un anno di primavera

E’ ormai passato più di un anno dalle ultime rivolte della “Primavera araba” ed è anche un tempo conveniente per alcuni bilanci.
Un tempo conveniente? E’ “già passato un anno”? Addirittura?

Quando ho cominciato il progetto di questo post pensavo di farne un bilancio di quanto avvenuto dalla rivolta in Tunisia, passando per Egitto, Libia e Siria, pensavo che fosse un tempo conveniente per mettere pro e contro su due piatti di una bilancia e provare a trarre quale giudizio.

Ma quale bilancia dovrei usare dopo 365 giorni?
Un anno è circa il tempo trascorso da quando mi sono laureato: qui sì posso trarre giudizi! Ma per degli Stati in ri-costruzione? Per delle intere comunità?
Nella rete non mancano ricorrenti giudizi di quegli avvenimenti, dovrei aggiungermi anche io? Alcuni sono senza dubbio molto ben ragionati.

No, non diciamo fesserie: ogni giudizio odierno sui risultati delle rivolte arabe non potrebbe andare oltre la mera constatazione di alcuni dati di fatto e la loro relazione ai nostri desideri. Nostri.
Che risultati vediamo in Tunisia, Egitto e Libia? Alcune schede scrutinate di qua, un bel caos di frazioni di là. Ma risultati?
Neppure una nuova Costituzione è entrata in vigore in questi Stati (eccezion fatta per l’Egitto, dove i militari hanno dato una mano di malta a quella vecchia, una riverniciata per presentarla come nuova).
Pensate, in Italia e Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ci vollero oltre 2 anni per scrivere le attuali costituzioni: dal 1945-1946 (fine del conflitto-elezioni) al 1947-1948 (firma ed entrata in vigore).
Per scrivere le Costituzioni, che sono il primo mattoncino di ogni edificio sociale e giuridico. E va bene, come si dirà, che questi Stati europei erano ridotti letteralmente in macerie, che la struttura istituzionale era stata usurpata e distrutta: ma una struttura statale era almeno esistente ed erano esistenti i meccanismi per riattivarla. Troviamo tutto questo nei paesi del Nord Africa: forse in Tunisia ed Egitto, di certo non in Libia. E anche ove esistono, sono fortemente minate dalla frammentazione sociale (le comunità tribali).
Manco per attuarle quelle Costituzioni! …in quasi 70 anni abbiamo forse attuato noi la nostra Costituzione?

Tutto questo “Statebuilding” richiede tempi assai più lunghi di una primavera, di un autunno (e “autunno” non è affatto casuale, né affatto una questione di stagioni: Deutsches Herbst è la lunga stagione del terrorismo in Germania, la crisi dello Stato e della società contestati nelle loro fondamenta- come i nostri “anni di piombo”).
Costruire istituzioni efficienti, costruire un contesto sociale pacifico nel quale tali istituzioni possano operare e dal quale possano trarre spunto è una questione lunghissima.
Repubblica di Weimar docet: perfetta sulla carta, fallita in meno di un decennio nella realtà.

Appena oggi possiamo giudicare del successo o del fallimento degli Stati sorti dopo il secondo conflitto mondiale, da alcuni di quelli usciti dalla colonizzazione. Dovremmo esigere tanta celerità dai popoli del Nord Africa?
Questa fretta è stata proprio tra le maggiori cause di fallimento di molti progetti statali.

Oggi possiamo forse lamentarci di alcuni dati di fatto, di come sono stati i primi passi di questi popoli dopo le loro rivolte, delle premesse per il loro futuri Stati: possiamo dire ciò che a noi sarebbe piaciuto (meno “Fratelli Mussulmani” ed “Ennahda”, maggiore laicità, minori influenze militari…); ma tutti questi restano giudizi culturalmente influenzati, che potrebbero facilmente non rispecchiare le esigenze di quei popoli.

