cercando vita e destino

In un altro post mi domandavo, alla luce di alcune recenti esperienze, se esistesse un “destino”  (o “fato”) per le nostre vite.
Per fare un pò di chiarezza, soprattutto a me stesso, ho dovuto definire il destino in senso teleologico: il destino, a quanto capisco, si può misurare sollo alla fine. Immaginare un destino per tappe intermedie mi pare un controsenso. Infatti, se esiste qualcosa che trascende e determina le nostre vite e le nostre azioni, deve esplicarsi in modo esterno ad esse e se è esterno, non può che essere ultimo, finale.
Se prendiamo per buona la definizione di wikipedia come “insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale soggetta alla necessità” credo dovremmo concludere che, in una cosmologia dal tempo lineare come la nostra, la necessità in questione sia quella ultima.

Perchè scrivendolo me ne convinco sempre di meno? E come se più ci pensassi, più mi sorgesse in mente l’idea che il destino potrebbe esplicarsi anche come una serie di “tappe obbligate”, eventi che devono inevitabilmente accadere nel corso di una vita… ma se così fosse, che valore avrebbero se lasciati fini a sé stessi?

Prendiamo dunque per buono il destino per come l’ho immaginato all’inzio e poniamoci la domanda se vi siamo soggetti?
La risposta, sorpresona!, è che non ne ho idea.
Ma Rear Window con un suo commento mi ha aperto una prospettiva nuova sulla questione. Una prospettiva che, a tema di smentita, definirei “camussiana”, o semplicemente esistenzialista.
La risposta che ho dato a Rear Window è infatti che, ammesso che un destino esista, possiamo in qualche modo combattere il destino, tentare di opporci ad esso: non sappiamo quale sia il fine ultimo della nostra vita, ma possiamo vedere una certa piega che stanno prendendo gli eventi e tentare con tutte le nostre forze di darvi una direzione diversa, una voluta da noi e non determinata dal caso o dal fato.

Esempio idiota: vogliamo girare il mondo ma ci innamoriamo perdutamente della nostra Asja Lacis? Possiamo scegliere se sposarla e metter su famiglia, oppure spezzarle e spezzarci il cuore e fuggire per lo Shangri’La.
La parte divertente è che non sapremmo mai se e quale di queste scelte era il nostro “destino”: ammesso che esista, potremmo metterci il cuore in pace e credere che ogni decisione fosse già prevista. Ma possiamo anche cambiare idea… possiamo atterrare a Timbuktu e riprendere il primo volo, sposarci e vivere felici. Oppure possiamo scoprire che Asja è venuta fin laggiù: le nostre scelte/ destini giocano con le scelte/ destini di milioni di persone.
Dovremmo forse ritenere che tutto, tutto, TUTTO sia predeterminato sino al punto di comprendere le scelte di 7 miliardi di persone?

Quando ho incontrato Asja per la prima volta ho fatto alcune scelte: sono uscito dall’aula d’udienza invece che aspettare che il boss tornasse lì; sono uscito 2 volte e solo alla seconda volta sono andato all’ordine dove l’ho incontrata; ho accettato di parlare con lei; sono tornato al mio posto e ho aspettato il boss fuori dall’aula rivedendo Asja scendere le scale; ho deciso di parlarle di nuovo ed infine due giorni dopo di scriverle una mail.
Lei stessa in quei 15-20 minuti ha fatto una serie di scelte coscienti od incoscienti, quelle che rientravano nel mio “campo visivo” erano poche, ma rendono comunque l’idea: ha accettato di parlare con me inizialmente; è uscita un minuto prima o dopo dal colloquio; mi ha intravisto dalla scale ed è scesa dove stavo io.
Non ho la più pallida idea di cosa (semmai) significhi tutto ciò. Non sono portato a credere nulla, né ad attribuire alcun significato nascosto a queste sequenze di eventi paralleli.
Tutto ciò che voglio dire è semplicemente che c’erano mille, milioni di opzioni diverse per me e per lei che avrebbero condotto a risultati diversi.
Per lo più a questi dettagli non prestiamo attenzione…

Ma torniamo all’ipotesi astratta: resistere al destino, che in definitiva non vuol dire altro che vivere (e qui credo proprio che Camus sarebbe d’accordo con me, se non altro pensando a quella frase tratta da Nozze: “la speranza equivale alla rassegnazione, e vivere non è rassegnarsi). Ma c’è anche un altro pensiero di Camus che mi ha spinto ad adottare quella definizione, è quello del Mito di Sisifo: “anche la lotta contro una cima deve bastare a riempire il cuore di un uomo: dobbiamo immaginare un Sisifo felice!”, ovvero: anche una lotta vana (Cyrano: “perchè battersi solo quando la vittoria è certa? più bello quand’inutile!”) è una lotta degna di esser combattuta. Più che degna, nobilitante.
Eroica.

