ritorno a Trento

In realtà non è trascorso moltissimo tempo da quando vi sono stato l’ultima volta (era ottobre 2011), ma in questo ritorno a Trento sembra sia passata un’eternità.
E’ un ritorno che in qualche modo mette tristezza, tanto di quello che una volta c’era (quando vi studiavo) ora non c’è più.
Soprattutto tanti.
Credevo che la diversa circostanza avrebbe alleggerito questo viaggio di ritorno in quella che per cinque anni è stata “casa”, nei cinque anni forse più significativi della vita di tanti giovani: quelli dell’università.
Invece è valso a poco: già intravedendo i profili, inconfondibili, degli edifici che approcciano la stazione è salita la tristezza. Tristezza esplosa una volta sceso per raggiungere l’appartamento dove gli ex coinquilini mi ospitano.
In realtà sento bene che non è “nostalgia”: non ho voglia di tornare a vivere qui, a rifare quanto facevo.
Sento di essere diverso rispetto a quegli anni, e tornare a quanto facevo allora mi parebbe anacronistico.
Sento che il tempo è passato.
Ma di fatto non avrei neppure la spinta a tornare qui per fare quanto adesso sto facendo altrove.
O altro ancora.
Forse perchè troppi di coloro che mi era familiare vedere non ci sono comunque più.

Io sono cambiato, Trento è cambiata ma in fondo è rimasta la stessa.
Credevo di essere rimasto lo stesso anche io.
Ma a questo punto è poi vero?
In qualche modo sì.
Ma solo in qualche modo, per la maggior parte devo rispondere di no.
Io resto “io”, nonostante tutte le esperienze, i viaggi, le conoscenze, il tempo, sono convinto che il nucleo essenziale della mia identità sia identico a quello di quando ero studente all’università.
Ma se la città è rimasta la stessa, io sono rimasto lo stesso, cosa è cambiato?
Il tempo è cambiato. Il contesto.

Come se in qualche modo la città non avesse più nulla da offrirmi.
Come se questo luogo appartenesse ad altri. O questo tempo (o questo tempo in questo luogo).
Come se le esperienze spettassero ora ad altri.
Come se fossi estraneo. In un posto che per tanti anni è stato “casa”.
La sensazione di essere fuori posto.
Sarà forse per l’età dei nuovi studenti. Troppo giovani rispetto a me,
ma di quel “troppo giovani” non mitigato da una distanza generazionale che me li faccia vedere e vivere con distacco.
Troppo giovani, eppure ancora troppo prossimi da sentire la recente identificazione con loro.
Identificazione passata.
Posso andare a bar con loro, giocare a carte, scherzare sulle ragazze.
Ma sento quei cinque-sei anni che mi separano da loro come un abisso.
Un’altra epoca. Un’altra età.
E scommetterei che in fondo lo sentono anche loro, pure se non gli pesa affatto.

Insomma, solo essere di nuovo in questo luogo -dopo un intervallo abbastanza lungo da cominciare “una nuova vita”, mi mette a disagio.
Mi mette a confronto con un ricordo ancora troppo vivido di quanto è stato (e di quanto non è stato).
Un ricordo ancora così prossimo da farmi credere di poterlo afferrare e torcere.
Ma abbastanza distaccato da non lasciarmi dubbi sul fatto di essere definitivamente passato.

Scrivo a mezzanotte, con una bottiglia di rosso in corpo che forse incide nei miei giudizi.
Ma no, non è stata una grande idea tornare….

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “ritorno a Trento

  1. Io trovo invece che il ritorno da questo lato sia salutare. Coltivando il ricordo si finisce per spacciare il passato “meraviglioso” come antitesi del presente incerto. Tornare, capire che il ricordo é quello che é, prendere coscienza di cosa siamo diventati nel frattempo ci da l´opportunitá di guardare avanti invece che indietro, accogliere le sfide dell´attimo presente. Quindi bisogna tornare in certi luoghi per dire a noi stessi “questo tempo é passato e fará sempre parte di me, ora so che é finito, meglio che mi concentri sul presente”. Ecco, tutto qui. Non é facile e da un lato nemmeno bello perché la consapevolezza rischia di guastare il ricordo splendente che avevamo. Tutto sta nell´accettazione. Di ció che é stato, di ció che é e di quello che, grazie al passato, siamo ora.

  2. capisco perfettamente questa nostalgia per il passato universitario, nostalgia che, come giustamente sottolinei, non significa voler ritornare indietro e rifare percorsi simili.

    Io rimpiango soprattutto una certa spensieratezza, clamorosa nei periodi lontano dagli esami…

    Vivo nella città dove ho fatto parte dell’università e qui ci sono quasi tutti

  3. @ viga: sicuramente, ma ci tocca constatare che il tempo per gli originali è finito…

    @ allegria di nubifragi: premetto che qui non si tratta di reinstaurare in ricordo, il ritorno è di pura circostanza. E il fatto seccante è che questo sentimento è richiamato alla mente anche da una visita “toccata e fuga”: insomma, il passato rincorre a afferra, ingabbiandolo, anche il presente.

    @ torquitax: coltivare il ricordo va bene, è riviverlo (senza volerlo) che crea qualche problema. Forse la cosa più seccante è proprio il confronto col presente, non troppo entusiasmante….

    @ Bruno: per te la situazione deve essere veramente diversa, essendo ancora a Genova. Non saprei se più semplice o più complesso.
    Senza dubbio a me la cesura geografica non ha propriamente aiutato. Almeno non nel momento del ritorno.

  4. non cercarci dentro dei significati, redpoz. Ti manca la gioventù, ti rendi conto che la gioventù protratta dei “giovani” trent-quarantenni è una pagliacciata… Ti rendi conto che una parte di te è perduta per sempre. Quello che senti è il lutto di quello che sei stato. Ha un valore enorme, ma non ci sono significati.

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