Walter Benjamin a Riga ed io

Diamine, il titolo di questo post è praticamente identico a quello di poco precedente, ma poco importa visto che il tema è totalmente differente….

Oggi, cari lettori, parliamo di me e solo di me.
Quindi potete chiudere il blog anche immediatamente, che tanto non c’è quasi nulla di interessante.
Oppure, se proprio vi sentite tra il coraggioso ed il caritatevole, potete continuare a leggere.
Ma di diari idioti ce ne sono tanti in rete. Questo non sarà certo né meglio, né peggio.

Dunque, dicevo: parliamo di me.
Qualche giorno fa ho postato la citazione di Walter Benjamin tratta dal suoStrada a senso unico, una lunga citazione in tedesco dall’aforisma “Armi e munizioni”.
Precisazione importante, questa, perchè chi mi conosce leggendo questo blog sa quanto Benjamin sia un autore che ammiri e che -potendo- prenderei a modello.
Precisazione fondamentale, perchè “Strada a senso unico” è un libro stranissimo: un libro di analisi filosofiche, di aneddotti politici, di vita, personali, massime sulla storia, sulla letteratura… un libro ricchissimo che si apre con la più bella dedica mai scritta. Con tutta la sua genialità, Benjamin prende il titolo del libro e ne fa esso stesso una dedica:
Strada a senso unico

Questa strada si chiama
VIA ASJA LACIS
dal nome di colei che
DA INGEGNERE
l’ha aperta dentro l’autore

E’ poco una bella dedica? Per me è straordinaria!
E straordinario è anche il fatto che nasconda e dica tantissimo allo stesso tempo. Benjamin era rimasto infatti estremamente colpito da Asja Lacis che aveva conosciuto nel 1924 a Capri (solo quattro anni prima di scrivere il libro) -e la wikipedia inglese ci dice molto meno di quanto non faccia lo stesso Benjamin sulla loro amicizia. Il filosofo tedesco non nasconde a tratti di essere rimasto estremamente colpido dalla regista lituana; probabilmente invaghito, forse innamorato.

E già la dedica è un segnale non indifferente.
Ma torniamo al nostro “armi e munizioni”: aforisma che gli studiosi di Benjamin avranno probabilmente sottovalutato, non essendo all’altezza di quelli sull’Angelus Novus di Klee o sull’interpretazione della storia, sulla violenza politica o su Leskov.
Cosa ci dice Benjamin? “Ero giunto a Riga per far visita ad un’amica. La sua casa, la città, la lingua mi erano sconosciute. Nessuno m’aspettava, non mi conosceva nessuno. Camminai due ore, solo, per le strade. Così non le rividi mai più. Da ogni portone dardeggiava una fiammata, ogni pietra angolare sprizzava scintille e ogni tram sopraggiungeva come un carro dei pompieri. Lei poteva appunto uscire dal portone, girare l’angolo e stare sul tram: ma dei due dovevo esser io, a ogni costo, il primo a vedere l’altro. Perchè se lei m’avesse sfiorato con la miccia del suo sguardo, io sarei volato in aria come un deposito di munizioni”.
Tre note tecniche per l’interpretazione: 1) non è già una follia fare un viaggio del genere? per quale ragione si fanno follie simili?; 2) il camminare per Benjamin è un atto filosofico fondamentale, flaneur; 3) il termine tedesco “sie” [so hab ich sie nie wiedergesehen- così non le rividi mai più] vale sia per il plurale “loro” sia per il femminile singolare “lei”…

Vi pare poco?
Un serio filosofo marxiano intraprende un viaggio al limite della follia per reicontrare un’amica senza avere idea di dove potesse essere e senza alcuna conoscenza del posto. Follie da ventenni innamorati.
Ma non basta, il suddetto filosofo gira per Riga con l’ardore di rivedere l’amica giunto ad un timore esplosivo della propria reazione.

Lascio a voi le riflessioni su Benjamin e torno a me stesso.
Già, perchè -se il Maestro non si offende- un angolino anche per me in questo post ci deve essere. Altrimenti che lo scrivo a fare?
Se non altro perchè da quasi due settimane sto girando per la mia città con lo stesso stato d’animo pronto ad esplodere ad una parola, ad uno sguardo.
Vi dirò, di piccole Asja Lacis ne ho conosciute tante. “Tante”: abbastanza. Troppe. -Si vede che me le trovo-. E dirò anche che tuttosommato questa sensazione non dispiace affatto: è come un costante preludio a un momento di immenso imbarazzo seguito da svariati secondo piacevolissimi [“costante preludio”: un perenne aspettando Godot, solo che lo si va anche cercando alla cieca].
O solo presunti tali, perchè non ho modo di saperlo.
Tutto ciò che posso sapere sin d’ora è che camminando per le strade distratto come un vero flaneur che si lascia incuriosire da tutto, è quasi scontato che semmai Asja dovesse uscire dal portone all’angolo mi coglierebbe di sorpresa facendomi letteralmente saltare in aria.
Tuttavia, e non so perchè, ma sento che si avvicina tanto al bonheur di Camus.

E speriamo che comunque non capiti a leggere questo post, almeno non ora.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “Walter Benjamin a Riga ed io

  1. Scusate il ritardo….

    @ allegriadinubifragi: nella letteratura di Camus c’è una filosofia delle “ricerca della felicità” (bonheur), soprattutto nelle piccole cose.
    Credo tu conosca “la morte felice” (non ne abbiamo parlato altrove?), il concetto di “bonheur” era ben spiegato nel commento al termine di quel libro…

    @ giovanotta: ma dai, il “black on black” è così cool!! (madonna, che frase… quando si dice rovina del linguaggio).
    Comunque, concordo con la tua deduzione.

  2. Pingback: Useless break from a useless morning (connecting the dots) | redpoz

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