sentimentologia del rugby 2, un anno dopo

Circa un anno fa, all’indomani della mia ultima partita a rugby con lequipe de l’ENS Lyon ho scritto un post nel quale facevo l’analisi dei sentimenti che un giocatore prova alla fine di un partita, di quello che provava prima di entrare in campo, di quello che provava durante la partita.
Credo che il rugby amplifichi moltissimo i nostri sentimenti più intimi, perchè è uno sport duro che ci mette a confronto con situazioni dure, dalle quali sappiamo di poter uscire “male” e perchè è uno sport totalmente di squadra, nel quale si sente tutto il peso e la responsabilità di dover giocare coi compagni, dare il 100% per i compagni. Perchè in fondo si è un pò brothers in arms, un pò banda di fratelli, un pò compagnons.

Il post che scrissi un anno fa

Ora, mi ritrovo nuovamente a giocare un partita. Un’amichevole, con una squadra ancora tutta da plasmare. Una squadra verso la quale, se possibile, sento una responsabilità ancora maggiore: perchè se non sono cambiate le mie qualità di giocatore modesto, è cambiato il mio rapporto coi compagni.
Quindi, di nuovo, devo correre anche se non ho fiato neppure per sputare l’anima; devo placcare anche se ho il terrore del tir che mi viene incontro; devo dare sostegno senza pretendere di ricever palla; devo andare all’impatto come non ci fosse domani; devo proteggere il pallone come ne andasse della mia vita. O della loro.
E’ un peso non da poco.

Ma la cosa bella di uno sport come il rugby è che, per quanto minuscola, ogni partita è un’occasione di riscatto.
Così, scrivendo ora un paio di giorni prima di questa nuova partita e con tutti i buoni propositi di giocare una buona partita, penso e mi illudo che potrà essere una buona partita. Ma siamo due giorni prima, solo il campo sarà giudice dei nostri propositi.

***

Adesso posso parlarne con la certezza di averla giocata, di aver calcato il campo, di essere andato al placcaggio, di essere stato affianco dei compagni quando avevano bisogno di supporto, di aver protetto il pallone ogni volta che serviva.
Insomma, adesso scrivo avendola giocata questa partita.
Forse non ho fatto una partita straordinaria, ma di certo non sono uscito dal campo con la maglietta immacolata. Il mio contributo l’ho dato, ho messo il mio sacrificio.

Uscito dal campo ho guardato negli occhi i miei compagni e ci siamo potuti dire francamente “buona partita”, ho potuto stringere la mano agli avversari senza vergogna, ho potuto bermi la mia birra sapendo di essermela guadagnata.

Queste sono le belle sensazioni che regala il rugby.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “sentimentologia del rugby 2, un anno dopo

  1. profonda stima. Sempre adorato il rugby, ma non ho il fisico. Centometrista del tipo magro, muscoli sì, ma niente massa e niente statura… peccato, ti invidio molto.

  2. @ ilsonnambulo: intanto mai, dico MAI, dire “giocatore di rugby”: qui siamo rugbisti, o al più “rugbyman”.
    Non è detto che le birre siano meritate: uno deve guadagnarsele sul campo, con la giusta dose di sudore, fango e (speriamo poco) sangue. Sembra retorica, ma è così: i giocatori che escono dal campo con la maglia linda si vedono subito….

    @ intesomale: se mi vedessi, non crederesti mai che gioco a rugby. Peso sì e no 65 kg….. diciamo semplicemente che tutto sta nell’adattarsi, allenarsi e saper trovare la posizione giusta in cui giocare.
    Fidati: se ti piace, prova!
    Per dirti, la sera dell’amichevole sono arrivato lì e la squadra avversaria era composta da panzoni giganteschi. Ovviamente, ho subito lanciato la sfida da vero guascone e sono persino riuscito a fare un paio di buoni placcaggi. Alla fine uno dei panzoni mi ha anche fatto i complimenti… Son soddisfazioni!

  3. mah, il fatto è che passato l’entusiasmo adolescenziale, mi sono accorto di essere un lupo solitario, non mi trovo bene nelle squadre… però del rugby mi affascina l’immediata richiesta di coraggio, che in altri sport manca…

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