cercando l’arte o….

Un’affermazione tuttosommato marginale di un precedente post ha suscitato un interessante dibattito a distanza con bortocal su cosa sia l’arte, o meglio, su come si possa condiderare in epoca contemporanea qualcosa come “opera d’arte”.
In estrema sintesi, io sostengo che con l’arte moderna si siano persi alcuni criteri qualitativi fondamentali per giudicare il valore della produzione artistica e purtroppo oggi non ci sia rimasto altro che la diffusione e l’approvazione da parte del pubblico. Questo criterio ovviamente non mi piace, ma credo con convinzione che sia attualmente il solo in vigore.
Non a caso, in materia di libri seguo quel consiglio che Caffè diede al nipote che gli regalava una edizione nuova: comprare solo libri vecchi di almeno quarant’anni, così il tempo avrà giudicato il loro valore.
Bortocal, se ben riporto le sue parole (ma son pronto ad ammendarle) ritiene invece che la produzione artistica contemporanea diffusa possa riportarci a piccoli “circoli” (aperti) di consumatori.

Mi è tuttavia parso che siamo giunti ad punto di comune accordo parlando di “influenza” che l’opera d’arte esercita. Sul pubblico e sulla società.
Il criterio mi pare più che condivisbile, tanto più che risponde bene anche a quegli standard qualitativi che io richiamavo agli inizi.
Ora, abbiamo comunemente riconosciuto come tale influenza sia per lo più limitata a piccoli circoli, questo perchè quando un’opera è troppo diffusa e nota, ciò implica in qualche modo che essa non ha alcuno spessore intellettuale, nessuna incisività e riflette soltanto il comune sentire dell’epoca, destinato ben presto ad essere sepolto.

Ma a che pro tutto questo? Perchè tediarsi tanto?
In definitiva, cosa vogliamo ottenere con un’opera d’arte? Secondo me la risposta è semplice: vogliamo essere ricordati! Vogliamo una memoria che trascenda da quella soggettiva delle persone che ci hanno conosciuto, ma acquisti in qualche modo crismi di oggettività: che sia iscritta in una storia più grande delle nostre vite.
C’è una bellissima riflessione di Hannah Arendt in “Vita Activa” a riguardo, partendo dalle narrazioni di Omeriche sino al discorso di Pericle: “ovunque andrete voi sarete sempre una polis”.

L’artista può avere tanti fini diversi, ma quando è veramente tale (e quindi quando la sua opera è veramente arte) il fine più intimo è quello di lasciare un segno. Lo abbiamo chiamato influenza socio-culturale, lo possiamo chiamare memoria. La definizione è indifferente: il senso è sempre quello di poter avere una traccia del nostro passaggio che non sia esclusivamente legata ad altre vite, quindi poco più che effimera che la nsotra stessa vita. Una traccia che assuma un minimo di oggettività, che possa essere recuperata anche quando nessuno che ci abbia conosciuto sia ancora in vita.
Ecco quindi spiegato anche perchè fatico tanto a considerare i blog come opere culturali: la loro discussione, per quanto scritta, gli articoli ivi postati, sono troppo effimeri.

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30 thoughts on “cercando l’arte o….

  1. beh, questo post rappresenta un ulteriore passo avanti nella nostra discussione e forse ne raggiunge il cuore, quando dici: “Che cosa vogliamo ottenere con un’opera d’arte? Secondo me la risposta è semplice: vogliamo essere ricordati!”

    credo anche io che l’obiettivo sottinteso di molta parte del nostro personale attivismo in campo culturale sia questo, ma credo che dovremo chiaramente riconoscerlo come profondamente sbagliato da due diversi punti di vista.

    il primo riguarda l’obiettivo in sè e la sua assoluta irrealizzabilità: non abbiamo alcuna speranza di essere ricordati in cerchie troppo grandi per la nostra attività culturale: ci rendiamo conto che razza di affollamento c’è nel settore?

    e poi coloro che vengono ricordati su una scala secolare sono pochi individui per nazione; secoli interi passano senza che nessuno venga ricordato; occorre essere davvero eccezionalmente dotati oppure avere una fortuna sfacciatissima per passare il filtro dei secoli (ricordarsi Dante, la sua riflessione sulla fama al centro della Comedìa, nei canti centrali del Pugatorio, dove dice che basta che passino alcuni anni perché non vi sia alcuna differenza nel ricordo fra un artista considerato grande dai contemporanei e un bimbo morto prima di saper parlare).

    due giorni fa ho avuto un colloquio con una signora che mi parlava della riscoperta delle poesie della sua bisnonna, vissuta nell’Ottocento: era stata in contatto con i letterati più importanti del suo tempo, aveva scritto decine di libri, non privi di un certo successo, eppure tutti l’avevano dimenticata, ora la si riscopre faticosamente; e qualcuno pensa davvero che si parlerà ancora di De Carlo fra cinquant’anni?

    insomma alla damnatio memoriae del tempo non si sfugge; e poi anche coloro che sfuggono perché sono dei geni, i Leopardi o i Nietsche o i Pasolini (che già però comincia a logorarsi e forse non sarà vitale, nonostante tutto il suo valore), in che cosa vengono ricordati?

    che relazione c’è tra la vivezza di un ricordo personale fatto di richiami fisici e sensoriali e l’astrattezza del ricordo di un’opera scritta? la fotogafia di un bisnonno ci dice così poco davvero di lui, ma ci dice infinitamente di più di un libro che potesse avere scritto; e poi, niente può restituirci davvero lo spessore di una vita che se ne è andata.

    insomma la mortalità ce la portiamo dentro e l’arte non basta a cancellarla: meglio farsi buddisti ed accettarla.

    ops, sto “prolissando”, chiedo scusa.

    ma il secondo errore, a mio parere, riguarda l’arte stessa: il cui scopo, con buona pace del foscolismo, non è la memoria, ma la bellezza; affidare all’arte il compito di garantirci il ricordo, significa assegnarle dei compiti impropri e sviarla dalla sua vera strada, cioè spingerla a prostituirsi sulla strada del successo.

    il mio scopo quando scrivo, quando monto un video o faccio una musica (se ne fossi capace), non è di essere ricordato, ma di fare qualcosa di bello, di divertirmi a farlo e a comunicarlo: certo, essendo io il padre dell’opera-creatura so che attraverso di essa sarò anche ammirato e che da una forte ammirazione può nascere un forte ricordo; ma questo viene dopo: il io scopo principale non è l’innalzamento del monumento a me stesso, ma il realizzare qualcosa di bello che possa essere occasione di condivisione di un piacere estetico: il mio nel fare, quello degli altri nel fruire…

    l’ultimo punto è se il blog sia o non sia effimero: Jorg Schwipper, morto poco più di un anno fa a 47 anni, è stato uno scrittore eccezionale, a mio parere, ma non ha mai voluto pubblicare nulla, ha solo scritto in un blog, e questo blog gli sopravvive fino a che non lo cancellano; amici hanno comunque salvato i suoi scritti dalla distruzione.

    certo, su tutto incombe l’evoluzione teconologica: la gran parte di quello che ho scritto negli 80 è andato irrimediabilmente perduto, perché usavo un sistema di videoscrittura che oggi non esiste più e non ho salvato i testi in altro formato digitale né su carta; il futuro potrebbe riservare a tutto quello che pubblichiamo in internet lo stesso destino.

    il blog però non è più effimero della carta, statisticamente parlando, e rispetto allo scritto nel cassetto, ma anche all’articolo pubblicato su un quotidiano nei decenni passati, garantisce una visibilità e una durevolezza infinitamente maggiore.

    insomma, la mortalità biologica è anche una mortalità spirituale; l’evoluzione tecnologica del’ultimo secolo e mezzo ha infinitamente aumentato la nostra “riproducibilità”: ma gli uomini del futuro avranno altro da fare che pensare a salvare i nostri ricordi: ad esempio saranno molto presi a salvarsi la pelle per l’effetto serra.

    non vi è alcuna strada per trasformarci in dei, siamo e resteremo mortali.

    – date le dimensioni raggiunte, sarebbe più discreto se dessi a questo intervento la forma di un post da me, ma mi pare che in questo modo il nostro dialogo potrebbe diventare più frammentario, e quindi lascio qui, dispiaciuto di avere debordato.

  2. Condivido pienamente la prima critica: difatti, abbiamo già concordato durante questa discussione che il grande pubblico non è il destino dell’arte-cultura profondamente incisiva.
    In effetti, e questo si ripete in svariati campi come politica, diritto ed ora cultura, si scopre sempre un conflitto fra “widening” e “deepening”, vastità e profondità.
    Il ragionamento seguente sui pochi individui “grandi” ricordati per ogni epoca si inserisce perfettamente in quanto abbiamo già detto, ed in particolare penso alla contraddizione che denunciavo nel post già richiamato: infatti in passato solo poche persone potevano accedere al novero dal quale emergevano tali “grandi” mentre ora quel numero è potenzialmente illimitato. Ciò non toglie che puntanto a cerchie più ristrette un certo margine di successo vi sia tuttora.

    Accettare la mortalità? Sappiamo entrambi quanto sia difficile, tanto più per chi ha ancora mire di vivere più della metà della sua vita.
    Comunque sia, la vivezza della foto del bisnonno (o di una sua vecchia lettera) è certo più sentita….per il bisnipote. Mentre non dirà nulla ai nipoti dei compaesani. Ancora torniamo al conflitto iniziale fra vastità e profondità, questa volta dei sentimenti.
    In qualche modo questa sovrapposizione fra arte e sentimenti cui giungiamo ora per una via totalmente diversa da quella delle analisi artistiche classiche è straordinaria!
    Comunque sia, direi che ad ognuno deve essere lasciata facoltà di tentare di esser ricordato come meglio preferirebbe… per quanto sia vano. Ma in fondo non è vano anche cercare di lasciare determinati sentimenti ai nostri parenti/amici più prossimi?

