recensione 9: Gran Torino

Questa recensione credo non sarà di alcun aiuto a nessuno, visto che il film è uscito già da diversi anni e chi lo voleva vedere probabilmente l’ha già visto.
Ma sento che vale la pena scriverla, perchè Clint Eastwood con questo film ci da alcune grandi lezioni che spesso dimentichiamo.

Innanzitutto una lezione su vecchiaia e solitudine: il vecchio neo-vedovo Walt si ritrova solo, con una famiglia cui interessa poco e per la quale è soprattutto un peso.
Non credo siano giusti dei giudizi sprezzanti sui figli, suocere e nipoti: è un dato di fatto di questi anni e Eastwood lo rappresenta come tale. Si tratta di un rapporto costruito senza vicinanza umana, lampante nel caso dei nipoti, le cui responsabilità stanno da entrambi i lati e che si  risolve in telefonate interessate, in tentativi di aiuto inopportuni perchè ritardatari, lontani…
Tanto più che alla fine Walt stesso riconosce le proprie mancanze nel costruire un rapporto con loro, fa persino un tentativo di recuperare l’errore, quando è ormai troppo tardi (preso dalla paura?).

Una lezione sul disprezzo e l’amicizia: come sopra, al protagonista non interessa nulla di stringere legami coi nuovi vicini Hmong, per lo più anzi li disprezza. Al massimo, Walt ha qualche contatto sociale con quelli che considera suoi “pari”: immigrati europei di vecchia generazione.
Il contatto con i vicini nasce a discapito di tutto questo e di molto altro: nasce persino a discapito delle differenze generazionali (si veda, a contrario, la nipote), creando però un contatto fondato sulla stessa logica “di sacrificio” di Walt.
Questo contatto nasce anche per caso e non è certo cercato: nasce dalla sua mancanza di sopportazione per le violazioni della propria proprietà, dall’incomprensibile apertura della ragazza nei suoi confronti, dalla sua severa morale partecipe dei problemi altrui (per quanto paradossalmente: perchè si ferma ad aiutare Sue?).
Ma il fatto straordinario è che questo legame, nato fra le avversità, si rivelerà il più forte fra tutti quelli del film: tanto forte da far cambiare sia Walt che i ragazzi.

Una lezione sulla maturità e la responsabilità: che poi sono la stessa cosa. La maturità di Thao passa dalla sua sottoposizione alla sorella, alla famiglia, alla gang ed infine allo stesso Walt. Ma lo strano mix causato in quest’ultimo rapporto fra il ristoro dell’onore familiare leso e l’etica austera, “protestante”, del lavoro di Walt esporrà il ragazzo alla fatica delle proprie responsabilità, ad un confronto solitario (magnifica la scena sotto la pioggia) col mondo.
Confronto che inevitabilmente lo costringerà ad assumere una coscienza di sé (l’identità nasce sempre dall’opposizione, si veda Elias Canetti “potere e sopravvivenza“: anche per questo Walt è così forte, è sopravvissuto), a contrapporsi alle imposizioni di Walt ed infine a rinnegare quel fatalismo sul quale scaricava le mancanze della propria vita.
Thao accetta la sfida, in questo si compie la sua maturazione.

Una lezione su felicità e pace: diremo che Walt è felice? No, diremo di no. Però potremmo dire che in pace con sé stesso, con la propria infelicità.
Una vita che non risponde certo ai nostri comuni criteri di felicità, ma potremmo biasimarlo? Walt è una persona anziana, con una moralità austera e severa, con sofferenze che percepiamo (perfette le parole del protagonista stesso: “ciò che perseguita di più un uomo  quello che non gli è stato ordinato di fare”) ma non riusciremo mai a decifrare, neanche dal suoi linguaggio o dalle sue risposte odiose al prete. Possiamo imporgli come vorrebbero fare il giovane parroco ed i figli di cambiare vita? di passare ad uno stile più rilassato? Io credo di no.
Walt è burbero, scorbutico, ostico ed antipatico alla maggior parte dei suoi simili. Ma nonostante questo ci sentiamo più prossimi a lui che ai figli o al giovane prete “piacioni” ed accondiscendenti.
Credo che questa sia, per i nostri tempi, una lezione dura ed austera, ma una grande lezione: quella della pace con sé stessi, anche quando questa pace passa per una sorta di infelicità.
La serenità con cui Walt ci si presenta, nonostante il pessimo contesto, trasmette un senso di pace con sé stesso, con la propria vita. Una chiarezza intellettuale invidiabile. Un modello morale che abbiamo abbandonato.

