cercando di estraniarsi

intesomale nel suo recente post su Twitter mi richiama in causa un aspetto contro il quale ho sempre aspramente polemizzato rispetto al mondo digitale (io, all’epoca, me la prendevo sopratutto con “second life”, allora molto in auge), il tema di fondo è quello dell’estraneazione dalla nostra vita reale per mezzo di esperienze alternative, telematiche e digitali, grazie alle quali “stacchiamo” dalla quotidianità (magari anche dalle delusioni e dall’alienazione) e cerchiamo di realizzare la vita dei nostri sogni.
Per fare esempi banalissi: diventare grandi scrittori su un blog (presente! …oh cazzo, mi sono sgamato), vivere in un’isola tropicale su second life, avere milioni di amici su facebook, essere filosofi di twitter….
Liquido rapidamente twitter, perchè lo trovo un fenomeno sopravvalutato, e mi dedico alla questione di fondo.

Io personalmente detesto simili atteggiamenti (scuso, forse, l’esempio del blog, perchè non è veramente contraddittorio), perchè sono stupidi: sono forme surrogate per vivere altrove la vita che vorremmo e dovremmo vivere in realtà, sono rinuncie con le quali ci illudiamo e pretendiamo invece di realizzarci.
Ma da questa ripulsa che provo, mi sono anche mosso a pormi un’altra domanda: non è che in fondo era sostanzialmente lo stesso per i “pittori della domenica”, per i “poetastri” che tenevano i loro versi nel cassetto, per i bancari che giocano a calcetto la domenica?
Non sono forme di estraneazione anche il “cicchetto” la sera, il sabato notte in disco con musica a palla e nessuna interazione sociale, la striscia di coca piuttosto che “il buco”? Non sono tali persino i viaggi? …Tutte “divagazioni” dal nostro ordinario ciclo della vita.

La domanda, che vi giro, mi pare fondata: tutte queste non sono altro che forme di estraneamento rispetto ad una vita che ci “aliena”, che ci opprime, che non ci consente di essere ciò che vorremmo essere (potremmo parlare anche del fare, ma mi riservo di trovarvi qualche distinzione).
Senza dubbio vi è una bella differenza fra suonare Chopin ed ubricarsi, fra tirare di coca e giocare a calcetto con gli amici… Ma che differenza v’è? A me pare semplicemente “di stile”: il genere di fondo è lo stesso, un identico fine (quello di lasciarsi alle spalle una vita alienante), giusto con qualche orientamento pratico distinto.

Allora devo riconoscere che questa all’estraneazione, al vivere “fuori di sé” almeno per un attimo,  è una tendenza comune, universale, innata, una necessità naturale dell’uomo (questo in qualche modo il tema anche de Il lupo della steppa” di Hesse oltre che di tanti film sugli uomini in crisi e, credo, anche del post di anifares).
Tendeza più che mai accentuata da tutta la fase moderna di “alienazione” (Marx docet).
Allora lo scopo che ci dovremmo proporre dovrebbe essere radicale: colpire alla radice il problema, ovvero vivere una vita dalla quale non abbiamo bisogno di estranianrci. In una parola potremmo dire “essere felici”, ma non è la felicità forzosa di Huxley ne “Il nuovo mondoo di Bradbury in “Fahrenheit 451, dev’essere una felicità reale.

Domanda successiva: ma esiste una simile felicità? Non è che in definitiva ogni forma di felicità costante risulta in un’imposizione, in una forzatura?
Allora dobbiamo riconoscere che esiste anche un diritto ad essere infelici! O piuttosto, un diritto ad essere in uno stato diverso dalla felicità. Quindi, ribaltamento totale, che ancora tutte queste forme di estraneazione sono legittime: ci fanno pensare, riflettere.
Devo quindi ricredermi, e ammettere che in qualche modo sono positive…

Chiudo con questa citazione attribuita a Marx, ma vorrei verificarla…, citazione che in qualche modo mi pare possa offrire una “quadratura” del cerchio, una sorta di equilibrio fra questo bisogno di essere altri da sé e vivere realmente una vita (fisica) felice e soddisfatta: La ricchezza è un lusso, esattamente come la povertà. Il nostro obbiettivo non dovrebbe essere quello di avere molto, bensì di essere molto.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

