in principio furono barba e capelli

Avvenimenti e letture di questi giorni, di queste settimane, mi hanno portato a riflettere e così ho avuto l’intenzione di scrivere un post un pò sconclusionato come quello che seguirà: un post che parli di me, della mia generazione e dell'”umanità”, della codardia e della responsabilità, del singolo e della massa.
Per comprenderlo appieno forse non basterebbe la mia intera produzione da blogger, ma non pretenderei tanto neanche da me stesso, quindi rimando solo al post “ambiguità” di intesomale che dice già molto (se poi, proprio, volete osare: ecco la rassegna “ed io“).

Dunque, in principio furono barba e capelli: un uomo, un ragazzo che non voglia strafare nell’affermare la propria identità in età adolescenziale ma voglia al contempo distinguersi un minimo, non ha molti strumenti su cui intervenire. Barba e capelli, appunto.
Potremmo ovviamente ricorrere a tatuaggi, ad orecchini e piercing, ad abiti particolarmente “marcanti”, entrare in mille gruppi (punk, emo, goth…).
Ma tutto questo “fossilizza” la nostra rappresentazione nel mondo in un modo fortissimo. Forse eccessivo per un ragazzo di 15-20 anni, per un mondo che pare non dimenticare nulla, mai.
Ed io certo non volevo finire così: perchè nessuno di quei marchi mi pareva mi si addicesse, perchè non ero sicuro di quale fosse quello giusto e perchè avevo ancora tanta voglia di cambiare.
Barba e capelli furono in questo senso la mia salvezza: ho provato ogni possibile taglio di basette, pizzetto, barba… ecco, giusto sui baffi mi son trattenuto (erano troppo comuni in famiglia); similmente ho variato moltissimo il mio taglio di capelli passando nel giro di un paio d’anni da una rapata a zero ad un codino lunghissimo portato nei modi più strani.
E tutto questo lo accompagnavo sempre ad una scelta di stile tesa non dico ad irritare, ma quantomeno a spiazzare l’interlocutore del momento: alla maturità mi presentai con una camicia arancione, ad un esame andai in sandali… Volevo sempre che il giudizio fosse schiettamente, brutalmente oggettivo sulla mia preparazione, senza che la mia persona (la mia presentazione) influisse o mi agevolasse.
Un atteggiamento volutamente ambiguo, che non si lasciasse inquadrare in nessuna definizione. Ho pensato a questa ambiguità come libertà ed ogni giorno in più che passa con l’avanzare del tempo, con il formarsi una professione stabile, sento questa libertà scemare e sospetto di aver sbagliato approccio. (mi sembra di parlare in termini molto psicologici, ma di psicologia non so nulla…)
Questa è stata quindi anche la “procedura operativa standard” pure con le ragazze: nascondere, negare, occultare, scrivere e tenere per sé (magari pure con la pretesa di fare “letteratura”!).
Poi, nel giro di una settimana, ho scoperto quanto intimamente sospettavo da tempo: questa presunta libertà è piuttosto codardia, la codardia di chi si nasconde in mille opzioni per non prenderne nessuna (diamine! e sono oltre 4 anni che ho letto “L’età della ragione” in cui Sartre descrive tutto questo).
Infine, tutto questo si iscrive anche nelle mille ambizioni di fuga, di viaggio, di un altrove nel quale ricominciare da capo la propria identità.
Questo per me.

Passiamo alla mia generazione.
A modo suo, intesomale ci dice che è un atteggiamento comune, un cercare di fuggire senza capo né coda che prima o poi dovrà scontrarsi con la realtà umana.
Lui parla di paternità, io parlo d’amore. Ma, in fondo, credo cambi poco: in entrambi i casi parliamo di “ricevere” da qualcun altro un marchio, un’identità che ci renda insostituibili. Alla fine, dove non arriviamo noi con l’affermare ed il plasmare il nostro essere, arriva la vita. Ed arriva anche dove noi pensavamo di aver già completato il lavoro.
Forse “bortocal il saggio” potrebbe darci qualche suggerimento.