Poi, una lezione sulla violenza: la “violenza” nel film non manca, dalla prima (quasi gentile) apparizione della gang, dal passato di Walt, sino allo stupro e alla sparatoria finale. Ma per lo più si tratta di un’esibizione di violenza. Fondamentalmente sterile. Magnifico in questo il modello stesso del protagonista che punta il dito a mò di pistola: un simulacro di potere, dato dalla violenza e dall’intimidazione.
Ma non è questa la violenza che colpisce, bensì il messaggio che ci arriva alla fine, quasi di una conversione, quando Walt “decora” Thao pronto a partecipare alla vendetta contro la gang e desideroso di sapere cosa di prova ad uccidere un uomo: lo decora e lo rinchiude, contro la sua volontà, nel proprio sgabuzzino, dove non potrà intervenire e nuocere.
Anche questo è un atto violento, contrario alla volontà altrui. Ma di una specie completamente diversa. Qui non c’è più né esibizione, né esaltazione. C’è risoluzione.

Ed infine una lezione sulla forza: questa è forse la lezione più importante che Walt-Eastwood ci da col suo film. Dopo tanta violenza, un esempio di forza tranquilla, l’unica che si rivela risolutiva.
Così, al finale del film ci si aspetta l’escalation, il massacro. Ed in fondo non troveremo sorprendente vedere Walt nel ruolo di vendicatore solitario.
Ma la cosa si risolve in modo totalmente inaspettato, con la scoperta di una forza ove fino a prima si vedeva debolezza. Un forza nel sacrifico estremo, e per questo eroica, una forza in grado di travalicare e superare tutta la violenza che si è dipanata nel film e nelle vite dei protagonisti.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “recensione 9: Gran Torino

  1. E’ uno dei film più belli ed intensi di Eastwood. Un film dai mille insegnamenti, come giustamente sottolinei, che fa dell’integrazione fra razze, culture e generazioni diverse il suo tratto più importante. Un lavoro dal”impianto classico che riesce però ad essere straordinariamente al passo con i tempi e con le mutazioni profonde che le società occidentali stanno vivendo in quest’ultimo quarto di secolo…

  2. non l’ho mai visto, anche se mi sono riproposto di vederlo quando passerà su SKY..oltre alla tua brillantissima recensione, ho letto solo commneti positivi sul film..e poi, scusa ma..un film che si intitola GRAN TORINO…vuoi che io me lo perda??????

  3. Vado controvento: io quel film l’ho trovato una favoletta e poco più.
    Il vecchio rude, dal cuore di ghiaccio, che a poco a poco si intenerisce, conservando però un pizzico di orgoglio spigoloso che non gli permette mai di aprirsi completamente e che lo fa ritrarre non appena si accorge di aver tenuto un comportamento ‘umano’, è a mio avviso un tema già ampiamente sviscerato ed inflazionato, oggi tollerabile appena nel cartone animato di Heidy (ricordate il nonno solitario, burbero e di poche parole?).
    Intendiamoci, il film è bello e il finale commuove, giusto perché lo fa in modo inatteso (io, per lo meno, m’aspettavo il solito ‘the-end’ perbenista-buonista), ma le trovate su cui si poggia mi sono sembrate trite e ritrite

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: