i XV in campo

Il “pregiudizio” che sento di frequente quando parlo di rugby con amici e conoscenti è quello secondo cui per giocare a rugby sia necessario essere “grossi”, almeno come degli armadi.
Ovviamente salva l’assunzione implicita che l’alternativa sia giocarsi con la prospettiva di farsi male. Molto male. Cosa cui nessuna persona ragionevole aspira.
Dato che, per quanto se ne dica, anche i rugbyman sono persone ragionevoli (anzi, come tutti quelli che si sono trovati di fronte alla “violenza” fisica, probabilmente lo sono in misura maggiore), nessuno gioca a rugby per il gusto di farsi male.

Orbene, mi spiace contraddire quanti sono fermi in questa credenza, ma per giocare a rugby non è affatto necessario essere grossi come Martin Castrogiovanni o Andrea Lo Cicero.

E lo dico con una punta di dispiacere, perchè anche in casa da me vigeva questo assunto: sebbene mio padre avesse giocato come pilone per un certo periodo, ogni mio desiderio di provare questo sport fu sempre stroncato.
Almeno fino ad un paio di tornei al liceo, durante i quali ancora ci si preoccupava per la mia incolumità.
Poi, appena “scappato di casa” a Lyon dove lo sport è abbastanza diffuso, mi son buttato nella mischia e ho affrontato la cosa fregandomene dei pregiudizi di genitori, amici, conoscenti…. Ok, non proprio nella mischia: mi son buttato sulla trequarti.
Ad ogni modo, ero “sur le terrain” come tutti gli altri.

A questo punto è forse opportuno dare un piccolo dato tecnico: attualmente peso intorno ai 60 kg, per circa 1,70 di altezza. Meta che ho raggiunto con grandissima soddisfazione da meno di 4 anni.

Dunque, il più letterale dei mingherlini.

E mica ero l’unico!
Diamine, avessi scoperto di essere il fesso che si mette “vaso di coccio fra i vasi di ferro” forse ci avrei ripensato… in campo ho trovato diversi ragazzi che forse non erano così minuti come me, ma di sicuro non superavano i 70 kg.
Ovviamente i “grossi” non mancavano. E che diamine.

Una squadra di rugby è come un’orchestra: servono i tamburi come i flauti, un violoncello come un violino. Persino un triangolo può suonare buona musica, anche accompagnato ad un pianoforte.

Così avete 8 avanti, grossi e cattivi, che compongono il pacchetto di mischia e sono un pò gli arieti della squadra. Il loro compito, mi perdonino, è andare a sbattere contro gli avversari sino a sfondare; placcare come dei muri; proteggere le ruck per non perdere palla dopo un placcaggio e spingere come dei tori le mauls (i raggruppamenti).

Poi trovate un “9”, mediano di mischia: uno dei ruoli chiave della squadra, quello che tiene unito avanti e trequarti, che sceglie le strategie delle squadra. A lui spetta il compito di bilanciare le legnate dell’artiglieria pesante e le stoccate di filetto dei trequarti. Lui controlla il gioco in mischia, recupera palla da una ruck e la distribuisce.

Il “10” -mediano d’apertura- sarebbe un pò il fantasista, il primo dei trequarti ad avere palla se è questa la scelta del 9. Come dice il nome, “apre”: a lui spettano calci (drop, up and under a scavalcare la difesa, per ricercare le touches o guadagnare campo) e orchestrare i trequarti con passaggi fra i centri e le ali. In genere sono dei fighi pazzeschi: parafrasando Andy Mac Nab con quelli del SBS, “se non sei figo, non giocherai mai mediano d’apertura”.
Ronan O’Gara o Johnny Wilkinso, per intenderci.

I trequarti: la cavalleria leggera. O, più spesso, la “brigata leggera” di Tennyson: passaggi lunghi e veloci, giocatori singoli che corrono come ussari a cavallo per perforare la linea nemica.
Se gli avanti sono un “pacco”, i trequarti sono dei mustang.
Peccato che il loro destino sia in genere proprio quello della brigata leggera: andare alla carica contro un fuoco di sbarramento. Pesante.
Ma quando va bene, volete mettere la gloria di involarvi solitari verso l’agognata meta? Impagabile.
Ecco, i trequarti devono essere agili e veloci, scattanti.
Se un avanti va avanti a forza di spanzate, loro devono infilarsi nei varchi.
Prendere Stephen Jones. Essere grossi ovviamente può aiutare, ma fondamentale è essere saette.

