storia di Domenico (recensione 8)

Mezze biografie in formato red.
E stavolta parlo persino di qualcuno che voi potreste addirittura conoscere.

Mi riferisco a Domenico Boscolo Natta, al quale il comune di Padova dedica in questi giorni una retrospettiva  presso il Centro San Gaetano con svariate opere.
Sorvolo sui dati anagrafici, relativamente facili da trovare e tuttosommato di poca importanza per il nostro discorso. Rispetto ai quali spenderò solo due parole, per inquadrare la persona.
E perdonatemi anche se lo chiamerò per nome, perchè per diversi anni, sino al decesso è stato di casa…

Domenico è nato a Chioggia, nel veneziano, nel 1925. Chioggia, per chi non la conosce, è una piccola città di pescatori che si affaccia sulla laguna veneta, una “piccola Venezia”.
Scopro solo dopo aver visto la mostra che ha cominciato a dipingere molto giovane, tanto che le prime opere risalgono al 1942, mentre sapevo che ha frequentato l’Accademia veneziana di Belle Arti dal 1948.
Sapevo anche dei suoi viaggi: quando andavamo (tramite i figli, i miei genitori lo consocevano già da una vita) a trovarlo raccontava volentieri a me ed ai nipoti dei suoi viaggi in Francia, Spagna, in America… a ripensarci sembra un pò di sentire un modesto Hemingway (se Hemingway avesse mai potuto esser modesto) mentre parlava delle corride, degli indiani americani e ci faceva vedere i pezzi di legno fossile raccolti in chissà quale prateria o i sassi di turchese regalatigli dagli indiani…
O forse suonava un pò come la voce di Guccini in “100 Pennsylvania Avenue” o “Amerigo“: forse per via della barba lunga e grigia, o forse semplicemente per la voce tranquilla di chi ha avuto molto dalla vita e affronta le cose con serenità.
“Quando io l’ho conosciuto, od inizio a ricordarlo, era già vecchio” sembra proprio di risentire la voce del cantautore di Pavana nel dover parlare di Domenico “ma allora non andavo ancora a scuola…“.
Era certo in là negli anni quando l’ho incontrato la prima volta, per forza, dato che dovevano essere almeno gli anni ’90. Ma per un bambino il concetto di “anzianità” non esiste: appariva per lo più come un vecchio saggio simpatico e ricco di storie da raccontare nel suo buen retiro vicino alle sorgenti del Sile.
Non capii mai perchè abbia scelto di vivere proprio lì, per me era inconcepibile che uno che aveva vissuto a Madrid, a Parigi, che aveva girato il mondo, scegliesse proprio un angolo sperduto della pianura veneta per vivere… ma che bell’angolo era!
Né ricordo esattamente quando lo vidi cominciare ad invecchiare. Anche questo per me allora era un concetto senza senso. “Di tutte le cose che possono accadere ad un uomo, la vecchiaia è la più inaspettata” mi pare fosse proprio Trotkzji a dirlo.
Ricordo solo che ad un certo punto le visite si fecero più rade ed un giorno quando andammo a vedere l’ultima opera esposta (un crocifisso per una chiesa di Mestre), papà volette precederci tutti. Solo tornando a casa capii che era per -in qualche modo- indicarci da chi andare ed esser sicuro che lo riconoscessimo. In effetti era invecchiato e stanco: era stato a lungo malato di tumore (operato e sottoposto a chemio, per quanto ricordo).

Da piccolo non capivo i mille bozzetti, schizzi, piccoli e grandi (grandi!) quadri di Domenico che ci riempivano casa. Meno ancora capivo perchè papà e mamma pagassero per avere simili quadri… i “pittori”, quelli veri!, erano semmai Picasso, Modigliani, Gauguin, Turner… ma Domenico Boscolo?
Oggi, e lo dico senza modestia, sono orgoglioso di avere quei quadri per casa.
Non orgoglioso come si può essere orgogliosi di un Picasso, ma orgoglioso come lo si è di avere un quadro di un amico stimato ed apprezzato: da te e da altri. Dove gli altri contano e non contano.
Tanto orgoglioso da esser puerilmente felice, ed in qualche modo grato, di avere un ritratto fatto da lui. (ok, nel ritratto c’è anche mia sorella che rovina tutto… ma vabbè!)

