cercando il luogo di una vita

Una riflessione cui volevo dedicare un post da portare alla vostra attenzione riguarda quella che, inter nos, definirò la “concentrazione” della nostra vita. Un preciso rapporto spazio-tempo.
Questo aspetto mi è stato suggerito da un amico, studente di geografia quando all’ENS di Lyon, il quale mi spiegava che (per quanto si migliorino i sistemi di trasporto in velocità e comodità) le persone scelgono sempre di vivere in un area avente come raggio un’ora di trasporto fra casa e lavoro.
Oltre tale limite, abbiamo l’impressione di perdere troppo tempo negli spostamenti.
Ciò significa che, normalmente, le nostre vite si svolgono (per la maggior parte) in uno spazio estremamente limitato. Lo spazio che riusciamo a percorrere in un’ora.

Considerazioni che ne derivano:
– sottovalutiamo gli spostamenti considerandoli di fatto una perdita di tempo fra l’ “essere” da qualche parte (di qui anche la mia ipotesi di qualche anno fa sul “non essere” durante un volo intercontinentale);
– i viaggi hanno il loro valore nell’eccezionalità dei loro spostamenti;
– “casa” assume un senso (anche lato) solo qua;ndo la nostra è sufficientemente concentrata in tale raggio, in qualche modo i globetrotter non hanno “casa”.

Ma da queste considerazioni me ne viene sollecitata un’altra.
Dov’è “casa”?
Un’amica ha scritto “home is where the heart is“; alla Galleria di Arte Contemporanea di Hamburg c’è un’installazione che recita (in 4 versioni, in 4 lingue diverse) “Home is not the land, but the community of feeling” (Ian Hamilton Finlay).
Così, il caro lettore e collega, ipitagorici mi chiede giustamente spiegazioni quando scrivo che “tuttosommato non amo la mia terra”.

Cosa vuol dire?
Vuol dire che ho una “casa” fisicamente intesa (come centro della mia vita) in un luogo verso il quale non nutro particolare affetto, per il quale non sento grandi legami.
Non che qui non abbia alcun legame: ci sono gli amici e la famiglia, ci sono i compagni di partito (cosa curiosa: impegnarmi con loro mi costringe ad amare un paese verso il quale non nutro quell’eccezionale interesse che sembrerebbe motivare l’impegno politico interesse… ovvero, lo nutro perchè voglio migliorare  il mio paese, ma mi sarebbe di fatto indifferente fare la stessa attività a/per Lunenburg o altrove), ci sono storie…. Eppure non c’è nulla che mi tratterrebbe qui, in qualche modo è come se non ci fosse un futuro.
Almeno, non il futuro che vorrei.
Certo, un dato non secondario è che non ho né una famiglia mia qui, né legami affettivi così stringenti (un amore dal quale non potrei mai separarmi, ecco). Questo mi costringerebbe a ripensare il mio futuro, la sua collocazione e le sue prospettive (perchè per ora posso volere ancora -quasi- tutto).
Ma cambia poi molto? No, penso di no.
Ecco quindi che concluderei nel senso di non avere “casa” in senso affettivo. Non ancora. Non qui.
Insomma, affetti (che “non ci sono”: non in misura determinante) e geografia sono sfasati.

“Tuttosommato non amo la mia terra”, scrivevo.
Cosa vuol dire? Vuol dire che non amo la sua gente, che la sento troppo lontana (con la quale non condivido aspirazioni e passioni); che non provo sentimenti struggenti per i suoi paesaggi; che le storie che ad essa mi legano mi sembrano molto più dolci quando condite di saudade che non quando ancora attualissime e vicine; che per il mio futuro vorrei un altrove di dimensioni diverse.
Uno spirito da migrante, direi. Auswanderer.

Forse viene da domandarsi “dove?”. Non lo so.
Avrei detto, un tempo, l’Irlanda, Berlino o forse Hamburg, Lisbona o Hanoi, la Cambogia, il Cile: posti verso i quali sento una strana attrazione, che mi affascinano, per i quali suppongo una qualche Wahlverwandschaft… O, comunque, una grande città con un mega aereoporto per fuggire rapidamente ed ogni volta che lo desidero (e questo mi dice una grande cosa: la mia vita ancora non la voglio “concentrare” da qualche parte… perchè? Io una risposta, confesso, la intravedo. Ma, se proprio la volete, almeno per ora dovete trovarla da soli).