    Il bello come primo e primario scopo dell’arte? Questo è sentire comune e non lo ritengo sbagliato, ma credo che forse incosciamente al bello dell’opera, al suo valere, leghiamo anche il nostro valere (come fama o memoria). Non è forse il fine primario, ma secondo me è quello nascosto che ci muove nel nostro intento di produzione artistica. La paternità dell’opera come mezzo per garantirci un pò di vita oltre la nostra vita.
    Altro parallelismo con la famiglia: non è poi quanto facciamo anche nel mettere al mondo dei figli? Certo, non è il fine primo, ma non ci dispiace affatto l’idea che loro preservino la nostra memoria… (cfr. i penati dei romani o la tradizione cinese per la quale sono i figli a nobilitare gli antenati all’indietro nel passato per tot. generazioni).
    Esagero? Almeno un pò, dicendo che forse questo è sempre il nostro intento nel relazionarci agli altri. Tramite la socialità, l’io vuole durare nell’altro.

    L’esempio che mi citi di Schwipper è perfetto per precisare quanto intendevo: il blog sopravviverà ancora un pò in pubblico… quanto? un anno? Tempi brevissimi per i tempi della cultura… ma riconosco che tutti i tempi si sono drasticamente accorciati in ogni campo, questo va a tuo pro e dovremmo forse pensare che anche la “durata” della cultura si sta abbreviando.
    In ogni caso dici che dopo amici e lettori salvano alcuni suoi contenuti: perfetto, perchè ci riporta a quel livello privato della cultura-arte. Livello nel quale io personalmente contesto l’idea che i prodotto siano artistici: il consumo di arte-cultura è per me sempre sociale. Credo di averlo già accennato con la citazione di Steiner.

    Infine, credo di aver parzialmente risposto al ragionamento sulla mortalità riflettendo sui “tempi” di durata dei blog e dei vari mezzi-supporti artistici. Qui aggiungo solo che rispetto al passato i supporti moderni hanno guadagnato in estensione (widening) col rischio di perdere in durata (deepening): la vecchia carta, per quanto potesse essere bruciata ci offre ancora ottime garanzie. Su questo direi che siamo abbastanza concordi.

    Ovviamente non esiste alcun modo per farci diventare dei: anche Fidia, Platone, se mai esistettero, e Michelangelo, Foscolo…etc etc lo devono al caso.
    Tutto ciò che possiamo fare è giocarci le nostre carte, nel modo che riteniamo più opportuno e cercare di guadagnare qualche anno, se saremo fortunati.

    -nota tecnica: data la lunghezza dei commenti un nuovo post non è da escldere. suggerisco solo di continuare coi reciproci link per tenere almeno un filo vivo fra le varie pietre disperse lungo il sentiero di questa bella discussione.

    • ehi, mi stavo perdendo questo commento.

      esco da una conferenza sull’arte moderna.

      riconosco di avere scritto una grossa sciocchezza passatista parlando di “bellezza” come scopo dell’arte, a meno che non aggiunga subito dopo che la bellezza si identifica con la memorabilità.

      proverò per una volta a sostituire un lungo discorso con una immagine – come quasi mai riesco a fare: tra le “opere” viste c’era quella dedicata da un artista americano al suo compagno morto di aids: consisteva in un enorme numero di leccalecca accatastati e variopinti: ogni spettatore era invitato a prenderne uno e gustarselo; alla fine l’opera d’arte era stata consumata dal pubblico.

      pare che l’opera d’arte dei nostri giorni muova dal presupposto di risolversi in gesto e di morire nel momento stesso in cui viene realizzata.

      questo potrebbe ribaltare un bel po’ di considerazioni fatte da ognuno di noi due…

      • Sarebbe stato grave, troncare così la discussione!

        Prendo innanzitutto nota della correzione sulla “bellezza”, che ci riporta sui binari originali.

        Conoscevo l’esempio che citi, o forse uno simile (dello stesso artista?) in cui si faceva un albero di natale a terra con le caramelle preferite del padre e gli spettatori erano invitati a prenderle sino a consumarlo.
        Ciò non di meno, i curatori dei musei spiegavano che alla completa consumazione e secondo indicazioni dell’artista l’opera veniva ripristinata. Causando addirittura alcuni problemi “filologici” nella scelta delle caramelle quando terminò la produzione di quelle originali: se fosse meglio sceglierne di simili per gusto, forma, colore….
        In ogni caso, l’opera viene ancora riprodotta!

        Ma prendiamo pure l’ipotesi dell’opera che muore nel suo gesto: la cosa la avvicinerebbe tantissimo all’epos della “beau geste”, del gesto straordinario ed eccezionale che iscrive chi lo compie nell’immortalità. Concezione piuttosto della classicità greco-romana che del cristianesimo, ma comunque sopravvissuta nell’eroismo (le medaglie)….
        Essa perde così la sua influenza? O piuttosto si iscrive in nuovi termini?
        La mia impressione è che questo accentui ancora di più quella tendenza all’istantaneità del gesto o della fama, le cui coseguenze si protaggono però in tempi lunghissimi: Leonida è esistito veramente? Probabilmente no, ma il suo gesto alle Termopili avrebbe cambiato la storia. O il maratoneta Filippide?

        Per equità di trattamento, infine, mi permetto di consigliarti di vedere anche il botta e risposta con Opaque dictator che si è saggiamente inserita nella discussione e potrebbe darci alcuni preziosi spunti.

        • ripenso a tutto questo dibattito e mi trovo più confuso che mai.

          da un lato l’idea che lo scopo dell’arte sia quello di farsi ricordare mi sembra insufficiente a definire che cosa vi è di propriamente artistico nell’arte: nel senso che questo obiettivo può essere anche della politica, dell’economia e perfino nella vita quotidiana del lusso o del diventare genitori.

          per dire che cosa è l’arte bisogna andare oltre, perché è un tentativo di farsi ricordare in un modo particolare che è diverso dagli altri indicati sopra.

          e allora provo a ritornare al concetto della bellezza, momentaneamente accantonato di fronte alla constatazione che l’arte contemporanea non sembra ispirarsi più al canone della bellezza, o almeno non al canone della bellezza tradizionale e neppure ai canoni condivisi a livello di massa.

          forse però questo divorzio dell’artista contemporaneo dal concetto condiviso di bellezza sta cercando di portarmi fuori strada.

          quindi torno a me stesso e alla mia esperienza di dilettante della domenica in alcuni ambiti artistici (scrittura, fotografia, video, da giovane anche per un po’ pittura): mica posso considerarmi un artista, non ho mai avuto la minima spirazione ad essere considerato tale; però so bene che, nel momento in cui mi concentro in qualche mio hobby del genere, la mia posizione soggettiva non è diversa da quella di un artista vero e proprio che produce una sua opera oppure progetta una performance che poi renderò pubblica, a differenza di me.

          insomma la differenza fra me e l’artista non è soggettiva, ma oggettiva, legata alla pubblicazione della sua opera e al mantenimento in ambito privato della mia (aldilà delle differenze di valutazione dei risultati).

          in questo modo la bellezza, appena cacciata dalla finestra, rientra dalla porta: perché quando io produco la mia attenzione è concentrata sul fare qualcosa che possa piacere, a me o agli altri.

          e dunque il divorzio dalla bellezza comune dell’arte contemporanea è solo apparente, perché in realtà l’artista sta solo cercando di sostituire ad un concetto tradizionale di bellezza un’idea nuova e moderna della stessa.

          bellezza che si identifica con l’efficacia? con la capacità di coinvolkgere ed emozionare?

          oppure nuova idea di bellezza legata al potenziamento moderno del narcisismo individuale?

          ma opaque cita artisti per i quali la dimensione politica del “cambiare le cose” è determinante, e io penso soprattutto ad un personaggio come Brecht, non ritroverei, ad esempio, Pasolini in questa categoria.

          la mia domanda ad opaque è se accetta che questi artisti si identifichino totalmente con la dimensione politica, e allora a questo punto valuteremo Brecht soltanto considerando l’efficacia avuytta dalle sue opere nel diffondere le sue idee politiche, oppure se ritiene che in ogni caso vi sia e vi debba essere anche una forma di valutazione differente, che faccia riferimento al valore estetico di quanto prodotto, considerato in se stesso, e non per la sua efficacia.

          ringrazio dell’attenzione e chiedo scusa se, come mi rendo conto,rischio di riportare il dibattito al punto di partenza.

  3. L’arte come la intendete voi non esiste, è una roba che piace a molti o che piace ai più intelligenti, a seconda dei tipi di arte e del paradigma dominante. Di base, serve a portarti a letto qualcuno, o a decorare spazi vuoti. E attenzione, decorare spazi vuoti e amare sono due fra i più importanti momenti dell’esistenza umana.

    Sui blog: beh, il 90% della roba che vedo sui blog io non la appenderei su un muro vuoto, e non mi porterei a letto chi l’ha scritta, quindi su questo versante la vedo più come redpoz.