9 thoughts on “cercando di estraniarsi

  1. Bene, l’attesa è valsa la pena. Leggo il posto con piacere e mi fa riflettere…

    l’eliminazione del principio di realtà, l’eliminazione dello stato di bisogno… in cosa ci trasformerebbero, se fossero davvero possibili nel mondo reale? Non lo so. Forse in drogati di completezza, soddisfatti e seduti a fissare la perfezione come degli ebeti e dei beati danteschi…

    certo è che il problema non si pone, perché nel mondo reale le felicità costanti sono sempre sublimate e fittizie. E sì, il circolo dei poeti della domenica è un buon paragone. La differenza coi social network è prima di tutto quantitativa: i poeti della domenica vivono vite vere per 6 giorni e mezzo alla settimana. Poi si fa qualitativa: l’eco di una falsa libertà su scala globale ha conseguenze diverse rispetto alla falsa libertà o alla falsa arte di un circolo di provincia…

    sulla suggestione marxiana devo riflettere, in filosofia della storia e della società scalchigno un po’, non sono che un piccolo cinico di passaggio…

  2. L’assunto, mi par di capire, è questo: visto che la vita ci opprime e ci aliena, non c’è nulla di male a vivere fuori di sè. Certo… il problema non si porrebbe se fossimo sempre felici, perchè non avremmo bisogno di estraniarci. Ma dato che questa condizione è concretamente impossibile, evviva l’estraniamento.

    Mi viene da dire che se tutti fossimo felici sempre, ci trasformeremmo in tanti infelici, perchè la felicità è tale proprio perchè episodica e temporanea. La felicità è qualcosa che si cerca perchè non la si ha. Pertanto tutte le azioni che servono a raggiungerla trovano un significato – per l’appunto – nella ricerca. Una società in cui non si ha bisogno di cercare uno stato altro, una digressione, una distrazione, un estraniamento si basa sull’inazione, sull’immobilità. Quindi se ne desume che la felicità è movimento! :))

  3. Non sono del tutto convinto.

    Quindi per te ogni hobby, ogni distazione, ogni passione extra lavorativa fa parte dello straniamento e dell’alienazione da una vita che non ci soddisfa ?

    Mi convince di più quello che scrivi sui social network, i blog e affini…

  4. il primo impulso a scrivere un commento di risposta (temo che sarà molto complesso) è nato da questa frase: “Non sono tali persino i viaggi? …Tutte “divagazioni” dal nostro ordinario ciclo della vita”: volevo protestare subito, naturalmente 😉

    ma poi penso che si debba prendere il sacco in cima, proprio a partire dall’esempio del viaggio.

    il viaggio, a mio parere, è il modo naturale di vivere per cui la natura mi ha creato; è tutto il resto che è una divagazione.

    ma ad altri direi: l’amore per una donna o per chiunque sia non è una divagazione dal nostro naturale modo di vivere, è tutto ciò che non è questo che lo è.

    cito Marx? lo cito: é il lavoro che ordinariamente è una forma di alienazione, non il contrario.

    e questa è na citazione vera, quella che riporti in fondo, a naso, non è certamente di Marx, per motivi di stile.

    “ogni forma di felicità costante risulta in un’imposizione, in una forzatura?”: direi di no, l’imposizione, la forzatura risultano semplicemente necessarie per sopravvivere, fanno parte di un principio di realtà.

    so benissimo che non potrei passare tutto l’anno a viaggiare, come farei volentieri se fossi libero (per me veramente le cose non stanno poi neppure così, perché andando in pensione potrei anche farlo, ma ci sono altri valori, altri piaceri, quelli della famiglia, le soddisfazioni del lavoro, i contatti con gli amici, che si affiancano a quella vocazione dominante sì, ma non fino al punto di cancellare tutte le altre).

    “esiste anche un diritto ad essere infelici! o piuttosto, un diritto ad essere in uno stato diverso dalla felicità”.

    certamente, per chi avverte quello che per me è soltanto un dovere come un diritto.

    la felicità si costruisce in questa dialettica fra desiderio e dover essere, e il punto di equilibrio di ciascuno di noi probabilmente si colloca in un punto diverso.

    però credo che dobbiamo riconciliarci con il piacere, e non sentirlo come una estraniazione: temo che questo possa essere un serio ribaltamento del senso della vita.

    il mondo virtuale entra poi in questa dialettica generale con le sue caratteristiche: noi blogger siamo scrittori della domenica? anhe se fosse, non me ne farei un problema.

    capacità e risultati sono eterogenei, non a tutti è stato donato il privilegio di essere davvero autentici e interessanti, ma leggo qui parecchie cose che trovo molto più interessanti di quelle che leggo ogni giorno sui quotidiani e su molti libri.

    tra i pittori della domenica del blog ci sono molti artisti che il mercato non ha scoperto o che non saprà mai valorizzare: ci lodiamo fra noi in un gruppo ristretto che non farà mai massa critica e non conterà mai neulla nelle mode del momento?

    e allora? per secoli la letteratura e l’arte non sono mai state altro che questo; no è colpa nostra se viviamo nell’epoca della cultura di massa, dove emerge soltanto quello che è adatto a produrre vendita e profitto.

    del resto le regole del successo nella cultura di massa sono così umilianti che è una fortuna restarne fuori, credo.

    sperando di non risultare molesto, ma stimolante con questa specie di predica, ti saluto con affetto e stima.