Così, se per gli avanti vedete palle giocate a brevissima distanza, pick and go: raccogli e buttati; per i trequarti vedete palloni che attraversano il campo per 20-30 metri in 2-3 passaggi, vedete acrobazie e piroette dell’ovale che salta da un giocatore all’altro. E’ l’apoteosi del rugby champagne.

Per una serissima rassegna delle regole del rugby, vedere nonciclopedia dalla quale traggo anche l’ottima presentazione dei ruoli di cui sotto.

***
Postfatto: sabato è venuto a casa un amico col nipotino, 5 anni circa, dato che il nonno si è fermato a discutere ed il bimbo si annoiava, ho pensato di portarlo a giocare in giardino.
Cosa abbiamo fatto? Ovviamente gli ho insegnato i rudimenti del rugby!!
Passaggio all’indietro, corsa, qualche accenno sul placcaggio… tra qualche anno avremmo un nuovo rugbyman in circolazione!

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

6 thoughts on “i XV in campo

  1. Su tutti gli sport agonistici ho lasciato calare un velo di puntigliosa insipienza, ma prometto che ove mai dovessi tornare a seguirne uno questi sarà il rugby 🙂

  2. Sinceramente mi ha stupito leggere quanto hai scritto. Anche io ero uno di quelli convinti che il rugby fosse come la boxe o la pallacanestro, ovvero sport dove se Madre Natura ti ha aiutato dandoti un fisico da ‘marcantonio’ bene, se viceversa sei piccoletto ed esile non vai da nessuna parte!
    Ora, considerato il mio metro e ottanta scarsi per i 73kg (eh, devo dimagrire) potrei considerare l’idea di iniziare a giocare a rugby… peccato solo che non ho mai nemmeno giocato a calcio dato che sono un incredibile fifone e solo l’idea del contatto con l’avversario mi ha sempre terrorizzato (rischiare di ruzzolare a terra? Ma prego: ti lascio la palla!), dunque il rugby, benché grazie a te lo stia riscoprendo più cavalleresco e gentile di quanto non trasparisse da tutte quelle mischie viste in tv, non credo proprio faccia al caso mio. 🙂

  3. Io da piccolo guardavo la nfl su telemontecarlo e ricordo, se non mi sbaglio col nome, che il play maker era agile e molto più magro degli altri che lo proteggevano per permettergli di fare il lancio smarcante .. Ma è un altro sport e quindi è facile che mi sbagli. So solo che se devi andare a meta meglio essere 60/70kg che 100-120kg!!

  4. …il pregiudizio è basato sulla non conoscenza del gioco, ossia su di un luogo comune che vuole il rugby estremamente violento. La violenza, per i non conoscitori, deriva dal contatto fisico, anche duro, che avviene nelle mischie e non solo. Peccato che anche nel calcio i contatti duri non sono una rarità: le entrate sulle caviglie o sugli stinchi non si contano. Eppure nessuno protesta; al massimo qualche anima candida parla di “gioco maschio”…

  5. @ allegria di nubifragi: non parliamo tanto di coraggio, che per lo più manca.
    Parliamo piuttosto di sana paura e magari di quel pizzico di coscienza o di follia che ti spinge a cercare di superarla.
    Non a caso, era propio Mirko Bergamasco che spiegava quanto fosse importante la paura per giocare bene, con attenzione e rispetto per l’avversario.

    @ Carlo: io ho sempre creduto al prevalere della “cultura” sulla “natura”: non posso convincermi che i brasiliani nascano campioni di calcio per spirito infuso…. ci si allena. Tutto qui.
    Così ci si allena anche a superare almeno un pò la paura. Parlo da sommo fifone.

    @ il sonnambulo: credo tu intenda il quarterback…
    Nel nostro caso, si può andare a meta in tanti modi: di spanzate come di filetto. Ognuno ci mette quel che può.

    @ Olivier: Esattamente come dici!!

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