Nell’abusato e  sovracitato “discorso di Freccia” nel “Radiofreccia” di Ligabue c’è una bellissima frase che secondo me molti non hanno colto (presunzione DOC): “voler scappare da un paese di 20.000 abitanti significa che vuoi scappare da te stesso. E da te stesso non puoi scappare, neanche se sei Eddy Merx”. Il mio paese di abitanti ne ha 10.000.
Così, non sento di poter vivere in un paesino… non un paesino per andarsene dal quale servano decine di cambi prima di poter fare il “grande salto”.
(Ma quelle metropoli sono poi un “luogo”? V’è in esse quella “concentrazione”?).

Da cosa sto scappando?

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

10 thoughts on “cercando il luogo di una vita

  1. Proprio oggi dicevo con un amico che al di là di dove abiti , sicuramente esiste un altro posto che tu puoi chiamare casa. Ma per trovarlo si deve aver il coraggio di lasciar alle spalle il proprio paese. Io ho sempre pensato che i luoghi solitari siano belli ma dopo un po’ , necessito di città , di strade .. Mi piace perdermi per poi ritrovarmi!!

  2. non credo che tu stia scappando, la tua mi pare comprensibile voglia di nuovo.. che io penso si dovrebbe in qualche modo soddisfare finché si è giovani, poi sopravvengono impedimenti di vario genere ed è più difficile muoversi, o meglio ci si muove ma nel raggio raggiungibile.. in un’ora 😉 ciao

  3. Contrariamente a te amo moltissimo la mia zona, tutta la Liguria che va da Genova(dove abito) ad Imperia (dove ho studiato 3 anni) e in mezzo ci sono il paese dove sono nato (Finale Ligure), dove sono cresciuto (Loano) e dove vivono i miei e dove ho vissuto 10 anni.

    La mia domanda del post precedente mi ha fatto riflettere sullo stessa tematica, e ho scritto due righe di riflessione/dichiarazione d’amore per la Liguria.

    Invece condivido con te la voglia di cambiare aria spesso, nonostante il grande affetto verso la mia terra. Forse questo mio pendolarismo parziale fra Genova e il Ponente Ligure diminuisce la mia necessità di viaggiare, chissà…

  4. @ intesomale: potrebbe accadere. Non mi stupirebbe affatto…
    So che l’esempio è stupido, ma ne ho avuto un pò la riprova l’anno scorso arrivando a Buenos Aires: era una città che desideravo tantissimo vedere e dopo 3 giorni non mi aveva trasmesso quasi nulla, almeno non nel senso di spingermi a voler vivere laggiù….

    @ ilsonnambulo: concordo con te, non credo che “casa” possa essere un luogo innato, ma piuttosto un luogo da costruire…
    In realtà anche a me piacciono i luoghi isolati o i piccoli paesi -purchè siano veramente qualcosa di bello e “speciale” (ma forse possono diventarlo solo risiedendovi abbastanza a lungo)- ma (un pò come il tempo veloce e frenetico di cui parlavamo altrove) sento anche il bisogno di poter scappare spesso… già un paio d’ore dall’aeroporto di Tessera mi sono troppe.

    @ giovanotta: non so se ti rendi conto di quanto ci hai preso con la tua risposta. Almeno nella sua seconda parte.
    Sulla prima, invece, sono in disaccordo: forse me ne sto autoconvincendo, ma propendo davvero per la fuga. Perchè la “voglia di nuovo” ha, secondo me, un suo senso diverso dal semplice allontanarsi. Ed ha una fine.
    Ma hai ragione sugli “impedimenti di vario genere” che poi ci legano ad un posto, ad una storia….

    @ Bruno: premetto che son felice per te che tu ti trovi così bene nella tua terra natia (anche se non parlerei di “invidia”). Però anche quando ero mezzo pendolare studiando a Trento non sentivo né soddisfatto il mio bisogno di allontanarmi, né un grande richiamo verso “casa”.

  5. Durante la mia purtroppo lunga vita professionale ho avuto la fortuna di vivere in almeno una decina di posti diversi, fra Italia, Europa e Africa. Non ho mai avuto il problema di “sentirmi a casa” perché invariabilmente dopo alcune settimane finivo col sentirmici a mio agio, e mi succedeva anzi di trovarmi estraneo al luogo dove sono nato quando vi rientravo per una vacanza. Ci vuole vuole vocazione, per essere meteci, e anche un po’ di talento… Ma ripensando alle ragioni iniziali di questo nomadismo, ammetto che erano tutte riconducibili a un desiderio di fuga. Da cosa? Dalla consuetudine, credo.
    Sono anch’io, come Ipitagorici, ligure affezionato. Oggi vivo vicino alla città dove sono nato, Genova, in un paese – Arenzano, che come tanti da queste parti si affaccia sul mare avendo alle spalle severe montagne. Sono sempre quelle che guardo, al mare concedo occhiate distratte. Non ho più esigenze professionali che mi spingano all’espatrio, eppure la voglia di fuga c’è ancora, e ogni volta che posso vado via. Proust non approverebbe, benché anche lui a suo modo è stato un’instancabile viaggiatore.

