il mio razzismo ed io

La partenza si avvicina sempre più, allora diventa un tempo ragionevole per questa riflessione (di cui anticipo solo che più il viaggi si approssima, meno sento questo “razzismo”, anzi)

Personalmente non mi considero razzista, o per lo meno non mi considero discriminatore.
Certo, come tutti noi percepisco inevitabilmente le differenze più palesi e le “ordino” mentalmente in alcune categorie, cercando tuttavia di non farmi influenzare dalle apparenze nei miei giudizi.
Ma come diceva il prof di Sciences Po a Lyon, nel fare ordine si fanno anche discriminazioni (qualcosa si piazza prima, qualcosa dopo; qualcosa sopra, qualcosa sotto) -sottili differenze di valore.

Non mi considero razzista, ma il mio contatto e la mia interazione col diverso è inevitabilmente limitato da circostanze fisiche (tempo e spazio) ed immaginarie, limiti dei quali poi risente la mia mente.
Non avevo pregiudizi contro gli asiati anche prima di andare in Cambogia nel 2009, ma gli “asiatici” nella mia immaginazione e nella mia esperienza -quelle su cui potevo fare affidamento nel mio bagaglio di visto e vissuto- erano i cinesi, i giapponesi, eventualmente i coreani ed i viet.

Certo non i khmer (etnia dominante in Cambogia). All’inizio mi lasciarono un pò sconcertato: erano “neri“, un pò come gli indiani.
La cosa era inattesa e -intimamente, per quanto involontariamente- legata a stereotipi affatto positivi.
Non mi fa piacere riconoscerlo, ma nel marzo 2009 quando sono atterrato a Phnom Penh era così.
Poi ho imparato a conoscerli, i khmer: il fatto che fossero scuri di carnagione mi ha rapidamente lasciato indifferente. All’inizio l’identità asiatica mi ha aiutato ad “assorbire” questo fatto in altre categorizzazioni. Poi semplicemente l’ho ignorato: il colore della loro pelle non incideva affatto nel loro modo di relazionarsi con me, nel loro vissuto, nelle ragioni per cui ero lì… Quindi semplicemente non vi era ragione perchè dovesse incidere nel mio modo di relazionarmi con loro.
Ero stato stupido e lo avevo superato.
Per fortuna, nella mia stupidità, ero entrato in contatto con loro e questo contatto aveva rapidamente distrutto ogni logica per “categorie” che non avevano alcun senso di esistere.
Ciò che contava era che fossero colleghi, accusati, testimoni, vittime del massacro e al processo oppure che mi relazionassi con loro fuori dal lavoro.

Non sono razzista, ma l’idea di lavorare e vivere per alcuni mesi ad Arusha -Tanzania- un pò mi preoccupa. Anzi, le preoccupazioni sono secondarie: in qualche modo mi disturba. Mi da un qualche senso di disturbo l’idea di essere circondato così a lungo da persone “nere” e vivere in mezzo a loro.

Il nero è un colore così maledettamente complicato: l’uomo nero, la peste nera, i “negri”….

No, non è affatto politically correct da dire. Ma a noi qui che ce ne frega del politicamente corretto? Se un leghista può affermare che li vorrebbe affondare, io potrò ammettere di essere uno stupido di fronte a popolazioni di colore….

Cosa devo dire? Fra pochi giorni il mio volo per Arusha partirà, arriverò in Tanzania e lavorerò al Tribunale. E’ quello che voglio. E cosa cambia il colore della pelle dei miei colleghi, dei miei vicini?
Sono uomini, sono gente che come me si alza il mattino e va al lavoro, torna a casa, cena e va a dormire.
Come per i khmer, vivrò con loro, imparerò a conoscerli e imparerò che sono stato stupido a fare simili ragionamenti. Non c’è altro da fare: vivere chiusi nel proprio gruppo, nella relativa omogeneità dei propri “prossimi” non ci permette affatto di superare queste barriere che noi stessi ci creiamo.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