  4. Leggendo questo post e i suoi commenti mi sono molto sorpresa perché la figura artistica contemporanea per come la concepisco io sembra essere ignorata. Vorrei nominare un’artista che amo molto, per spiegarmi meglio e offrire uno spunto ulteriore alla discussione. Marina Abramovic è un’artista serba che dall’inizio della sua carriera fa dell’arte onesta, radicale e politica. Tra i suoi obiettivi vi sono senza dubbio quello di influenzare e quello di costituire memoria, ma non con il protagonismo di cui mi sembra voi parliate. Il suo slancio, il suo credo è sociale, comune, cosciente (non elude questioni legate all’io artista, soggettività, ecc. si veda il suo manifesto http://www.fondazionetorinomusei.it/mostra.php?id=1047).
    Marina Abramovic è famosissima da anni, ha vinto il Leone d’Oro a Venezia nel 1997 e la sua personale del 2010 al Moma le ha offerto spazio, attenzione e prestigio per una performance di cui si è parlato moltissimo.

    “Balkan Baroque è una delle immagini più potenti dell’arte di fine secolo. Marina sta in cima a una montagna di carcasse di mucca che per 6 giorni scarnifica e pulisce, fino a farle diventare bianchissime. Balkan Baroque, alla Biennale di Venezia, è uno schiaffo al mondo che non vuole vedere lo strazio della guerra in Yugoslavia e il Leone d’Oro la consacra definitivamente.” (cito da una rivista femminile più che divulgativa: http://www.marieclaire.it/Attualita/Marina-Abramovic)

    Per me l’arte oggi è e dev’essere uno strumento di informazione, costruzione di significati, lucidità, critica, espressione, diffusione di consapevolezza e coscienza.

    Sono arrivata a questo blog oggi per la prima volta tramite “Crespi Nicola from Nepal”. Ho sentito che il post in home page mi riguardava e spero che il mio contributo abbia senso per la discussione.

  5. Ti dirò, la famosa domanda: “ma è arte?” Me la pongo anche io. Pure abbastanza spesso, a dire la verità, da abituale frequentatore delle mostre di arte contemporanea. Non saprei. Perlatro, senza voler spammare, ne parlo proprio nel mio ultimo post, dedicato alla mostra di Mirò. Certo, diffusione e pubblico contano, e se ci carichiamo sopra il fatto che sempre più spesso gli artisti sono ‘pompati’ dalle gallerie, allora ci ritroviamo in un circolo vizioso. Indubbiamente se facessero una personale di Hirst la andrei a vedere, ma credo sarei altrettanto incuriosito da mostre di sconosciuti… Non so, per quanto mi riguarda ho sempre preferito l’arte contemporanea, fin da ragazzino… Credo dipenda pure dal fatto che alle medie in educazione artistica ci facevano di produrre dei quadri e fin quando si trattò di arte figurativa ‘canonica’ erano a malapena dei 6, ma da Picasso in poi cominciarono a fioccare gli ‘8’ (il che ci porterebbe diretti alla classica considerazione che molte opere di arte contemporanea potrebbero essere frutto dell’estro di un bambino di 6 anni). Credo che l’arte ‘classica – medievale – moderna’ possa essere certo ‘giudicata’ con criteri canonici – se un ritratto è brutto è brutto – tuttavia è limitante: certo in un Caravaggio puoi vedere un ritratto e solo successivamente la luce, l’utilizzo di soggetti popolari, etc… L’arte contemporanea è molto più stimolante, e libera: la creazione ha certo un significato per l’artista, ma alla fine anche il fruitore è lasciato libero di vederci ciò che vuole in base alla sua sensibilità… e non so se questo sia poi un bene o un male, alla fine. Più che arte come ‘comunicazione del bello’, questo poteva essere forse vero fino al 7-800, oggi siamo di fronte all’arte come comunicazione di uno ‘stato d’animo’ o di arte ‘come discorso sull’arte’ (come i Dada che, polemicamente, prendevano i pitali li rovesciavano affermando che un qualsiasi oggetto potesse diventare opera artistica se prelevata dal suo contesto ed esposta in una galleria). Personalmente adoro le provocazioni dei Surrealisti, ma mi sento più vicino a coloro che, anche attraverso forme a prima vista incomprensibili, cercano di proporre il loro stato d’animo… Poi chiaramente subentra il discorso commerciale, per cui appunto un Hirst vede le sue quotazioni esplodere rispetto a quelle di un pincopallino qualsiasi, e ciò rappresenta in effetti una degenerazione… Se i blog possano essere considerati una forma d’arte letteraria, non saprei. In qualche caso sì, ma il punto, come dicevate anche voi, è la persistenza: il punto è che un blog ha un’esistenza forzatamente limitata dal fatto di essere circoscritto a un mezzo di comunicazione ben preciso (piattaforma digitale), che prima o poi per un verso o per un altro è destinato a perire (vedi quanto successo con la cessazione di Splinder); allora, certo si può salvare tutto altrove, ma il problema appare solo rimandato… si potrebbe pensare a stampare tutto, ma un blog ‘stampato’ avrebbe senso? Forse il punto è che il blog, con la sua dipendenza troppo stretta dalla tecnologia è una forma letteraria troppo precaria per poter ‘persistere’…

  6. @ allegria di nubifragi: anche io e bortocal eravamo giunti a questa conclusione (mi corregga se sbaglio). Ma il passo successivo è stato quello di dover riconoscere che l’influenza di molte opere è estremamente limitata. Anzi di tutte: come “profondità” per quelle di massa (diciamo “best seller”, tipo Moccia o Hirst) o come “diffusione” per quelle veramente incisive (quanti alla prova dei fatti conoscono veramente Pasolini, Benjamin, Mondrian o Mirò di cui parla crimson? E questi sono per lo più casi fortunati cui si è fatta grande pubblicità).
    Ecco allora che limitando la sfera d’influenza a settori specifici, ho provato a fare un passo avanti: l’artista sceglie un campo, perchè in quello vuole incidere ed in quello vuole essere ricordato.

    @ intesomale: “che piace ai molti o ai più intelligenti a seconda del paradigma dominante”… bel pensiero, ma quando non si è nel paradigma dominante? Concretamente: Moccia è arte? Volo? Per la maggioranza potrebbero esserlo, per me no. Dunque, oggettivamente lo sono o no?
    In questa discussione abbiamo provato ad estrarne un criterio oggettivo: l’influnza che l’arte ha sul mondo. Dunque secondo me è giustificato dire che questi non sono artisti, perchè non hanno una vera influenza…
    “decorare spazi vuoti” è un concetto che mi piace molto, ma ai fini del discorso vorrei svilupparlo un pò…
    Infine, sui blog: pensa che io mi porto a letto ogni sera!! ed è una vera goduria! Però trovo che tu sia un pò troppo riduttivo a riguardo, perchè mi pare che interpreti l’arte solo come “decoro” o “amore” mentre io faccio fatica a vedere la letteratura in queste categorie.

    @ opaque dictator: piacere di vederti qui e grazie per il tuo commento!
    Il tuo contributo ha sicuramente senso, tuttavia credo tu arrivi qui un pò alla fine di un lungo discorso che si è svolto in più fasi con un lungo dialogo con il blogger che cito (e già che ci sono ti consiglio di passare anche da lui!)… E non voglio sembrare né arrogante, né scortese nel dire questo: ci mancherebbe altro, dopo che mi fai il piacere di perder tempo in questo blog!
    Le questioni legate all’artista, per come mi sembra di interpretarle, cui parlo nel post sono il punto finale di questa discussione ed una interpretazione totalmente soggettiva del dibattito. E sono sostenute comunque tutti gli aspetti oggettivi che tu ben annoti, sintetizzati per comodità sotto il concetto di “influenza”.
    Provo a spiegare il ragionamento coi tuoi stessi termini, che mi sembrano molto adeguati: il protagonismo dell’artista diviene per me il motore incoscio del suo collocarsi nella società.
    Per alcuni può essere un vero e proprio desiderio cosciente, mentre per la maggior parte può essere qualcosa di cui neppure si rendono conto. Ma appunto perchè l’uomo è un “animale sociale”, la relazione dell’artista con gli altri mi pare impregnata del suo io: contrariamente agli “uomini normali” (prendila come una definizione di comodo) che si relazionano tra loro senza ambizione di unicità ed insostituibilità, chi crea un’opera d’arte ha in qualche modo una simile speranza -se non ambizione-.
    Non ho nulla da obiettare sull’esempio che porti (ammetto di non conoscerla, ma cercherò di rimediare). Ma non credi che sotto sotto la Abramovic fa tutto questo per un suo bisogno inconscio? Fosse anche solo il bisogno di “dire qualcosa”, di trasmettere qualcosa, questo dire e questo trasmettere assumono una durevolezza molto maggiore di una semplice chiacchierata e sotto di essi è sempre inciso un nome.
    A pensarci, forse dovremmo ridiscuterlo pensando a “Wu Ming”….
    Conto di leggere presto una tua preziosa risposta!

    @ Marcello: ma quale spam! Fai più che bene a darci il riferimento del tuo post!
    Mi sento di condividere la tua analisi: è quanto a modo mio dicevo parlando di perdita di criteri oggettivi per giudicare l’arte. Ora restano solo la massa del pubblico ed il gusto soggettivo?
    Coglie nel segno anche riguardo ai blog, almeno per la mia interpretazione mentre credo bortocal avrebbe da dissentire. E’ ovviamente in larga parte una questione di medium, di supporto, in larga parte nuova rispetto alla produzione artistica precedente.
    Interessante in proposito il paragone con (mi pare fosse lui) Brian Eno che ha fatto una mostra d’arte in cui i “quadri” astratti su schermi cambiavano continuamente in modo random. Persistenza zero. Ma questo solo a livello fisico… magari come impatto sugli osservatori erano assolutamente incisivi.