Visto che ho tirato in ballo Asja, credo di poter fare lo stesso anche con Christin. Christin, per chi non conosce da un pò questo blog, è una bellissima ragazza tedesca che conobbi ad Hamburg (e che tristezza usare il passato remoto). Dopo un paio di mesi ne ero innamorato perso, ma avevo il terrore -vivendoci assieme- di fare un disastro.
Così pensai per il suo compleanno una complessa serie di bigliettini, come una specie di caccia al tesoro mia personale: ognuno di essi era una scelta lasciata al caso che conduceva ad una tappa succcesiva nel confessarle i miei sentimenti o uscirmene dalla situazione senza imbarazzi.
Passammo tutta la giornata assieme e al momento di rientrare ero arrivato all’ultimo bigliettino: nascosti uno per mano le chiesi di scegliere. Pescò quello che diceva (circa)
“spero tu abbia passato una buona giornata. ciao”.
Ma non lo seguii, lo lessi tra me e me e lo stracciai rincasando.
La salutai, andai in camera e rimasi 5 minuti a camminare su e giù. Dopodichè uscii e bussai da lei per dirle tutto. Sul momento non reagì.
Dopo una settimana cominciò la nostra storia.

Perchè questa lunga ed inutile storia?
Semplicemente per mostravi con un esempio concreto (e ognuno di voi, ne son convinto, ne ha certamente di propri e migliori) come possiamo sfidare il destino: il caso, facente funzione di destino, aveva scelto. Semplicemente, alcune scelte del caso o del destino per noi non sono accettabili al momento. Così decidiamo di provare a ribellarci…
Inutile dire che se veramente il destino è quel “punto finale” che indicavo all’inizio, tutta questa storia non ha molto senso, ecco il Cyrano e la sua inutile battaglia che appaiono all’orizzonte. Comunque, come detto sopra, non lo sapremo mai.
Doppia illusione, quindi.
Ma almeno ha ancora senso il cercare di andare incontro al proprio destino per strade diverse.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

6 thoughts on “cercando vita e destino

  1. “Dovremmo forse ritenere che tutto, tutto, TUTTO sia predeterminato sino al punto di comprendere le scelte di 7 miliardi di persone?”. Se crediamo nel destino sì, per forza. Se fato dev’essere, allora che sia onnicomprensivo, altrimenti anche una sola scelta non predeterminata di un solo individuo su sette miliardi comporterebbe una casualità tale da vanificare, a catena, ogni altra predeterminazione.
    Le vicende attraverso cui sono arrivato a conoscere colei che sarebbe diventata la mia compagna di una vita sono così complicate, pensandoci retroattivamente, e con origini così remote che spesso mi sono fatto anch’io questa domanda, con la tentazione di concludere che sì, il destino esiste.
    La vicenda di Edipo, che crede di sfuggire alla profezia e non sa che in realtà vi sta andando incontro, come il passero che più si dibatte e più rimane invischiato nella pania, è secondo me uno dei miti più inquietanti che il genio greco ci abbia regalato.
    E tuttavia, vista l’impossibilità di pervenire a una risposta certa, l’unica opzione è scegliere secondo il nostro temperamento. Io ho deciso allora di credere che il destino – inteso come fato – non esiste, perché mi fa piacere pensare che il mio destino – inteso come personale vicenda umana – sia stato e sia determinato dalle mie scelte.
    Ma è solo un problema di preferenze, suppongo.

  2. הֲבֵל הֲבָלִים הַכֹּל הָבֶל

    secondo me si riferisce a questo… una grossa illusione di cui facciamo parte sia noi che il nostro libero arbitrio. Mi pare la cosa più probabile, ma giro attorno alla presa della corrente a cui sono attaccato, cercando di immaginarmi libero dall’/nell’esistenza.

  3. @ Mauro: già, considerazione ridondante la mia. Ma utile ad evidenziale la portata omnicomprensiva del ragionamento e quanto facile sarebbe renderlo fallace…
    Credo che in definitiva sì, sia un problema di preferenze dato che non possiamo suffragare in alcun modo alcuna delle ipotesi…
    Personalmente non mi capacito affatto che tutto sia predeterminato, quindi voto piuttosto per la libera scelta o per il caso.

    @ intesomale: te possino…!!! Non vale fare citazioni in ebraico che capisci solo tu!!!
    (ma sai l’ebraico???)
    Illusione in che senso? Nel senso che ci illudiamo di esser liberi o di avere un destino? C’è una grossa differenza in questo.

    @ ilsonnambulo: senza dubbio! Il guaio è che tanti si rovinano questa botta di culo con troppe “pare”.. tipo la presente.
    Troppa coscienza, presenza di sé, Selbstbewusstsein che ti portano a girare attorno a tutte queste questioni.

  4. ahah non c’è nessuna differenza, invece. Almeno secondo me. Sì, beh, non lo so bene, l’ebraico, ma lo so abbastanza da leggerlo… Il passo è “fumo di fumi, tutto è fumo” (spesso reso con “vanità di vanità, tutto è vanità”, perché ai latini non piaceva il fumo).

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