  5. Grazie a tutti per gli ottimi commenti, davvero preziosi in un dibattito simile.
    Penso si percepisca bene come il post ha subito una svolta abbastanza radicale in corso d’opera: la prima parte “distruttiva” risale infatti a mercoledì, la seconda “costruttiva” ad oggi.
    Questo ovviamente da spazio a tutte le incogruenze interne. La conclusione finale che accetta e riconosce aspetti positivi all’estraneazione dovrebbe aprire ad un’analisi su quali estraneazioni siano veramente positive: la droga? No. Perchè? Solo perchè non è socialmente accettata? E “Second life” allora sì?
    Detto ciò….

    @ intesomale: la tua nota sull’eliminazione della realtà e del bisogno coincide proprio con quella mia preoccupazione espressa citando Huxley e Bradbury. Riflessione che mi ha costretto a virare l’analisi del post, ammettendo che le divagazioni hanno un loro senso, uno scopo positivo.
    La differnza qualitativa fra mondo digitale e poeti della domenca la colgo, è quella che mi fa guardare con meno rimprovero ai secondi (ma magari aumenta questo rimprovero da parte di un industriale…). Sul quella quantitativa non avevo riflettuto, meriterebbe un’attenta analisi.

    @ RW: L’assunto che sintetizzi è in pratica l’ultima conclusione cui arrivo. Conclusione che non mi soddisfa affatto e che anzi vorrei -lo sento proprio come un bisogno intellettuale- riqualificare in qualche modo.
    Comunque cogli nel segno anche dicendo che in eterna felicità saremo allora infelici (Huxley docet).
    La felicità come movimento? Direi forse come “cambiamento di stato” (e questa già mi piace).

    @ Bruno: Non sono affatto convinto neppure io! Ad ogni modo sì, il discorso è volutamente generalizzato perchè credo che in tutte le attività “extra” vi sia un fondo comune….

    @ bortocal: il riferimento ai viaggi mi viene dalla bellissima giornata che ho passato ieri con un amico cileno in vacanza a Venezia, diceva che dopo alcuni giorni stava perdendo lo stupore che con cui tutto lo colpiva nei primi giorni di viaggio e discutendo siamo giunti alla conclusione che anche a viaggiare (o meglio, a vivere sponstandosi) ci si abitua. Questo perchè la condizione attuale del viaggio (diciamo pure vacanza) è quella di intermezzo fra lunghi periodi di sedentarietà a “casa”.
    Il riferimento all’amore mi incuriosisce, perchè una volta mi venne posta la questione seguente: non sarebbe alienante anche fare l’amore (non sesso!), o comunque qualunque altra attività che adoriamo, otto ore al giorno? Credo lo sarebbe.
    Da qui la conclusione sull’imposizione della felicità costante: come apprezzeremo un momento di felicità se non fosse intervallato da qualcosa di diverso (infelicità, noia)?

    Dubito anche io che la citazione si veramente di Marx, purtroppo la trovai anni fa e non ricordo la fonte. Ma mi piace molto pensare che sia sua….
    Però anche la tua mi lascia perplesso: per Marx è solo una certa forma di lavoro ad essere alienante, non IL lavoro di per sé.

    La tua sintesi sulla felicità come tensione fra dovere e desiderio non mi dispiace affatto, si avvicina anche a quanto dicevo rispondendo a rearwindow: un equilibrio fra stati diversi.

    Non dico certo che il piacere in sé è solo forma di estraneazione, penso tuttavia che l’uomo non possa (non riesca) a vivere in un solo stato emotivo, quindi abbia il bisogno di variarlo, estraniandosi da quello più comune.
    In definitiva tutto il post, ora lo vedo, si risolve nella constatazione di una normalità (che, ricordo, va intesa sia in senso statistico che normativo: non a caso per i latini norma era la “ratio comune di ciò che accade per lo più”), normalità della nostra vita che abbisogna delle sue eccezioni (estraneazioni, nel lessico del post). Forse proprio per essere interessante, o al peggio sopportabile.