  7. Immaginavo di essere in ritardo, ma ho provato a contribuire comunque!

    Tento un’altra via, non più perché spero in un mio apporto, ma per capire meglio dove è arrivata la vostra discussione.. Tento una via in cui vorrei considerare l’arte in genere come espressione motivata di qualcosa (un sentimento, un’emozione, un concetto, un ideale, una provocazione, ecc.).
    Secondo voi Antonio Gramsci era mosso da un inconscio protagonista? Il mezzo espressivo è diverso, sicuramente anche la portata del pensiero e il ruolo poi assunto, ma l’intento critico, sensibile, sottile e mi mancano gli aggettivi adeguati, non si può intendere come lo stesso (di Marina Abramovic)? Quindi l’arte non può essere considerata una genuina necessità di stare dalla parte dell’uomo, con i propri mezzi?

    Spero di non essere offensiva per chi crede in Wu Ming, ma io penso che loro -consciamente o inconsciamente (mi sembra molto difficile la seconda, sono gli ultimi ad essere ingenui)- abbiano messo in atto una strategia molto efficace per diventare protagonisti della scena letteraria. Io non ho mai amato la loro posizione politica e la facile strumentalizzazione che operavano attraverso la loro newsletter, a mio parere protetti proprio da questo incognito. L’incognito li ha resi mitici e sono sicura che godano di questo status.
    In ogni caso ammiro molto il progetto Luther Blisset e Wu Ming, ho aggiunto la mia piccola critica perché in questo contesto mi sembrava necessaria per capirsi.

  8. @ opaque dictator: e ti ringrazio del tuo contributo. La puntualizzazione che ti ho fatto era solo per suggerirti, avendono tempo visto che la passione mi pare non ti manchi, di recuperare i passaggi persi e magari intervenire a monte… chissà che un osservatore terzo non ci smonti l’intera costruzione alla radice!
    Su Wu Ming: non sono un loro fan, né quindi la tua risposta mi offende in qualche modo. Li ho chiamati in causa perchè espressione propriamente artistica di un fenomeno, quello dell’anonimato, sempre più diffuso ad esempio nella rete (softwares liberi).

    Seguiamo la nuova via che proponi, convinti che aprirà a nuovi preziosi spunti di riflessione: l’esempio di Gramsci che fai è eccezionale, e lo dico senza retorica, perchè anche nel mio immaginario Gramsci è quanto più lontano possa immaginare dal protagonismo. Al posto tuo io probabilmente avrei citato Pasolini o Benjamin in campo letterario-cultural-politico, ma Gramsci e perfetto.
    Partirei dalla constatazione che Gramsci era mosso dall’intento (desiderio? speranza?) di dare un contributo alla situazione socio-politica, di favorire una precisa tendenza. L’intento non può essere paragonato a quello dell’Abramovic? Ti stupisco rispondendo di sì? Secondo me sono perfettamente paragonabili. Come credo siano paragonabili agli intenti, chessò, di Mirò (che chiamo in causa solo perchè ne abbiamo parlato sopra), di Picasso, di De Chirico o chissà quale altro artista. Sembrerà una cazzata, perchè questi sono autori prettamente a-politici, contrariamente a Gramsci e mi pare Abramovic, ma io credo che proprio nel loro rifiuto di fare “policy” incidano a modo loro nelle tendenze della polis… facendo quindi in definitiva politica!

    Ma torniamo a Gramsci e Abramovic: trovo la frase “una genuina necessità di stare dalla parte dell’uomo” bellissima, oltre che con tutta probabilità pienamente veritiera, ma tu credi che esser uomini dalla parte dell’uomo sia una contraddizione? La mia espressione è forse troppo ambigua, quindi diciamo “esser qualcuno” dalla parte dell’uomo: sin dall’alba della storia, coloro che vengono ricordati (aldilà della stretta cerchia di amici e parenti) sono pochissimi, sono uomini “memorabili”, degni di memoria per le loro opere e ciò vale sia nell’età di massa dell’individualismo contemporaneo, sia in età premoderna dominata dai gruppi comunitari.
    In definitiva, io trovo che tutte queste opere artistico-culturali altro non siano che delle “res gestae” tramite le quali cerchiamo di dare durata al nostro nome. E questo avviene necessariamente in un contesto sociale! Un uomo solo in un isola deserta che interesse può avere alla propria memoria se non sapesse che esistono altri uomini?

    Dici “arte come espressione motivata di qualcosa (un sentimento…)” e io aggiunto: un’espressione D’AUTORE.
    Il voler dare un contributo alla propria epoca (ad una causa, ad una tendenza) non è in qualche modo indissolubilmente legato al riconoscimento di quel contributo?
    Questo vale tanto più quando l’apporto ha caratteristiche di eccezionalità rispetto alla normale vita di noi tutti… e l’artista è un pò per definizione eccezionale.

    Come sempre, non so se ho chiarito il concetto. Quindi ti prego di replicare, correggere, integrare o chiedere dove tu lo ritenga opportuno.

  9. Dal mio punto di vista un uomo su un’isola deserta non avrebbe un contesto sociale fatto di uomini di cui preoccuparsi, prima ancora di un pubblico da cui farsi ricordare.
    Recupererò lo storico della vostra discussione, che ancora non ho potuto fare perché sono senza una connessione a internet costante (e mi scuso anche per la ritardata risposta). Diciamo che d’istinto non riesco a farmi conquistare dalla vostra ipotesi sulla “memoria”, ma che le darò tutte le chances di convincermi appena avrò modo di leggere tutto.
    Diciamo che la prima cosa che mi viene in mente a sostegno del mio dubbio è che ci sono stati artisti anche in epoche in cui ancora non esistevano la stampa né altri mezzi sicuri per farsi ricordare.

    Ho scelto appositamente Gramsci e non Pasolini, temendo di confondere il discorso per via della presenza “tangibile” di quest’ultimo in molti suoi film. (Anche se credo che -parafrasando la prefazione a un testo sul cinema che mi ha colpita- mettersi in gioco direttamente dichiari la soggettività del proprio operato contro ogni lusinga di obiettività).

  10. E che problema c’è per la ritardata risposta? Apprezzo il fatto che tu sia tornata con tanta costanza.
    Così come apprezzo la disponbilità a recuperare i passaggi perduti, anzi ti rassicuro che quest’ultima ipotesi è veramente finale rispetto a quelli e non li influenza minimamente.

    Pasolini e Benjamin li avevo indicati come alternative solo per la quanto personalmente mi appassionano il loro stile e le loro teorie, ma come detto Gramsci è perfetto.
    Quanto all’uomo sull’isola deserta, sostanzialmente diciamo le stesse cose: semplicemente io le traggo leggermente più in là, date le premesse (ove non v’è socialità non v’è memoria).
    Però mi colpisce soprattutto il tuo riferimento alla sua “presenza tangibile” nei film: credi forse che questo sia il suo segno evidente di una volontà di memoria? Io sinceramente non lo credo affatto, anzi direi che semmai questa volontà si esprime soprattutto in altre opere, come la letteratura.

    Invece mi sento quasi si “stroncare” (suvvia esagero!, diciamo confutare) sin d’ora il tuo dubbio: la stampa non è affatto un “mezzo sicuro” per farsi ricordare, al massimo per farsi conoscere da un pubblico più vasto. Idem per i mezzi più recenti (cinema, internet).
    (E’ un pò come se tutta la storia umana tendesse all’immediatezza e alla deperibilità…)
    Fatto sta che anche in epoche antiche o addirittura preistoriche esistevano artisti e per quanto anonimi (o meglio, per quanto noi non siamo in grado di risalire all’autoria) non possiamo escludere che il loro intento fosse quello di farsi ricordare.
    Di fatto, le pitture rupestri o gli affreschi si sono conservati molto meglio di milioni di libri!
    Il desiderio di farsi ricordare può essere, a mio avviso, anche del tutto slegato dal proprio nome: questa mania dell’autoria è totalmente moderna e sino al 1600 circa in letteratura aveva pochissimo valore (venne anzi sviluppata per la tutela economica degli stampatori…). Pensiamo ad “Omero”: manco sappiamo se sia esistito, eppure lo ricordiamo!

  11. @ bortocal: devo risponderti qui in fondo al post, perchè avevo limitato le repliche individuali.
    La tua risposta ci aiuta a tornare a focalizzarci sui punti iniziali della nostra discussione, i quali -se sono veramente fondamentali- non possono essere rimossi da evoluzioni successive.
    Capisco la confusione, tuttavia personalmente trovo che il discorso si stia sviluppando con grande chiarezza.

    La tua esperienza personale che citi è in qualche modo emblematica di un modello che io tenevo bene a mente (modello che altrove, temo, ho definito in termini più negativi, ma questo solo per un mio peculiare approccio alla questione) e tu ben cogli qual’è la radicale differenza fra la tua situazione e quella di “artisti” “ufficialmente riconosciuti” dalla società (concetto che già in nuce include questa differenza): la pubblicità delle opere, quindi un pubblico.
    Sempre che non abbia frainteso le tue parole.
    Dici che si cerca di produrre qualcosa che “possa piacere”: personalmente non mi sento di condividere questa interpretazione. O meglio, la condivido solo in parte: esistono artisti che producono qualcosa che possa piacere ed esistono artisti che prudocono qualcosa che crei schock, impressione, riflessione: è il caso della “Grande fuga” di Beethoven, della “Commedia” di Dante, della “Merda d’artista” per non giungere ai miei amati Pasolini e Benjamin….