6 thoughts on “il mio razzismo ed io

  1. in Tanzania????
    uhm..mi ricorda qualcosa, ma non ricordo cosa…:))))
    cerca di scoprire perchè non han voluto i soldi della Lega…
    razzisti loro!!!:))
    buon viaggio, e buon lavoro in Tanzania…

  2. Il mio migliore In Bocca Al Lupo, Red! Salutami Arusha, dove ho soggiornato brevemente prima di salire al Kilimanjaro.
    Spero che troverai il tempo per ragguagliarci della nuova esperienza. Ti saluto invidiosamente 🙂 🙂

  3. Pensa che sono razzista con i bianchi! Comunque buon viaggio, e ti auguro che questa coraggiosa esperienza vada oltre le aspettative. Good luck.

  4. @ luigi: hai capito questi tanzanesi… pure gli schizinosi coi soldi nostri fanno, tzé! Che gentaglia [sarcasm]
    grazie per entrambi gli auguri, ne avrò bisogno!!!

    @ Mauro: Arusha devo salutarla da parte di un sacco di persone… meta molto frequentata a quanto pare! Non mancherò, comunque, di ragguagliarvi! …dovrebbe essere entusiasmante.
    Qualche consiglio da darmi?

    @ ilsonnambulo: ahahah, allora dovrò stare attento!! -pensa se questa tendenza prendesse piede in veneto: sarebbe una strage!! Ma (supponendo che tuo sia bianco) si può essere razzisti verso la propria “razza” (concetto che aborro, ma uso a titolo esemplificativo)? …sembra il film “the believer”.
    Grazie anche a te per gli auguri! Incrociamo le dita!!

  5. Gli stereotipi sono sempre in agguato, da quelli innocui a quelli pericolosi. Una volta, da ragazzino, pur non avendo mai provato disagio di fronte a etnie diverse, mi sono ritrovato a fare un gesto di cui un attimo dopo mi sono vergognato a morte: stavo camminando con una lattina di coca-cola in mano e dovevo passare di fronte a un tappeto pieno di borse e occhiali da sole di un venditore ambulante; quando mi sono accorto che era un nero, istintivamente ho cambiato di mano la lattina, in modo che non gli passasse troppo vicino. Perché mi è successo? Che cosa avrebbe mai potuto fare quel venditore africano? Rubarmi la lattina? Credo di sì, ho pensato proprio al furto, come se una schifosa lattina mezza vuota potesse essere un bottino allettante per un nero che vende borse e altre suppellettili. A quell’epoca ero pure molto sensibile e ci stetti male per il resto della giornata, vergognandomi del pregiudizio irrazionale. Da dove derivasse non so, ed è questo il problema: spesso siamo influenzati da pregiudizi e stereotipi che strisciano nelle nostre coscienze dai più disparati canali, dalle abitudini mentali alle paure indotte, il cui sostrato permea l’ambiente sociale che ci circonda.

    Ma per fortuna ogni tanto riusciamo ad affrancarci da tutto ciò e allora capiamo che sporchi negri e musi gialli sono più che fratelli, siamo noi stessi.

  6. Credo di aver vissuto anche io situazioni del genere, anche se (fortunatamente?) non ne serbo così chiara memoria…
    Sicuramente siamo influenzati da tanti retaggi e simboli irrazionali che inibiscono la nostra capacità di reagire razionalmente ai problemi (il mito dell’ “uomo nero” è un topos!). E sicuramente l’ambiente sociale italiano attuale non aiuta a superare questo problema, anzi lo accentua.

    Il solo modo che conosco per affrancarmi da questi stereotipi è affrontarli di petto: il modo migliore è immergersi fra loro così da non potervi scampare e rendersi conto della loro intrinseca idiozia.
    In questo, per me la Cambogia è stata fondamentale.

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