Aveva alcuni temi ricorrenti, “la caduta” le cui mille variazioni del cavaliere che scivola di sella crollando al suolo assunsero quasi un senso profetico per me quando cominciai ad andare a cavallo, oppure le crocifissioni.
Aveva un modo tutto peculiare di dipingere, sia che facesse ritratti, sia che affrontasse altri temi come nature morte o paesaggi: un modo che mi rimarrà sempre chiaro ed impresso in testa come suo di stendere il colore in modo uniforme e compatto a volte liscio e quasi leggero, a volte massiccio e compatto con veri e propri grumi, alternati a tratti di china o matita che si slanciavano nel foglio.
Aveva anche un modo strano di rappresentare le figure umane: squadrate, quasi staccate dal resto della tela e sempre dipinte con quel colore compatto che pareva contraddire stilemi di luce e prospettiva ma profondamente umane nei loro volti. Ma poi io che ci capisco di luce e prospettiva?

Morì nel 2002.
Non ricordo tanto la sua morte, ma ricordo bene il funerale: sebbene non fosse di famiglia, fu quasi certamente il primo impatto che ebbi con questa strana cosa che è la “morte”.
Ricordo bene la folla nella chiesetta, folla che in qualche modo non riuscivo a spiegarmi. Ricordo il pianto della moglie, della figlia e delle nipoti, pianto che in qualche modo non riuscivo a capire.
Ricordo la presenza dell’onorevole Scantamburlo -figura strana per un ragazzo, questo “onorevole” che “è stato a Roma” come mi spiegava mio padre, di cui si sentiva l’importanza ma non se ne capiva la ragione- presenza che in qualche modo non riuscivo a comprendere: Domenico non era Picasso.
Ricordo quel rito strano di gettare un pugno di terra sopra la bara, rito che non riuscivo ad afferrare ma che imitai come un commiato per rendere omaggio ad un grande vecchio.
Ricordo l’idea, come mi suonava assurda, di trovarci a casa sua per mangiare qualcosa assieme dopo il funerale. Tuttoggi credo di non spiegarmi tale usanza.

Non so perchè ora parlo tanto di Domenico. Forse perchè improvvisamente mi rendo conto che è stata “una persona importante”, una persona di cui ad oltre dieci anni dalla morte anche una città come Padova dedica attenzione.
Io non so giudicare chi meriti tale attenzione, ma sono contento che qualcuno abbia pensato a Domenico.
Sarò anche immodesto, ma sono contento di scoprirlo: non perchè me ne venga qualche merito od onore, ma perchè scopro e riscopro così di avere avuto la grande fortuna di incrociare nella giovinezza una persona “importante”. Per me lo era già, ora so che lo era e basta. E che mi ha dato tanto.
Può capitare anche negli angoli sperduti della campagna veneta.
Non voglio dire che improvvisamente sento di potermi far vanto di tale misera conoscenza di gioventù, quanto piuttosto di potermi rallegrare di avere avuto una simile fortuna, un’occasione come oggi mi sembrano impossibili.
Ci può capitare ancora di consocere persone che vale veramente la pena di conoscere.
Domenico è stato sicuramente fra questi.
C’è qualcosa di magico e splendido nell’avere una conoscenza ed un ricordo intimo, personale, di qualcosa o qualcuno di più grande. E nel raccontarlo.
Tanto che, con quella punta di assurdo che hanno tali ragionamenti a 25 anni, mi auguro di conservarlo quel ritratto in blu e grigio, quelle mille versioni della “caduta”: sono fra le poche cose che mi legano ad una terra che in fondo non amo; sono fra quelle cose che un giorno vorrò mostrare ai miei figli (magari in un appartamento ed in una vita lontana ….lontana come a Santiago del Cile) e dire loro che sono di Domenico e raccontare loro delle sorgenti del Sile, di Chioggia, della chiesa a Mestre, dell’ex Tribunale di Padova, dei pugni di terra, delle pietre di turchese…

A breve qualche quadro di Domenico

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “storia di Domenico (recensione 8)

  1. Interessante.
    Ma alla fine sei sicuro di “non amare” la tua terra ? Cosa significa amare un luogo ? Dal tono del post e da alcuni riferimenti qua e là noto un certo trasporto, o sbaglio ?

  2. @ diegod: purtroppo la rete non offre molti quadri… comunque già nel link ne trovi qualcuno.

    @ Bruno: mi è servito un intero post per risponderti!
    Detto comunque in sintesi: non amo la sua gente, non impazzisco per i suoi paesaggi, le sue tradizioni, le sue storie. Ovviamente c’è qualcosa che mi piace, ci mancherebbe! Ma nulla che mi tratterrebbe qui a prescindere…

  3. da quel poco che ho visto, uno stile piuttosto «classico» di ottima qualità, direi un artista per nulla mediocre

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