    Quindi esistono modelli artistici differenti. Un pò per pregiudizio, un pò per semplicità vorrei sovrapporre questi modelli a quanto dicevano prima sulla diffusione e sulla profondità: chi fa solo cose che piacciono avrà grande diffusione e minima profondità, e viceversa. Entrambe forme di influenza sociale -quindi su un pubblico- dell’arte.
    Vero è che questo divorzio dell’arte contemporanea potrebbe essere solo apparente: la bellezza è stata sostituita dall’impressione, dallo shock.

    Solo frutto del narcisismo individuale? Può essere. Ma puramente moderno? Non credo: non ti sentiresti di vedere un pò di narcisismo anche in Fidia? o nei pittori rupestri? Anzi, potrebbe essere molto maggiore del nostro perchè era lo strumento principe (il “genio”) per affermare un’individualità che all’epoca era affatto scontata!

    Temo invece di non cogliere il tuo riferimento all’efficacia… a meno che non si inserisca in quanto detto sopra.

    Comunque, faccio un ulteriore passo indietro e arrivo all’insufficienza dell’idea di farsi ricordare: hai perfettamente ragione nel dire che è comune a molti ambiti della vita, anzi alla vita stessa (perfetta la citazione della politica, perchè allora è un caso che si dica che “la politica è un’arte”?). Ma non lo trovo affatto una contraddizione.
    Concordo che sia un mezzo particolare per farsi ricordare: forse “mezzo” non è il concetto migliore, ma sul momento mi pare adeguato.
    Direi che un mezzo per affermare la propria individualità e legarla a qualcosa che dovrà permanere in un certo ambito, ovvero il pubblico. Così come l’eroe vuole permanere nella storia, il genio vuole permanere nel pubblico.
    Cosa ne pensi?

  12. può essere che tutto questo nostro discutere sia semplicemente un modo di confrontarsi fra due strutture diverse di personalità, una introversa, come la mia, e una estroversa, come la tua?

    mi rendo conto che per me l’elemento essenziale in una creazione di un oggetto fine a se stesso, che poi chiamiamo artistico, è l’attività stessa, che assomiglia molto a quella del gioco, e la gratificazione che dà, tanto che per me la condivisione successiva con altri è persino secondaria e inessenziale.

    per te invece l’elemento comunicativo dell’azione artistica è il suo vero motore e la sua essenza.

    ma se tu non mi distingui chiaramente, a questo punto, che cosa in questa attività di comunicazione rivolta ad altri costituisce l’artistico in sè (e dal mio punto di vista non basta certo il concetto di pubblico, per questo, dato che il pubblico è anche quello politico di un comizio, ad esempio, o quello di una presentazione di prodotti), io potrei arrivare ad una tesi che spero non troverai provocatoria.

    e cioè che l’arte è la prosecuzione del gioco in età adulta, e che si differenzia dagli altri giochi perché in questo è l’artista stesso che fissa le regole del gioco.

    in questo caso l’arte propriamente detta è quella che si basa su se stessa e quella di cui parli tu è un’arte impropria, un’arte come strumento per raggiungere altri scopi, siano essi quelli più o meno nobili dell’azione politica siano quelli economici del successo.

    se così fosse, il primo requisito dell’arte sarebbe la rispondenza alla legge morale epicurea del lathe bioosas, cioè del vivi nascosto, e un’arte che si pubblica è già un’arte che comincia a degradarsi.

  13. Con l’iniziale definizione di “estroverso” mi hai messo non poco in difficoltà, ma se la intendiamo come “attento agli effetti esterni” (o simile) posso accettarla.
    Esatto quando scrivi che per l’elemento comunicativo ha un ruolo preponderante, cosa che mi pare confermata dall’idea stessa di pubblico…

    Non trovo tanto provocatoria l’idea dell’arte come prosecuzione adulta dei giochi, piuttosto faccio maggiore fatica ad accettare l’idea che proponi di un’ “arte impropria” quando diretta ad altri fini che non la produzione in sé stessa: l’idea mi convince poco a) perchè l’estetismo ha a mio avviso fatto diversi danni; b) perchè non riesco a convincermi che esista un’azione totalmente decontestualizzata e non proiettata a qualche effetto esterno…

    Difatti, la legge epicurea che citi potrebbe per me benissimo applicarsi allo studio (in una certa misura), non all’arte. Nonostante l’idea di un degrado dell’arte che si pubblica mi affascini….
    E nonostante il prezioso modello storico di Kafka che mai nulla pubblicò ed anzi alla sua morte chiese che tutti gli appunti venissero bruciati…. Si può quindi diventare artisti anche post-mortem e contro la propria volontà!

    • credo che l’imbarazzo che hai provato tu ad essere definito strtturlmente estroverso sia paragonabile al mio quando mi sono definito introverso.

      a quanto capisco, esistono gli estroversi repressi, ma esistono gli introversi altrettanto repressi, cioè costretti dai casi della virta, dalla posizione professionale o altro, a comportarsi da estroversi e anche da estroversi spinti.

      ma credo che al fondo resti qualcosa di non detto e forse neppure ben visibile che alla fine traspare ripetutamente dalla nostra discussione, ed è una buona ipotesi di lavoro, anche se marginale rispetto al tema.

      trovo che tu continui a sfuggire alla domanda che ti pongo almeno da un paio di ocmmenti: che cos’è l’arte?

      che Kafka possa essere considerato un artista solo dopo morto perchè Bord l’ha pubblicato (anche se in realtà pochissime cose Kafka le aveva pubblicate in vita…).

      ma allora chi è l’artista? Kafka o Brod?

  14. Ti chiedo scusa, non è certo mia intenzione evitare la domanda… evidentemente non so più come rispondere! Anzi, la domanda mi è proprio sfuggita dalla lettura del commento!

    Ma andiamo per punti: sicuramente le categorie che proponi di “estroversi-” od “introversi-” repressi hanno una loro realtà. Potremmo anche chiamarla educazione: i bambini troppo “agitati” vengono educati a controllarsi, quelli troppo timidi sono costretti a socializzare -anche in qualche modo forzatamente-, in entrambi i casi questi estremi sono socialmente riprobati. Forse maggiormente l’introversione, perchè taglia fuori dal mercato, dal lavoro, dal consumo… Tuttavia non mi sento di addentrarmi in questa analisi. Almeno non ora.

    Torniamo quindi all’arte: cos’è?
    Direi che è una forma di espressione. Troppo facile, ma può essere utile per porre almeno un punto fermo.
    Quindi una forma d’espressione di cosa? Della realtà esteriore ed esteriore: del mondo e dell’artista.
    Ma se è una forma d’espressione è anche una forma di comunicazione? Io trovo di sì, almeno in potenza. Che non significa che in alcuni casi possa non essero…
    Comunicazione a chi? Ad un pubblico, generalmente scelto dall’artista o che si sceglie esso stesso un artista (il quale magari puntava ad un pubblico diverso).
    Questo pubblico è necessario? Torno sopra: almeno in potenza, sì. Se qualcuno produce opere “artistiche” per tenerle nel cassetto… non è arte, è un diario in altra forma.
    (Mi pare accettabile sostenere che i diari non sono arte).
    Quindi almeno sotto sotto, inconsciamente, il desiderio di mostrare qualcosa a qualcuno (fosse anche l’amico più fidato) c’è -qui parlo un pò per vicissitudini personali.

    Non mi ero spinto sino a dire che Kafka fosse un artista solo dopo morto, direi piuttosto che è stato considerato tale solo dopo la sua morte.
    Quindi la tua domanda su Brod mi lascia in realtà abbastanza tranquillo: quest’ultimo sarebbe a mio avviso solo uno scopritore di artisti…

  15. eh eh, io se fossi al tuo posto non sarei così tranquillo, perché, se Kafka era un artista anche senza avere pubblicato, tutto il tuo discorso crolla.

    ricordo di avere affrontato questo problema ripetutamente quando avevo qualche anno meno di te, ma ora non ricordo più bene i dettagli, i relativi quaderni sono rimasti in Germania, anche se la tesi che sostengo qui risale a quei tempi, e fui conseguente, pubblicando qualcosa di artistico nella mia vita solo due volte, e sempre sotto falso nome.

    capisco oggi di avere fatto bene, perché non avevo nessuna specifica attitudine, e mi sono risparmiato delle brutte figure. (su questo stesso blog avevo iniziato qualche tempo la “pubblicazione” dei miei versi, ma ho smesso subito, e del resto non ricevettero alcun commento: segno evidente più che altro di imbarazzo).