    Mi piace anche l’inciso che fai sulla cultura di massa e scrittori della domenica, perche lo sento vicino. Lungi da me fare l’apologia della cultura di massa, che purtroppo ci ha regalato Fabio Volo e Moccia… Kafka morì sconosciuto, Valèry non vinse mai il Nobel e con loro tanti altri: questi sono piuttosto i miei (sic, che mi tocca dire!) modelli.
    Però in questo divario fra notorietà e non notorietà si inserisce il problema vero, quello del riconoscimento della qualità.
    Personalmente trovo estremamente frustrante l’essere uno scrittore della domenica (o un pittore, o un musicista….). Ma questa è una questione mia, che ci porterebbe troppo lontanto

  6. Estraniarsi è vivere o comunque una sua forma. So essere infelice anche quando mi estraneo forse è proprio quando ho le riflessioni migliori, da buon decadente.

  7. Io vedrei la questione da un punto di vista leggermente differente: questo tipo di alienazione è insieme una premessa e una conseguenza dello sviluppo tecnologico della comunicazione. Internet è divenuto forse il mezzo di comunicazione più rapido e a disposizione di chiunque, una sorta di “palla di vetro” tecnologica con cui possiamo sapere in tempo reale cosa succede in Thailandia, parlare con un tizio negli USA e conoscere punti di vista di persone delle quali non sospetteremmo nemmeno l’esistenza, se non fosse per internet. Qui c’è una chiara opportunità di ampliare la propria vita attraverso esperienze comunicative che prescindono dal “qui e ora”, dallo spazio fisico in cui ci troviamo e dal tempo in cui ci esprimiamo; ma il rischio speculare è quello di isolarci, di vivere rapporti virtuali anziché reali, di conoscere non persone reali bensì identità monodimensionali, costruite e proposte per rappresentare una persona più complessa e diversa da quella di cui ci costruiamo un’immagine. Non credo sia un caso se le immagini che scegliamo per rappresentarci si chiamino “avatar”: questa è una parola indiana che indica le incarnazioni della divinità (Vishnu, credo), la quale si presenta ai mortali in forme comprensibili e mediatrici del contatto con un’essenza altrimenti inafferrabile. E’ un po’ quel che succede a noi, io non sono effettivamente GoatWolf e tu non sei effettivamente Redpoz, ma queste sono nostre incarnazioni virtuali, “surrogati” virtuali tramite cui possiamo comunicare; non è un male in sé, non siamo tenuti a conoscerci di persona per rende autentica la comunicazione, ma finiremmo per alienarci se delegassimo a GoatWolf e Redpoz l’intera sfera dei nostri rapporti, non solo tra di noi ma con chiunque. In quel caso ci saremmo davvero alienati e nel momento stesso in cui il mondo si dipiega davanti a noi grazie a internet nel chiuso della nostra stanza, in realtà ci isoliamo e da quella stanza non usciamo più.
    Insomma, è una questione di equilibrio tra rischi e opportunità del rapporto tra virtuale e reale.

  8. @ il sonnambulo: beata decadenza! Quando è cosciente, è uno dei momenti più forieri di riflessioni immaginabili!
    Non a caso un certo Walter Benjamin diceva che “progresso e decadenza sono due facce della stessa medaglia”.

    @ GoatWolf: intervento lungo ed articolato, apprezzo l’analisi che ci hai messo.
    Non dico che sia fuori tema, però ti focalizzi molto su una singola parte del post: il che, probabilmente, è un bene vista la vastità di punti che tocco troppo leggermente. Anche se secondo me sei andato leggermente fuori tema, tu infatti ti concetri sull’idea che io definirei dell’ “identità” e l’ “alienazione”> estraneazione vi entra solo secondariamente.
    Ma il tema è interessante e meria attenzione, dunque concentriamoci!
    Sono d’accordo con la tua analisi, sul fatto che né io né tu siamo quello che ci presentiamo sul mondo digitale: i nostri avatar sono un pò come uno specchio, una immagine costruita di noi stessi che frapponiamo alle nostre relazioni con gli altri.
    Questo ovviamente ci da un grosso vantaggio, ci da grandissimi spazi di libertà perchè ci svincola da tutte le nostre identità precostruite. E’ altrettanto intuitivo come delegare le nostre intere relazioni a questa immagine costruita ci tagli fuori da una realtà fisica nella quale oggettivamente operiamo. Di fatto, ci taglia fuori dal mondo (reale nel senso più forte del termine).

  9. Pingback: Animali Social(i) – Redpoz | I discutibili

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