Quindi, tutto ciò che con questo post posso fare ed invitare a fare è semplicemente sospendere il giudizio. Dare tempo al tempo. Alla politica, alle istituzioni, alle cittadinanze.
Loro sanno cosa vogliono, a loro spetta cercare di raggiungerlo.
Noi da qui possiamo (ed in alcuni casi dobbiamo) solo monitorare alcune deviazioni maggiori ed inammissibili dai principi universali, nulla di più.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “un anno di primavera

  1. Come dici tu, poco da dire… ai Paesi che citi tu aggiungerei forse il Marocco, dove il re lungimirante ha precorso i tempi modificando la Costituzione ed evitando massacri; per il resto, in Siria non vedo sbocchi (credo farà la fine dell’Iran con la famosa ‘rivoluzione verde’, tutto verrà più o meno soffocato, perché li sarebbe necessario un intervento internazionale che la Russia non permetterà mai); in Tunisia, a occhio, mi pare che le cose si stiano incanalando nella direzione giusta; discorso diverso per l’Egitto, che si avvia, temo, a diventare una democrazia a forte controllo religioso sul modello dell’Iran.. Concordo con te, ci vorrà tempo, e tutto sostanzialmente si ridurrà a capire quanto le nuove costituzione saranno basate sulla sharia…

  2. concordo anch’io col tuo pensiero, è presto per poter giudicare, ci va tempo, molto tempo e forse non è nemmeno detto che qualcosa accada…c’è una cultura e una mentalità diversa in quei paesi, col tempo capiremo se le rivoluzioni della primavera passata erano necessarie o meno…
    aspettiamo. vedo male la Siria.

  3. In Egitto, ascoltavo stamattina, già 11 membri laici si sono dimessi dalla neo insediata commissione costituente per protesta contro l’eccessiva preponderanza delle forze confessionali di ispirazione islamica.
    Dalla Libia, nonostante il fragoroso silenzio, giungono notizie non incoraggianti circa l’atteggiamento democratico degli ex-insorti.
    Restiamo in trepida attesa.

  4. @ Marcello: il caso del Marocco, di cui volevo parlare ma me ne sono scordato, è particolarmente interessante perchè anche lì si sono levate diverse proteste. In realtà Mohammed VI ha soprattutto la fortuna di succedere ad un padre aiutoritario, immediatamente dopo gli “anni bui” e di aver colto lo spirito che soffiava. Così ha lanciato alcune, modestissime, riforme costituzionali ed una Commissione per la verità e riconciliazione portando alla luce alcuni misfatti.
    Certo, è qualcosa. Molto se paragonato ad altri Stati. Poco in termini assoluti, difatti non mancano le proteste anche lì.
    Tuttavia pare essere stato sufficiente -soprattutto per la tempestività: è iniziato almeno un anno prima della Tunisia- per spegnere i fuochi più pericolosi.

    @ Luigi: infatti, la loro cultura deve essere la loro guida anche nelle scelte istituzionali. Non possiamo pensare di imporre a loro la nostra storia e le nostre scelte, sarebbe una follia.

    @ TUTTI: La Libia è forse il caso più preoccupante, dato che le forze d’opposizione si fratturano ora nelle vecchie divisioni claniche-regionali e potrebbero portare a lunghe tensioni interne. Se non vengono smorzate rapidamente, potremmo assistere ad uno nuovo “Stato fallito”, sperando ovviamente che l’unione non arrivi per mezzo di un nuovo uomo forte…
    L’Egitto secondo me tende a seguire un modello turco: constante controllo dell’esercito per evitare derive religiose. Questa era anche l’impostazione sotto Mubarak, e nonostante i successi dei Fratelli Mussulmani, non credo che l’islam politico potrà prendere il sopravvento: larga parte della società civile non lo vuole e l’esercito potrebbe essere ancora l’ultima istanza cui appellarsi per evitarlo.
    La Tunisia in effetti per ora procede bene: le elezioni hanno visto la vittoria degli islamici, ma senza esagerazioni. Il paese si era molto aperto all’occidente e questo potrebbe temperare negli animi della popolazione derive islamiste.
    La Siria è una partita ancora tutta da giocare: non sono convito che le forze governative sarebbero in grado di reprimere la rivolta. Ricordiamoci che il fattore tempo non è secondario: secondo me Assad si è ormai bruciato e i ribelli resistendo per oltre un anno hanno acquisito una loro rilevanza internazionale, ormai stroncarli brutalmente è impossibile.
    Non a caso è notizia di due giorni fa che è stata accettata la proposta negoziata da Annan: resta da vedere come avverrà la transizione.

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