  6. Forse stai semplicemente cercando la tua verità, non penso ci sia nessuna fuga personalmente ma solo la voglia di andare nel profondo di noi stessi. In quanto massa organica non possiamo fare altro che continuare a mutare senza tregua e scoprirci e affrontare il nostro ignoto. Panta Rei.

  7. @ Mauro: hai vissuto in Africa? Dove?
    Anche io non ho difficoltà a “sentirmi a casa” in nuovi posti, ma non è che ciò sia proprio legato al fatto di non avere una vera e propria “casa”? In qualche modo ho l’impressione che potrebbe essere così.
    Infatti, mi sento abbastanza estraneo al mio luogo natio già ora.
    Bella “ci vuole vocazione per essere meteci”! …dovrei adottarlo come motto.
    Desiderio di fuga? Sicuramente! Dalla consuetudine? No, per me non direi che il problema è la consuetudine ma è proprio legato a questo luogo…

    @ miroirbleu: cercando la mia verità? A parte che ci sarebbe una bellissima citazione di Antonio Machado in proposito, e prometto che a breve la pubblico, non credo sia esattamente questo il problema. No, non si tratta di verità, né di routine. E’ solo un luogo sbagliato, un luogo in cui non sento di poter essere ciò che vorrei (ma forse è proprio questo che intendi).
    La “fuga” è un’implicita citazione di Thomas Mann (“tristan” e “Tonio Kröger”).
    Continuare a mutare? Ah, come lo vorrei! Ma ho sempre più l’impressione che col tempo ci si “fossilizzi” in un’identità che ci lascia sempre meno spazi di mutazione….

  8. “…Quasi romito e strano al mio loco natìo…” 🙂
    In Africa ho vissuto nella RD Congo quando ancora si chiamava Zaire, un paio d’anni, e successivamente in Marocco per sette. Vi sono poi tornato come viaggiatore (mai turista!). In Tanzania, per salire il Kilimanjaro, e recentemente in Etiopia per un trek nei monti Simien.
    L’inquietudine della permanenza è un sentimento non generalizzabile, chiunque ne è affetto dovrebbe poter riconoscere i propri buoni motivi. Alcuni di noi hanno radici aeree che si possono portare appresso senza dolorose cesure. Per costoro andare via è più facile, ma questo da solo non spiega l’impulso, né lo spiega il luogo in sé: forse dovresti capire esattamente qual è il problema legato al tuo luogo, prima di lasciarlo, altrimenti rischi di lasciare il luogo portandoti appresso il problema . Il mio l’ho attribuito alla consuetudine, che mal sopporto: e me ne sono andato ogni volta sapendo che prima o poi essa mi avrebbe raggiunto costringendomi ad andare di nuovo. In qualche modo devo esserle grato.
    Dei miei diversi “insediamenti” ricordo bene alcune classiche sensazioni. Sentirmi perfettamente a casa comportava sempre un processo in due tappe: la prima, quando appoggiavo su qualche scaffale di fortuna i libri che avevo portato con me; la seconda – e definitiva, quando su quello stesso scaffale aggiungevo il primo libro che avevo acquistato localmente. Il pensiero, poi, che non sarebbe stato quello il posto deputato a seppellirmi mi conferiva una sorta di un’immortalità provvisoria, che mi guariva da quel sentimento di mortalità interminabile di cui ero afflitto nel luogo che avevo lasciato.
    Mi permetto di dissentire quando parli di un luogo “in cui senti di non poter essere ciò che vorresti”. Il luogo ti può impedire di fare, ma solo tu puoi impedire a te stesso di essere; e a costo di dire una banalità, ti raccomando di non identificarti mai, nemmeno a livello verbale, in quello che fai o vorresti fare: è ciò che tu sei che ti spinge a fare, ma il non riuscirci eventuale nulla toglie alla sostanza del tuo modo di essere, come invece accadrebbe nel caso contrario. Detta in breve: il fallimento del fare non implica il fallimento dell’essere.
    Premesso ciò, se ritieni che sia il luogo a impedirti di fare, mi pare giusto che il tuo essere ti spinga a cercare degli altrove più propizi.

  9. Pingback: cercando il luogo di una vita 2, mezza risposta o forse update | redpoz

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