    “espressione” non riesce a comprendere tutta l’arte: c’è anche l’arte sacra delle caverne preistoriche o delle diverse religioni, dove l’arte assume il significato di atto di culto o di rito magico.

    ho qui a due passi l’Estetica di Lukacs, chissà lui una definizione l’avrà data, ma non ho voglia di vedere quale.

    d’altra parte in tedesco l’idea stessa di arte, come la intendiamo in Italia, manca: certo, se guardi sul vocabolario ad arte corrisponde Kunst, ma Kunst non è l’arte come espressione dell’individuo, bensì l’arte come artificio (kuenstlich infatti non vuol dire artistico, ma artificiale).

    butto sul piatto disordinatamente ogni ipotesi possibile: l’arte come concetto universale non esiste forse nemmeno (anche se Hegel è pronto a smentirmi!): l’arte, ricordo qualcosa del genere in Hauiser, Storia sociale dell’arte, nasce in senso moderno solo a fine Settecento, ed ha anche una relazione col distacco degli artisti dalle corti.

    ma ancora: E SE IL CONCETTO DI ARTE DI CUI STIAMO PARLANDO QUI FOSSE UN DATO CARATTERIZZANTE DELLA SOLA CULTURA ITALIANA?

    da qualche parte su questo blog c’è un mio post che considero immodestamente fondamentale per me, mi pare si intitolasse “”cONTRO IL SENSO DEL BELLO” E CERCAVA DI COGLIERE IL LEGAME TUTTO ITALIANO TRA BARBARIE DELLA VITA CIVILE e suo riscatto estetico.

    solo in Italia infatti l’arte viene così sovraccaricata di significati, altrove è un onesto mestiere, e il concetto di arte di cui ci stiamo tanto occupando emerge solo con l’individualismo moderno, va dunque analizzato storicamente e non come una categoria generale dello spirito.

    i fenomeni artistici sono diversi nel tempo e nello spazio, diversi nelle culture; azioni simili hanno significati completamente diversi sociologicamente e culturalmente parlando.

    affrontando il tema empiricamente attraverso analisi specifiche forse si arriva a risposte più precise.

    e da questo punto di vista la storia dell’arte si può ridurre a toria delle arti: esiste la pittura, nei milleni ci sono state azioni che avevano a base lo stendere dei colori su superfici diverse e con scopi diversi; da questa abitudine due secoli fa si è sviluppata la credenza che queste azioni avessero un significato particolarmente potente dal punto di vista culturale come strumento di trasmnissione di messaggi spesso subliminali; di qui l’abitudine alle mostre; che poi gli artisti hanno comicniato a riempire con altre attività che la pittura, ma senza abbandonare la filosofica che vi si era costruita addosso.

  16. Trovi che il discorso con Kafka crolli?
    Probabilmente hai ragione, non a caso l’ho tirato fuori proprio per aggiungere una criticità al discorso.
    Comunque credo che la logica possa ancora reggere, per tramite della distinzione fra “essere” ed “essere considerati” artisti che ho applicato al caso. Distizione formale ed insoddisfacente, ma credo corrispondente alla realtà.

    Ad ogni modo devo dire che i tuoi esempi dell’arte magica e religiosa mi sembrano più rafforzare la mia definizione che confutarla: proprio per il loro carattere trascendente, questi fenomeni abbisognano di un’espressione in forme intelleggibili all’uomo. Forme “artistiche” (“künstlich” nel tedesco, artificiale!, cosa vogliamo di meglio?).
    Insomma, trasposizione in simboli a noi noti e comprensibili di fenomeni che altrimenti non riusciremo a definire, immaginare concretamente (ed ecco il grande problema del dio ebraico- per cui rimando a George Steiner).

    Invece il riferimento inter-linguistico mi ha aperto un mondo: “Kunst” e “künstlich”, io soprattutto il secondo non lo vedo in contraddizione perchè l’arte è sempre un prodotto umano, quindi artificiale. Anche le arti “naturali” che riprendono forme e motivi della natura li rielaborano tramite l’azione e l’interpretazione umana.
    Di fatto, non parliamo mai di “arte” per le creazioni della natura. E neppure Kant vi adattava i concetti elaborati per il giudizio estetico (anzi: impiegò il “sublime” di fronte alla natura).
    (piccolo inciso su Kant, perchè da quanto rileggo per lui uno dei criteri fondamentali per il bello estetico era il “disinteresse” da altri fini)
    Comunque, nella mia interpretazione, “Kunst” può anche significare arte come espressione dell’individuo, ad esempio in “Kunstwerk” (cfr. il capitolo di “Vita Activa” di Hannah Arendt, intitolato “herstellen”- opera). In effetti, secondo il Wahrig Wörterbuch “Kunst” è “Gesamtheit der ästetischen Ausdrucks- und Darstellungsformen eines Individuums oder einer Gruppe, eines Bereichs oder einer bestimmten Zeit”.

    Ma spinto dal tuo suggerimento sono voluto andare oltre e ho preso il mio dizionario di cinese. Non speravo di trovarvi un’etimologia, ma essendo gli ideogrammi stessi una forma d’arte (rappresentazioni espressive della realtà a scopo di comunicazione), confidavo in qualche illuminazione….
    Questo è quanto ho trovato: 艺术, translitterato “yìshù” -arte, composto dai due ideogrammi “yì” (abilità, da cui “yìren”: artista, artigiano, dove 人 “ren” significa per l’appunto “uomo”) e “shù” (tecnica, arte, metodo, tattica).
    E questo trova corrispondenza anche nella Grecia classica con τεχνη (tekhnê) -copiato da wikipedia, eh!
    Che, se la memoria non mi inganna, si avvicina abbastanza al latino “ars”, il quale non a caso poteva essere impiegato anche in altri contesti da quello estetico: -“amandi” (Ovidio), -“belli”….
    http://en.wiktionary.org/wiki/art
    http://en.wiktionary.org/wiki/ars#Latin

    Quindi direi, riprendendo la mia precedente risposta, che è una tecnica espressiva. Inizialmente avevo volutamente evitato il concetto di “tecnica”, perchè per noi ha significati diversi da quelli originali, ma l’etimologia mi conferma questa intuizione.
    Intuizione che, fra l’altro, mi riporta all’affermazione iniziale per cui l’arte non è solo estetica, ma anche politica, bellica….

    Un passo avanti (?) e due indietro.
    Torno alla tua ipotesi per cui non esista un concetto universale di arte: posso condividerlo, ma soltanto se lo definiamo in ambito estetico. Altrimenti mi pare di poter scorgere un concetto comune di arte, intesa come tecnica espressiva.
    Che questo concetto prevalentemente estetico sia solo recente è più che possibile, perchè a pensarci prima l’arte era comunque una forma d’espressione del potere politico (Mecenate, ma anche Dante, Fidia…)
    Sul fatto che questa sia una tendenza esclusivamente italiana, sovraccarica di significati, purtroppo non so proprio risponderti….

    Ma vengo all’ultimo punto, riflettendo su singole forme di “arte”: tu accenni alla pittura, e posso condividere le tue ipotesi.
    Ma vorrei allargarmi di nuovo, e focalizzare su un altro campo: il teatro, soprattutto quello classico. Come credo saprai, in Grecia era diviso da un coro -fondamentalmente anonimo- e attore principale. Ora questo attore recitava mascherato: fatto da non sottovalutare, poiché il nostro concetto di “persona” deriva proprio dal suono della voce che passava attraverso la maschera….
    Quindi, mi verrebbe da ipotizzare che l’arte estetica altro non sia che un mezzo per “esprimere nascondendosi”, una tecnica tramite la quale poter dire cose che altrimenti sarebbero rimaste inespresse, vuoi per ostilità (“Antigone”), vuoi per incomunicabilità…. e con questo torneremo anche all’arte sacra o magica.
    Ma soprattutto, potremmo ricollegarci alla tendenza moderna dell’anonimato, dello pseudonimo e forse anche a Kafka….

    • eh qui stiamo andando per viole, caro red; è chiaro che ciascuno di noi due si sta parlando addosso e segue una propria linea di pensiero usando l’altro come semplice spunto, ma a me sta bene anche così.

      allora, se non capisco male, secondo te si può essere artisti anche senza pubblicare, ma non si può essere considerati tali senza che nessuno lo sappia: ci siamo, non ho obiezioni, ma allora l’arte non dipende dalla pubblicazione, viene prima, ed è quel che sostenevo io, appunto.

      tu poi parli di una definizione che hai già data, io la richiedo ancora, perché mi pareva che quella da cui eravamo partiti non avesse retto alla critica: vuoi provare a riformularla?

      l’arte come espressione individuale può esistere solo dove è nato l’individuo come soggetto: quindi questo tipo di arte comprende più o meno l’Occidente degli ultimi due secoli, non di più: il realismo socialista, ad esempio, le rimane estraneo.

      la definizione di Kant del bello estetico identificabile per il “disinteresse” da altri fini? ha già circolato, in forme mascherate, nel nostro dibattito; e taglia alla radice l’arte impegnata.

      ma la cosa davvero interessante è che l’arte impegnata, alla fin fine, se davvero è tale, nega non in linea teorica alla radice, ma di fatto, la teoria dell’arte come espressione individuale.

      quanto all’idea cinese di arte, mi sembra… piuttosto tedesca! ne ho parlato su skype poco fa con mia figlia in Cina; lei mi dice che in cinese per dire artista non si usa la parola che hai detto tu, più adatta agli artigiani, ma una specifica per ogni arte, e che lo scrittore, poi, è colui che è “espero del fare”.

      se partissimo da qui dovremmo avere un approccio completamente diverso al problema, questa impostazione ci porta più direttamente verso una visione strutturalista dell’arte, e in nessun modo, a partire da questa visione concettuale, l’arte potrebbe essere un modo per ricordare l’artista o per farsi ricordare da lui.

      se l’arte è un repertorio di forme potenziali che l’artista esplora, la natura delle sue scoperte dipende molto di più dall’arte stessa che dalla sua personalità.

      per esempio, secondo questa lettura, le tele tagliate di Fontana ci direbbero poco o niente di Fontana e invece ci mettono di fronte ad una evoluzione possibile della tela come materiale estetico, che era implicita nell’oggetto tela stesso, e che Fontana ha avuto solo la fortuna di scoprire.

      arte quindi tutt’altro che come espressione dell’individuo, ma come techne, come ars, come “arte” medievale (esistevano persino le corporazioni delle arti, come quella dei farmacisti): arte come Kunst, come capacità di creare oggetti non naturali, e basta.

      a questo punto, l’arte “è una tecnica espressiva”? è una tecnica, ma non necessariamente espressiva, lo è diventata per un certo periodo legato all’esaltazione dell’individuo nel capitalismo occidentale, ma sta smettendo di esserlo perfino qui).

      ciò che è più recente non è la connessione del concetto di arte al concetto estetico, ma al concetto di espressivo in relazione all’individuo.

      ultime battute: l’arte estetica “è un mezzo per “esprimere nascondendosi”? anche, con relazione all’individuo, quando ha assunto questa valenza; ma prima lo era anche in relazione al gruppo.

      perché questa è una caratteristica del linguaggio umano, non del singolo artista.

      ho rinunciato a scrivere continuamente “secondo me”, perché penso lo possa dare per scontato.

