiose, ma solo Parigi perfetta…

  8. Non sono mai stato a Parigi ma queste impressioni mi affascinano molto.

    Deve essere assolutamente la meta di un prossimo viaggio, anche un weekend, visto che ormai il tempo per girovagare è sempre meno…

  9. In effetti anche io quando vedo degli italiani in terra straniera cerco di nascondermi, non per spocchia maperchè amo stare da solo quando viaggio e non fare comitiva e comunella con i miei paesani. Sul fatto che Parigi sia oppressiva non lo so ci manco da troppo tempo, avevo 12 o giu di lì, dovrei tornarci, certo che i Francesi sono spocchiosi per natura, quindi non mi sorprende…

  10. @ bortocal: con me e Berlino apri un argomento pericoloso (la capitale tedesca mi affascina e mi piace tantissimo, la trovo anche più perfetta di Parigi)

    @ bruno: io erano anni che non andavo a Parigi, era praticamente una prima volta (c’ero stato coi miei quando avevo 12 anni e poi una breve tappa l’anno scorso), devo riconoscere che merita senza dubbio.

    @ mosieurverdoux: non credo che l’ “oppressività” di Parigi dipenda dalla spocchia dei francesci, penserei piuttosto al contrario. la loro spocchia potrebbe essere giustificata dalla “grand eure” che persiste nella capitale

  11. Pingback: Di elezioni: quale legge elettorale | I discutibili

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