atto e potenza

“Una montagna di ricordi non varrà mai una sola speranza”  ha scritto Charles Schulz, l’autore dei Peanuts.

Questo pensiero mi riporta negli ultimi giorni ad una riflessione su “atto” e “potenza”: essere qualcosa o poter diventare qualcosa. Molte cose, in realtà.
A meno di non credere che ciascun oggetto, ciascuno di noi ha già un destino segnato sin dalla sua origine, dovremmo riconoscere che all’inizio abbiamo potenzialità infinite. Per farla molto semplice, a 5 anni abbiamo praticamente le stesse chances di divenire un operaio, un chimico od un calciatore di serie A. Praticamente, anche se poi dovremmo considerare tutta una serie di elementi ambientali pre-esistenti alla nostra nascita (un pò il tema di questo post di allegriadinubifragi).
Potrei aggiungere che anche questo è un effetto della modernità, come accennavo qui, ma questo aspetto è secondario se non per il fatto che lo Stato si è fatto, teoricamente, carico di garantire quanto più possibile questa “parità di chances”. Ovvio che il figlio di un miliardario avrà qualche possibilità in più di andare ad Harvard, ma teoricamente anche il figlio di un operaio ne ha almeno una.

E’ intuitivo come più avanti andiamo nel tempo, più definiamo noi stessi tramite le nostre azioni che divengono progressivamente il nostro passato, più limitiamo le nostre potenzialità.
Ci diamo un’identità sempre più definita. Potrei azzardare che solo con la morte diventiamo veramente noi stessi: nell’istante in cui spiriamo, compiamo tutte le nostre potenzialità, le esauriamo e ci realizziamo al massimo grado.

Questo discorso vale ovviamente anche in contesti molto minori, ed è qui che voglio arrivare per porre la mia domanda: è meglio l’atto o la potenza? Ovviamente di fronte alla riflessione sulla morte viene da rispondere “la potenza”! senza alcun tentennamento.
Però ad un minimo di riflessione converremo senza problemi che una certa dose di “atto” e qualche potenzialità in meno non sono un male: avere un’identità almeno in parte definita è necessario.
Ma accennavo a situazioni, contesti, minori. Situazioni che ultimamente sto vivendo molto spesso: inviare una candidatura ad un’università straniera, fare un colloquio di lavoro, spedire un curriculum, persino scrivere un atto di citazione per una causa… Tutte queste azioni esprimono e mettono in vita delle possibilità, sono tentativi di attuare il nostro potenziale.
La sentenza, per restare sull’esempio, è invece l’ “atto” pieno e compiuto. Quello che mette il punto, che decreta la fine, la realizzazione ultima delle possibilità messe in moto.
Meglio un’indefinita possibilità od una definita certezza? Meglio quel momento ancora aperto ad ogni soluzione o la sicurezza della conclusione? In pratica, meglio i dubbi che ci attanagliano dopo un colloquio di lavoro o la risposta che ce ne comunica l’esito?
Mi sembra che questo fosse, almeno in parte, anche l’oggetto del romanzo di Kundera “l’insostenibile leggerezza dell’essere” in qualche modo lambisce pure quello di Sartre “l’età della ragione” (sicuramente riguarda Pirandello, ma sarebbe troppo facile!).

Viviamo situazioni del genere ogni giorno: ci sono giorni in cui affrontiamo il mondo lanciandogli mille sfide della possibilità, giorni in cui l’incertezza dell’indefinito ci afferra e ci blocca, giorni in cui le risposte negative persino ci tolgono la forza di ri-cominciare.

Cosa preferiamo?

Senza dubbio la preferenza è dettata da inclinazioni personali: la certezza (anche se negativa e sfavorevole) piuttosto che l’incertezza (con tutte le possibilità che apre).
Senza dubbio, inoltre, sono situazioni cariche di grandissimi aspetti psicologici ed emozionali.
Insomma, anche stavolta io non ho risposte.
Mi limito solo a constatare come circostanze relativamente piccole, quotidiane, sono una finestra su enormi domande filosofiche.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “atto e potenza

  1. no, non credo che “dovremmo riconoscere che all’inizio abbiamo potenzialità infinite”, credo che siamo abbastanza determinati sin dall’inizio.

    credo che “dovremmo riconoscere che all’inizio abbiamo potenzialità che non si sanno riconoscere”, ma questo non basta a renderle infinite.

    ho in questo momento due nipotini, uno di quasi due anni e uno di un mese: Ettore, il primo, adora la lettura naturalmente come ascoltatore (vive senza televisione, per scelta di mio figlio e di sua moglie), questo sta già creando attorno a lui una delimitazione di possibilità, che non saranno mai uguali a quello di un suo coetaneo in Somalia, e comincio a dubitare se potrà mai diventare un grande calciatore.

    nel caso di Martin, tutto appare a noi ancora ampiamente indeterminato, per il momento possiamo solo dire che ha coliche un poco più frequenti di suo fratello alla stesa età; eppure crescerà nello stesso contesto, che ritaglierà attorno a lui insensibilmente una selezione simile di forme di autorealizzazione.

    anche senza dovere scegliere tra opzioni infinitie, il numero delle possibilità rimane comunque egualmente abbastanza elevato per dare sostanza a tutto il discorso che fai.

    sliding doors, ma la teoria della “parità di chances” è ideologica.

    questo non toglie che non si debba cercare di diminuire le differenze.

  2. Difficile dare una risposta a domande del genere… è meglio un indefinita possibilità od una definita certezza? La potenzialità o l’atto? Visto che l’atto è il punto di arrivo e che le potenzialità vengono espresse per arrivare a quel traguardo, verrebbe da dire che la cosa più importante è l’atto. Specie poi in una società come la nostra che vive di precarietà, in cui le potenzialità sono difficilmente esprimibili nella loro pienezza.

  3. @ bortocal: Mi rendo conto che l’affermazione è forte, infatti ho dovuto contestualizzarla nel periodo successivo quando ho portato l’esempio di Harvard.
    Sicuramente esistono dei condizionamenti che pre-esistono a noi e che in diversi modi già influenzano o determinano le nostre potenzialità. E sicuramente questi condizionamenti dipendono in larga misura dalla disponibilità economica.
    Ma il punto vero della riflessione è che in teoria le potenzialità iniziali hanno margini amplissimi e non orientati: calciatore, scienziato, politico, architetto… Solo procedendo con la vita diamo un orientamento a tali potenzialità, privilegiandone alcune ed escludendone altre. Attualizzando alcune possibilità, ne sopprimiamo altre.

    Comunque, molto interessante il riferimento che fai: se si accetta una “teoria del caso”, la parità di chances assume un valore completamente diverso. Io non direi ideologico, ma molto più limitato: bisognerebbe garantire una parità il più alta possibile ma per un tempo assai limitato.

    @ RW: E’ anche vero che l’atto, come punto d’arrivo, esclude tutte le altre possibilità.
    Vero è che l’attuale situazione di “precarietà” rende più difficile realizzare le nostre possibilità, il che in definitiva significa che è più difficile giungere all’atto compiuto. Allora sì, dovremmo concludere che questo ne aumenta il valore.

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