  17. Temo tu abbia ragione, carto bortocal.
    In verità devo dire che faccio sempre più fatica a districarmi nel discorso, a ripartire su nuovi spunti e a rispondere alle tue giuste sollecitazioni.
    Come dicevo, un passo avanti e due indietro.
    Fatto sta che credevo di essere giunto ad alcuni punti fermi dai quali provare ad avanzare, invece scopro che quei punti sono assai traballanti….

    Dunque, riprendiamo da Kafka e dalla pubblicazione: ti do atto di aver intravisto giustamente, tuttavia credo che la divulgazione al pubblico delle opere possa passare in secondo piano come criterio. Quindi, sì: come dicevi si può essere “artisti” prima della pubblicazione, ma lo si diventa solo quando questa effettivamente avviene. A mò di conferma “ex post facto”, se vuoi, ma imprescindibile.
    Perchè, ribadisco per chiarezza, un diario in sé non è arte.

    La definizione che avevo dato di arte come “forma/ mezzo/ tecnica d’espressione” mi pareva ancora valida e sinceramente non colgo dove la tua critica l’abbia confutata: come ti rispondevo, proprio in quanto forma di culto o di magia l’arte (a mio avviso) assume un valore intrisecamente espressivo.
    Saresti così cortese da esplicitarmi la tua critica?

    Abbiamo detto che l’arte sarebbe una forma d’espressione individuale, quindi caratteristica di una certa epoca storica (la modernità individualista occidentale), il che mi pare corretto. Almeno nella forma in cui la conosciamo oggi.
    Tuttavia a) non mi sentirei di dire che è del tutto estranea al realismo socialista (l’autoria è un concetto noto anche lì) -ma vorse vuoi chiarirmi meglio questo aspetto a me poco noto; b) cerco ancora stupidamente di rompere questo cerchio che abbiamo formato, perchè anche quando l’individuo non esisteva, l’arte era un modo di affermazione per il singolo (Omero, Fidia, Hokusai…). Torno ad un punto di cui sopra, che mi pare sia stato sottovalutato: il paragone fra l’arte ed il gesto eroico, strumenti per l’affermazione (estetica o storica) di sé in un contesto nel quale tale affermazione non è prevista.
    Che ne pensi?

    Il “disinteresse” kantiano l’ho infatti citato per onestà intellettuale, avendo tirato in ballo il filosofo per una mia tesi mi è sembrato doveroso rendere atto quando avvalorava anche la tua.
    Kant comunque parla di giudizio estetico sul “bello”, non sul concetto di “arte”.

    Perchè dici che l’arte impegnata nega alla radice l’idea di espressione individuale? Forse che “Guernica” non è di Picasso? “L’opera da tre soldi” non è di Brecht? Anche nell’arte impegnata c’è un riconoscimento dell’autoria! Dunque c’è un riconoscimento della persona dietro all’opera. E, per quanto mascherata, rimane una forma d’espressione di quella persona, per quanto incanalata (dottrinalmente, come l’arte sacra) dentro un’idea.

    Sul cinese: grazie della precisazione. Ovviamente un dizionario non può esprimere le sfaccettature della lingua viva. Sarebbe importante riuscire a trovare i primi ideogrammi per la parola in questione, molto più vicini alla realtà materiale, che forse ci darebbero qualche indizio.

    Concordo con la tua disamina linguistica di ars, techné, Kunst… Tuttavia, secondo me, tu sottovaluti il fatto che dietro questa applicazione tecnica vi è un uomo. Questo è quanto cercavo di mettere in risalto.
    E per quanto l’arte possa anche essere vista strutturalmente come insieme di forme e tecniche, non potremmo negare che queste forme si sono evolute e/o conservate solo per effetto delle intenzioni umane: Lessing sceglie deliberatamente di variare le tre unità drammatiche di Aristotele. Picasso “inventa” il cubismo, così come Monet l’espressionismo! Manzoni voleva essere romantico e Leopardi neoclassico, anche se poi è avvenuto l’inverso.
    Nel riprodurre, sperimentare, ricreare, l’uomo mette sempre del proprio: un tocco inimitabile ed unico.
    Canova non aveva certo lo stile di Michelangelo, né quello di Fidia.
    E, torno ancora sul punto, per quanto Fidia possa non essere esistito noi ne preserviamo la memoria: fosse anche come finzione, l’artista ha il privilegio di poter restare nel tempo.

    Trovo corretto anche quanto dici rispetto all’ “esprimere nascondendosi”, ma anche l’arte “di gruppo” è considerata tale: le sculture tribali per scacciare gli spiriti sono forme di un linguaggio, anche se di elaborazione e produzione collettiva.

    Insomma, la connessione di arte al singolo artista (all’individuo) è sicuramente un’evoluzione recente (e mi pare, in questo lungo dibattito di avervi già fatto accenno parlando della nascita del concetto di “autoria” nell’Inghilterra del 1600 per fronteggiare gli stampatori scozzesi), ma questo non inficia -a mio avviso- la validità del ragionamento svolto.

    Se non ti dispiace, mi farebbe piacere avere un paio di risposte da te così da riprovare a porre alcuni paletti:
    a) vorresti darmi una tua definizione di arte?
    b) cosa pensi dell’idea “diario”?
    c) e di quella “eroica”?
    d) infine, come leghiamo l’arte all’autoria?
    Sono andato a rivedermi le tue risposte, e soprattutto il primo punto non mi è chiaro: l’arte come un gioco in cui l’artista stesso fissa le regole. Ma questo si pone allora in contrasto con l’idea di techné/ ars… e se così fosse, cosa la distinguerebbe da ogni altra attività umana “estravagante”? Per puro paradosso, potrei dire che anche il criminale è un artista!
    Scusa lo schematismo….

    • questo mica è un commento, è un trattato!

      mi chiedi una definizione dell’arte, come se mi fossi buttato in questa discussione avendone giù una pronta? no, non è cosi.

      la domanda è nata qui, anche se non è la prima volta, naturalmente, e io posso dire soltanto quale è il metodo che applico di solito alla soluzione dei problemi: smontarne l’aspetto metafisico, ridurre il problema a problema specifico, storicizzarlo, frantumarlo, e poi gestirlo in unalogica empirica.

      il metodo mi porta a dire che parlare di espressione non porta da nessuna parte: anche la politica è espressione, anche l’amore e perfino il sesso, tutto è espressione, ma l’arte non è il tutto.

      dobbiamo parlare prima di tèchne, ars, Kunst e solo poi di arte, e allor scoprima una cosa piccola piccola che l’arte è la capacità umana di produrre oggetti artificali, prima di tutto.

      l’ars che imita la natura, avrebbe detto chi?

      l’artista quindi non dipende dal pubblico, dipende dalla bravura; si possiedono o non si possiedono le tecniche; chi le possiede è un artista, che pubblichi o no, che abbia successo o no; e chi non le possiede non lo è, ed è un dilettante o un ciarlatano.

      questa è stata l’arte fin verso la fine del Settecento, quando alcuni artisti, vedi Mozart, hanno comicniato ad imporsi per la loro straordinaria bravura tecnica e hanno creato il mito dell’artista e delle sue straordinarie capacità di epsressione individuale.

      prima l’artista era una epsressione pubblica, anche se mediata dalla tecnica; ma non parlarmi dell’espressione individuale di Omero, che è probabilmente un nome sollettivo di tradizioni aediche, e quasi la sigla di una particolare congregazione.

      del diario penso che, affrontando la questione così, il diario, se è scritto senza bravura è un diario, ma se è scritto da un Kafka è comunque un’opera d’arte; e il diario porta con sè anche ilblog, narualmente, vedi quello di Saramago.

      purtroppo il sonno mi vince e risponderò in seguito ad altri due o tre punti interessanti.

    • certo Kant parlava di giudizio estetico sul “bello”, ma sbaglio o identificava senza neppure porsi il problema il bello con l’arte?

      l’arte impegnata nega alla radice l’idea dell’arte come espressione individuale perché tenta di riportare l’arte ad una funzione sociale prioritaria, come l’aveva in passato: in questa visione è importante non l’autore ma il messaggio sociale; il centro di attenzione si sposta.

      questo non impedisce certo l’autoria, ma solo fra chi non ne condivide i presupposti; se vi fosse una piena accettazione dell’estetica socialista il nome dell’autore non servirebbe, e in ogni caso nell’opera socialista non è il suo io che cerchiamo, ma il collettivo; l’estrema realizzazione di questa impostazione sta nell’arte buddista che nega ogni individualizzazione e riduce l’artista a mero ripetitore di formule date; con Zdanov, però, mica era molto diverso.

      se guardiamo bene non è l’artista che resta nel tempo, ma la sua opera.

      forse ho saltato alla fine la lettera d)? ma no, ho risposto proprio con l’ultima frase…

      trovo infine che come l’eroe ero non ha con la sua azione lo scopo di farsi ricordare, lo stesso accada per l’artista vero.

      hai ragione a sottolineare come la mia idea di arte come un gioco in cui l’artista stesso fissa le regole si pone in contrasto con l’idea di techné/ ars.

      però, come ti dicevo all’inizio di questo lungo commento di risposta diviso in due, mi sto muovendo a tentoni, stimolato da te, e non escludo oscillazioni e contraddizioni, anche se ora mi pare di essere arrivato a dei punti di definizione più stabili.

      ciao.