Esistenzialismo, continua a rimbombarmi in mente questa affermazione mentre scrivo.
Perchè al pari della codardia, della fuga, c’è la responsabilità: il restar fermi ed assumersi il peso delle conseguenze delle proprie azioni.
Il peso per me, per la mia generazione (e le precedenti), per tutta l’umanità e per ciascun singolo che poggi piede sulla terra. Sembrerà forse una digressione quello che sto per scrivere, ma credo che il discorso sia unico e come tale vada affrontato: penso a quel criminale o quei criminali che hanno piazzato una bomba assassina davanti alla scuola di Brindisi: bortocal in una sua analisi parla (causandomi un pò di confusione) dell’ “omicido fanatico” e dell’ “omicidio cinico” ove pare impiegare per entrambi la categoria di criminale: ogni omicidio è criminale, ma io vedo fra i due una distanza abissale, la distanza della responsabilità. Un criminale è un criminale, ma chi delinque per ragioni ideologiche -se scoperto- è anche pronto ad assumersi le sue responsabilità del suo gesto, se non giuridiche almeno politiche. Un kamikaze si fa saltare in aria assieme alle sue vittime, per lui non c’è altra possibile conseguenza; un guerrigliero si presenta in catene ma in piedi dinnanzi al tribunale che lo giudicherà. Un criminale cinico come i nostri mafiosi no, mai: loro fuggono.
I primi sono convinti di essere nel giusto e con tale convinzione affrontano le loro conseguenze, loro hanno un’identità “politica”, “ideologica”; non so se i secondi si pongano il problema della correttezza delle proprie azioni, credo di no: se lo facessero, crollerebbero sotto un peso morale “da uomini” che non possono sopportare.
Perchè i criminali agiscono a volto coperto?
Come le maschere di un teatro….
Mi sembra di risentire la battuta de “The Big Lebowski“: “Nichilisti? Mi venga un colpo. Allora è meglio la dottrina nazional-socialista, Drugo. Se non altro, ha alla base l’ethos”. E’ orribile da ammettere: ma, in fondo, un Mladic che ordina lo sterminio di 8.000 musulmani a Serbrenica è più uomo di un Totò Riina o di un Bernardo Provenzano. Se non altro, perchè ora affronta il proprio processo (ed Hitler, col suo suicidio, è stato meno uomo di tutti).

Quando non c’è fuga, c’è responsabilità.
E solo ove v’è responsabilità, v’è un uomo. Il resto sono codardi.
Vorrei dire “non-uomini”, ma non sono nazista. Mutuo piuttosto l’idea da Cioran è dico che non sono “individui”, “persone”. Non ricordo più chi ha scritto che “esistere significa resistere”, ma ricordo bene che è tratta da “Auto da fé” di Elias Canetti l’affermazione “Il coraggio di essere perché nel nostro mondo essere significa essere diversi”, ed una persona è diversa solo quando afferma sé stessa contro il mondo (altro che Kierkegaard).
Ecco, ogni volta che ripenso a quella mia compagna di classe che si mise a piangere durante l’orale dell’esame di maturità (e prese 100), mi incazzo: pregevole esempio di una generazione vigliacca.

Vorrei invocare per quel criminale, per me stesso, per tutta la mia vigliacca generazione la forza di  esser uomo, di agire come una persona vera: di venire allo scoperto ed urlare “io!” come il Mersault di Camus nella conclusione de “Lo straniero”, di guardare la folla inferocita dal patibolo e saper trarre tutte le conseguenze del proprio essere.
Venga fuori, quel vigliacco che ora fugge o se la ride per la propria grande ed immemorabile impresa, venga fuori. Abbia la metà del coraggio di quelle ragazze che piangevano dopo l’esplosione.
E venga fuori, quel vigliacco di red che  ancora si nasconde dietro gli pseudonimi di Asja Lacis e tentenna sul da farsi.
Ah, se ognuno di noi fosse in grado di portare il peso che deve portare! Di non scaricare su altri le conseguenze delle proprie azioni! Se ancora dicendo “ti amo” si potesse soffrire come se non lo si avesse mai detto, senza far soffrire alcun altro!

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “in principio furono barba e capelli

  1. Senza responsabilità non c’è uomo. I politici spesso fuggono dalle loro , questo fa capire di che pasta sono!

  2. @ intesomale: bella conclusione! …non cresce mai ciò che si pianta.
    ah, la battuta sulla sottigliezza non l’ho capita….

    @ il onnambulo: sono totalmente d’accordo con te, precisando che ovviamente parliamo solo di alcuni politici nostrani (all’estero, grazie a dio, sono un pò meglio: c’è speranza per la specie umana)

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