cercando i limiti di facebook

Nuove entusiasmanti notizie sul fronte digitale arrivano dagli Stati Uniti.
La notizia, riportata da Corriere.it è semplicissima: sempre più scuole, college, squadre sportive e datori di lavoro chiedono durante il colloquio per l’ammissione/ assunzione userID e password del proprio account nel social network più diffuso al mondo, o almeno di mostrare il proprio profilo durante il colloquio stesso.
In passato si era adottato anche l’obbligo di inserire fra i propri amici il coach, il preside o il proprio capo a lavoro. Ma  sempre più studenti e dipendenti si rifiutavano.

La pratica ha già suscitato diverse reazioni da parte dell’Unione per le Libertà Civili ed ha causato anche qualche grana legale all’University of Carolina (che l’aveva imposta per gli atleti della squadra di football), ritenendo che violi il I Emendamento della Costituzione Americana.

Non vi farò il resoconto dei fatti, che trovate già ben spiegati nell’edizione on-line del quotidiano italiano, però azzardo al mio solito una riflessione in proposito: ho sempre interpretato il concetto di social network con un significato ben preciso, ovvero di trasposizione digitale della nostra rete di contatti nella vita reale. Il “tessuto sociale” nel quale interagiamo.
Come nella realtà siamo più o meno connessi a determinate persone, per ragioni di affinità personale o professionali, e scegliamo di aprirci e legarci piuttosto verso le une che verso le altre, sino a integrare nelle nostre relazioni quotidiane gli amici più stretti ed escludere altri; così credo dovrebbe avvenire nella rete. Come nella vita “reale” (e sarebbe opportuno discutere cosa significhi esattamente e dove si situi il discrimine), partecipiamo a più “sottosistemi sociali” (vedi Luhmann: lavoro, religione, amici, sport, famiglia, clubs…) e possiamo condividere con ciascuno di essi soltanto una parte della nostra identità, del nostro agire e dei nostri pensieri; così dovrebbe poter essere nel mondo digitale.
Purtroppo fino ad oggi nel mondo digitale-è una tendenza che sta lentamente cambiando anche in Facebook- l’opzione era secca: dentro  o fuori. O si accetta l’ “amicizia” di qualcuno, consentendogli un pressochè illimitato accesso alle nostre attività e pensieri, o la si doveva negare in toto. Ovviamente esistevano alcuni strumenti per regolare tale accesso, ma in facebook non erano particolarmente conosciuti e facili da gestire.

La sintesi, a mio avviso, è molto semplice: l’obbligo che sta prendendo piede in America è incostituzionale e viola le nostre libertà personali. Perchè posso avere pieno diritto di non dire al mio capo o al mio allenatore come la penso riguardo alcuni temi (specialmente se sono temi sensibili, come religione o politica, sui quali facilmente ci confidiamo ad amici o solleviamo discussioni fra conoscenti, anche in rete); addirittura possiamo in privato criticare il capo, senza essere obbligati a dirglielo in faccia: sono sfere sociali diverse.
La confusione che “mostrare i profili” implica ed alimenta mi preoccupa seriamente: è l’ennesimo passo verso una totale “pubblicizzazione”, esposizione al pubblico, della nostra sfera privata.
Posso ancora capire  che i datori di lavoro facciano una ricerca digitale sui candidati: in fin dei conti non è che un aggiornamento delle referenze -esteso e facilitato dagli strumenti telematici-, ma certamente non accetto che si arrivi ad un obbligo di “discosure”.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “cercando i limiti di facebook

  1. Diciamo che i social network possono essere una strada fin troppo facile per avere un’idea più precisa di qual’è la personalità di chi mi si trova davanti per un colloquio di lavoro. Ovviamente la penso come te, non ritengo cioè che sia lecito (o persino legale) farsi dare l’accesso al profilo di Facebook, per capire più agevolmente chi è tizio o caio. Del resto, un selezionatore del personale realmente in gamba, ha sempre fatto a meno di scorciatoie del genere, e non vedo proprio perchè le cose debbano cambiare adesso…

  2. Avere i propri colleghi di lavoro e il proprio capo sui contatti di Facebook mi pare demenziale !

    Chissà come sarà fra qualche anno questo fenomeno…

  3. @ RW: fin troppo facile!

    @ bruno: sottoscrivo il tuo demenziale, vedremo come evolve la situazione….

    @ ilsonnambulo: vero anche questo, ma mi pare semmai un’aggravante, visto che chi scrive nei social network deve assumersi la responsabilità delle proprie parole (interessante in proposito un caso della giurisprudenza francese in cui dei dipendenti sono stati licenziati per “denigrazione dell’impresa” per via di alcuni commenti ‘aperti a tutti’ in facebook).

    @ Brian: sure I won’t “get over it”. Non così facilmente almeno: posso capire alcune limitazioni, giustificate, alla privacy. Ma non tollero invasioni così estese, ingiustificate e forzate.

  4. Il punto è se – e come – Faceboook sia una ‘nostra emanazione’; qualche tempo fa litigai con un’amica su FB per aver postato una battuta molto sessista; ci misi parecchio a farle capire che, proprio perché affatto sessista, mi potevo in un certo senso ‘permettere’ di postare certe battute… Il punto è quello: non siamo FB, o almeno lo siamo solo in parte, così come non siamo solo ciò che scriviamo nei blog… Che poi, si sa, la distanza trai l’io virtuale e internettaro e l’io ‘reale’ può anche essere abissale, dipende dai casi; mi pare quindi paradossale che i datori di lavoro siano diventati preda di questa ‘ossessione del controllo’: cosa sperano di ottenere, scrutando i ‘profili’? La cosa che lascia basiti è questa: si ha come l’impressione che per questi il controllo del profilo di FB equivalga un pò a mettere le telecamere in casa del dipendente, ci fosse una legge che lo permettesse, immagino che ci metterebbero poco ad approfittarne…

  5. @ intesomale: già, “the ultimate instrument of democracy”. Come se una partecipazione mediata dall’anonimato della rete potesse corrispondere a quella reale in cui ci si espone chiaramente….

    @ Marcello: Credo che i datori di lavoro in genere siano sempre stati ossessionati dal controllo, solo non potevano esercitarlo con la stessa facilità e pressione che hanno ora per tramite della rete. Chi mai si sarebbe sognato di controllare i tuoi discorsi con gli amici? (certo, ben diverso sarebbe stato se un dipendente avesse pubblicato un volantino…).
    Cosa sperano di ottenere? Qualsiasi cosa. Prima di tutto sperano di ottenere l’insicurezza e l’autocensura dei dipendenti, il compattarsi dei ranghi.
    Secondo me in qualche modo l’eguaglianza che proponi è fondata. E ammettere telecamere in casa è per me inamissibile.
    Torno però sul primo punto del tuo commento, quello sull’ “emanazione”: sicuramente le nostre attività digitali sono NOSTRE, promanano da noi e dobbiamo assumercene la responsabilità. Ma vanno contestualizzate: una battuta sessista scritta in rete può equivalere ad un’affermazione convinta, come ad una battuta sarcastica.

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