  18. Bhè, ci stiamo impegnando di brutto sul tema!!
    Eppoi, mi hai appena detto che cerco viole…. ovvio che hai scatenato un moto d’orgoglio!!

    Solo una premessa: non ti chiedo certo una definizione come se ne avessi una data, solo mi sentivo tanto messo al muro come un dialogo col bravo Socrate che riesce a confutare tutto. Quindi per uscire dall’angolo chiedevo anche un tuo contributo alla pars costruens, oltre che alla pars destruens.

    Non ho difficoltà a riconoscere che tutto è espressione, anzi: mi sembra di averne fatto un punto di forza del mio ragionamento (nel paragone, ad esempio, con l’eroismo o la politica).
    Ovvio, dici tu ed io sono d’accordo, che allora l’arte deve essere una forma peculiare d’espressione.
    E ho provato a specificarla prima dicendo che era la rappresentazione della realtà o dell’interiorità dell’artista, poi che segue una tecnica sua specifica.
    Credo che questi tre punti potrebbero esserci d’aiuto, sintetizzandoli in uno: “l’arte è una forma d’espressione che media dalla realtà all’interiorità dell’artista, secondo i canoni stilistici di una tecnica data ma in evoluzione.”
    Cui aggiungerei “il cui effetto è quello di avere un’influenza sociale-storica”.

    Sul pubblico siamo, evidentemente, in disaccordo: io continuo a credere che sia imprescindibile. Anche se non saprei meglio giustificarlo.
    Ma in fondo non mi dai una mano tu stesso, scrivendo che “l’artista era una epsressione pubblica, anche se mediata dalla tecnica”?
    In realtà forse dovrei fare una precisazione che ci avrebbe aiutato molto se l’avessi chiarita prima: per me l’uomo è imprescindibilmente un animale sociale (di branco, se segui Huxley), uno ‘zoon politikon’ secondo la Arendt. Quindi ogni sua attività è in qualche modo diretta ad un pubblico, e con esso ad un dialogo. Questa forse la ragione per cui esaspero tanto il concetto.

    Quanto scrivi sul 1700 è in linea con le mie annotazioni sul diritto d’autore del 1600 inglese e non ho motivo di contestarlo: sono evidentemente fasi di uno stesso processo.

    -E qui un salto alla seconda parte della tua risposta: proprio perchè l’arte “impegnata” ha una sua rilevanza sociale a prescindere dall’artista, non dobbiamo forse riconoscere che ciò si ricollega proprio al suo effetto sul pubblico? (il criterio dell’influenza).-

    E tutto ciò ben si ricollega al problema dei criteri tecnici: fra 1800 e 1900 per la maggior parte delle arti sono caduti (espressionismo, dadaismo, astrattismo in pittura, per non citare Fontana…- musica techno e “le sacre du printemps” di Stravinskji- stream of consciousness nella prosa- Heiner Müller e Beckett nel teatro- i versi liberissimi in poesia…). Insomma, a quali tecniche dovremmo attenerci?
    Giustamente potresti obiettarmi che le tecniche evolvono e Hirst non è Michelangelo: nulla da ridire. Ma in un’epoca come quella contemporanea dove si infrangono tutti i limiti, gli stili e le tradizioni esistono ancora delle “tecniche” cui attenersi? A me pare che siano andate perse. Di qui il grosso problema di definire l’arte.
    Il che ovviamente ha accentuato, esponenzialmente, il ruolo personale dell’artista. E con esso, quello del pubblico.
    Insomma, se per te l’arte è questione di criteri tecnici ti chiederei di dirmi quali sono questi criteri, in una data arte, ed in che modo allora distingueresti un Moccia da un Tabucchi… forse che il primo sbaglia i congiuntivi? (Magari!)

    Eppoi, questo in che modo si legherebbe all’idea di influenza che abbiamo accettato all’inizio?

    Dici che il diario può essere arte, se risponde ai criteri tecnici… la cosa mi lascia quantomai perplesso. Se non altro perchè non conosco criteri per tenere un diario: quello di Brecht era agli antipodi di quello di Fellini ed entrambi lontanissimi dai modelli insegnatici a scuola.

    Ovviamente, infine, la mia citazione di Omero era provocatoria: so anche io che probabilmente un “Omero” non è mai esistito e le sue opere sono semmai il lavoro collettivo stratificatosi nei secoli, però non riesco a cogliere in che misura ciò sminuisca il fatto che noi tuttoggi ricordiamo questi autori, seppure sotto il falso nome di “Omero”. Probabilmente è miopia mia, essendomi fissato sull’idea.
    Ma in fondo non ricordiamo anche un Filippide senza sapere se mai qualcuno con tale nome sia esistito?
    Ciò che ci interessa è l’opera (artistica, sportiva, politica, bellica) che rimane iscritta nella storia.
    Condordo pienamente con te, quando dici che è essa a restare nel tempo e non l’artista. E che lo stesso probabilmente non si pone neppure la questione.
    Ma l’artista permane, tramite l’opera stessa.
    Insomma, io non voglio dimenticare che dietro tutto c’è sempre una (o più) persona in carne ed ossa, una vita, con tutte le sue implicazioni.

    Sull’identificazione kantiana fra “arte” e “bello” non ti so rispondere, ma forse hai ragione.

    • non ho detto che TU cerchi viole, ho detto che le stiamo cercando tutti e due.

      e il bello è che, prima di scrivere il mio ultimo commento anche io ho pensato che stavo assumendo un ruolo troppo socratico nella discussione e che dovevo espormi con un tentativo di risposta e non solo con un po’ di brain storming.

      sulla definizione di basee siamo molto vicini:basta togliere il troppo e il vano (;)) dalla tua.

      l’arte è il tentativo umano di costruire momenti di realtà diversi da quelli di natura, caratterizzato da una forte componente estetica.

      tutto il resto, variabile nei tempi e nelle epoche, è un di più.

      ti va? credo di no.

      .

  19. Mi era chiaro che andavamo in due per viole… ma nei due c’ero anche io, no? 😉

    La nuova definizione non mi soddisfa…. pienamente. Cioè, mi trovo fondamentalmente d’accordo e credo che le differenze di formulazione “costruire momenti di realtà” / “forma di espressione che media dalla realtà all’interiorità” possano comunque accordarsi e giustificarsi come nostre proprie scelte linguistiche.
    Poi, insisterei perchè alla componente estetica si affianchi quella sociale. Ma forse è implicito parlando dei momenti di realtà.

    Insomma, vedo come alcune differenze -forse ineliminabili- permangono. Esse mi paiono tuttavia soprattutto di formulazione linguistica, piuttosto che concettuale. E fortunatamente le abbiamo ben chiare. Dunque credo che, al netto delle nostre filosofie/vissuti, le due formule possano, se non essere totalmente identiche, almeno garantire un dialogo comprensibile ed accettabile.

    • credo che abbiamo rggiunto il punto di massimo accordo, o per dirla meglio di minimo disaccordo possibile; del resto sarebbe preoccupante se un dibattito si concludesse con una piena identificazione di posizioni.

      la definizione “forma di espressione che media dalla realtà all’interiorità” presuppone un insieme di fattori che impediscono di potere comprendervi tutte le manifestazioni che chiamiamo arte: ad esempio, scusa l’autobiografismo indiretto, tutta l’arte buddista: che cosa esprimono le 600.000 statue di Buddha di non so più quale località birmana, ad esempio; e sei sicuro che si possa parlare di interiorità a proposito dell’arte preistorica?

      l’interiorità non presuppone nell’uomo la capacità di pensare per parole non dette ad alta voce? e questa capacità si era già sviluppata nel 35.000 a. C. quando compaiono (e sono conservate proprio a Stuttgart e Tubinga), le prime opere d’arte dell’umanita?

      d’altra parte che nell’arte vi sia una componente sociale, almeno virtuale e immaginata, può concedersi; ma insistere troppo sul punto significa dire che Kafka non fu artista, che l’artista era il suo amico che lo pubblicò.

      ma perché ripetere argomenti che non sono risultati persuasivi? è evidente he questa tua definizione risponde ad un tuo bisogno interiore che è più forte delle mie argomentazioni, che forse poi sono più deboli di quel che pare a me.

      o forse si può dire altrettanto per il mio bisogno di ridimensionare l’importanza della espressione individuale e della presenza di un pubblico: forse sto solo cercando di salvarmi la via per un possibile riconoscimento postumo???? 🙂

      – a questo punto ho tolto dallo scaffale dell’Estetica di Lukacs: inutile cercarci una qualche definizione dell’arte, la sua estetica è essenzialmente una estetica della fruizione, non della produzione; e tuttavia si comprende che la categoria generale entro cui Lukàcs colloca l’arte, marxisticamente, è quella del rispecchiamento della realtà, che del resto era la base dell’estetica del realismo socialista; ho anche trovato un passaggio in cui egli polemizza sia contro la tua idea che per l’arte sia necessario un soggetto che si esprime, sia contro la mia che la storia dell’arte procede in parte per una sua propria dinamica interna legata alla presenza di evoluzioni quasi predeterminate e rivendica invece il ruolo preponderante del contesto storico. questo tanto per aggiungere qualche nota meno soggettiva e più informativa…

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