recensione 7: lo stato di eccezione

Parafrasando Emil Cioran, vorrei dire che “chi non ha letto Agamben non è un giurista, al massimo un legista”.
Non me ne vogliano i colleghi, ma più andavo avanti nella lettura de “Lo stato di eccezione- Homo Sacer II”, più mi convincevo di tale affermazione. C’è infatti una sottile ma radicale differenza fra un legista (un ‘BGB fresser’, divoratore di codici civili, direbbero i tedeschi) un cultore del diritto. E, per quanto le facoltà di giurisprudenza italiane siano ingessate in vecchi schemi convinte così di formare veri giuristi (cosa affatto vera), scopriamo invece che deve essere un filosofo a mostrarcene la differenza.

Ma che filosofo! Giorgio Agamben, attualmente professore allo IUAV, forse l’unico filosofo italiano vivente veramente citato all’estero. E se la metta pure via Cacciari…
Agamben aveva già affrontato temi simili, specialmente in “Homo sacer” dove approfondiva il tema della “nuda vita” come oggetto del potere, toccando autori di spessore come Carl Schmitt (a proposito, devo recensirvi anche lui!), Benjamin, Arendt e Foucault. In “lo stato di eccezione” si concentra invece a definire il rapporto fra l’anomia e l’ordinamento giuridico, nuovamente con precisi riferimenti a Schmitt e Benjamin, al diritto romano e alla politica del 1900.

Io -confesso!- probabilmente esalto l’autore per il tema che tratta e gli autori cui fa riferimento, che sono tutti fra i miei preferiti. Ciò nonostante, Agamben spiega in modo semplice e comprensibile anche da parte di chi non abbia una formazione di diritto pubblico- diritto costituzionale- storia della politica- diritto romano un tema di grande fascino, ma anche di grande importanza pratica: quello del rapporto fra la vita pura (non qualificata da norme) e l’ordinamento giuridico. Si sarebbe portati a credere che tale tema sia in realtà di modesto interesse quotidiano, invece Agamben passa in rassegna a molteplici contesti nei quali esso è stato determinante (dai decreti legge italiani a Rooselvet, da Hitler a Bush), tema che potremmo altrimenti definire come il rapporto fra lavigenza di una norma e la sua forza (applicazione), fra auctoritas e potesat.
Tema che va alla radice del potere politico, del problema della violenza.

Insomma, Agamben ci riporta con somma competenza ad uno dei punti fondamentali della società occidentale, sviscerandone storia ed implicazioni in un libro che rivaluta il fondamentale ruolo della politica e ne riapre il necessario spazio.

Il testo, probabilmente poco noto e temo ristretto ad ambiti specialistici, meriterebbe invece maggiore attenzione da parte di qualsiasi lettore curioso: in poco più di 100 modeste (per quanto dense) pagine, accuratamente argomentate ma di gradevolissima lettura (io lo leggevo in 30′ di treno al giorno), si comprendono questioni di grande rilevanza.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “recensione 7: lo stato di eccezione

  1. arabo..o se preferisci, aramaico per me….
    lascio a te simili letture profonde, io mi accontento di qualche libeo piu leggero e alla mia limitata portata (da leghista no?)

  2. Ehilà! Anche tu sei migrato su wordpress! Mi fa piacere, anche se abbiamo parlato poco su splinder passavo spesso a leggerti. Beh, continuerò a farlo qui. Ho fatto un esame su alcune teorie di Agamben, prima o poi rispolvero i vecchi appunti e torno qui. Ciao! 😉

  3. @ luigi: non credo che la tua obiezione sia particolarmente efficace. Se dici che l’argomento non ti interessa non posso obiettare nulla, ma se la risposta è che (a vario titolo) è troppo complesso, allora devo ribadire che Agamben scrive quel testo benissimo, rendendolo accessibile anche a chi non a particolari preconoscenze di base.

    @ Goatwolf: piacere di averti ritrovato qui! Cercherò di recuperare le occasioni perdute sul splinder…
    Comunque non sapevo che Agamben fosse oggetto d’esame, cosa hai studiato?

    • Alcuni brani di “il Regno e la Gloria”, in un esame di storia della filosofia medievale; la parte che il professore riprendeva era quella sulla liturgia del potere (se non ricordo male). in effetti non era un esame su Agamben, bensì con Agamben a supporto del filo principale. 🙂

  4. 😉 allora la pensiamo allo stesso modo .. ho deciso di uscire dall’ambiente avv. ed insegnare .. ricordo quando mi sono laureata con una tesi in sociologia del diritto, tutti mi guardavano perplessi come se avessi voluto scegliere la via più semplice .. mah .. o non ne capissi un c*** (mi scuso) di tutto il resto .. ed invece ……. 🙂
    ottimo riferimento comunque! 😉

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