secondo dispaccio dal fronte

Secondo dispaccio dal fronte

Tante cose da dire da questi primi giorni in Africa. Tante, si affollano nella testa e lasciano anche poco spazio per cercare di fare ordine. Un po’ come un debug di un pc troppo affollato di dati: per spostarne uno, si deve prima smuovere il mondo. Facciamo comunque un tentativo.

Cercherò anche di caricare qualche foto, ma tutti propositi andranno messi alla prova delle connessioni internet di Arusha e delle mie carenze organizzative….

 

Idi Amin ed io

Lo so, è un inizio banalissimo, ma è stato tale quindi è inutile nascondersi dietro false pretese di stile: l’arrivo all’aeroporto di Nairobi mi ha immediatamente detto “Africa!”. Non tanto per i visi della gente, per i duty-free che vendevano le onnipresenti statue in legno, quanto per l’odore. Quell’odore caratteristico di ogni nuova meta che percepisci solo appena arrivato e dopo ti abitui così rapidamente da perderlo…

Odore d’Africa, come prima c’era stato quello di Cuba, di Cambogia, d’Argentina. Un odore legnoso, speziato, gradevole.

E giù con le usuali, universali, formalità di visto, bagagli e trasporto. Ma superarle, in Africa!, fa sentire così bene! Specialmente se scopri, in volo leggendo la dichiarazione doganale, che il Kenya vieta di importare “prodotti derivati dall’artemisia” e tu hai una boccetta d’assenzio come antimalarico in bagaglio… e già immagini le carceri kenyote!

Ma facciamo un salto avanti… Idi Amin col Kenya non c’entra nulla, poco anche con la Tanzania (invase l’Uganda nel ’79 per cacciarlo), ma per chi ha visto “l’ultimo re di Scozia” c’entra molto con l’idea di un giovane occidentale (e pure idealista) in Africa, con l’esotico e la ricerca (?) di avventura.

Se in Cambogia mi sentivo John Wayne, qui mi sento un bambino esposto al fascino di Idi Amin. Il fascino criminale, avventuroso, un po’ da “isola del tesoro” tropicale, che ci prende sempre quando parliamo d’Africa. Quel fascino oscuro, boder-line, quel senso di libertà e di opportunità smisurate che questo continente promette di offrire agli stranieri in fuga.

L’impressione mi si installa in mente sin dallo sbarco: è come se il tempo fosse rimasto agli anni ’70, qui in Africa (e da allora come se fosse fermo ai primi del ‘800…): esotismo, occidentali che fanno la bella vita, “colonizzatori”: così, anche oggi, anche gli schiavetti interns e praticanti delle Nazioni Unite fanno una bella vita in bei quartieri, tutti concentrati e passando le serate sempre tra loro e con buon vino. Anche un anno all’estero non permette di creare legami coi locali, così si lega solo tra noi.

Aggiungete che battuta ricorrente nel film citato è quella che il dittatore ugandese rivolge al giovane occidentale: “sei venuto qui per fare come tutti, rubare e fottere?” Non vorrei dire che è anche il mio caso, contrariamente alle battute che facevo sull’esperienza in Cambogia (“cosa vai a fare?” “turismo sessuale!”) però non potrei nascondermi il fatto che, in fondo, anche io lì (come temo qui…) ho “rubato”, ad esempio nel contrattare il prezzo più basso possibile pur sapendo che non era onesto, quanto al fottere, ovviamente non è la ragione per la quale sono qui…

Fascino che, per i casi della vita, doveva essermi rapidamente confermato quando sabato pomeriggio il padrone di casa della ragazza che mi ospita a Nairobi, un vecchio indiano che ha sempre vissuto in Kenya, ci racconta delle sue imprese criminali nel traffico di…. caffè(!) dall’Uganda al Kenya proprio all’epoca del dittatore, dell’incontro con uno dei suoi soldati durante un viaggio e dell’uccisione di un tizio a bordo strada –circostanza dalla quale il nostro ospite si è salvato solo perché partecipe del traffico!-.

E’ l’Africa, bellezza. Avrei dovuto pensarci.

 

Quando la minoranza appariscente sei tu

Dopo? dopo c’è il totale ribaltamento delle prospettive: il momento in cui ti rendi conto che non c’è un solo altro bianco in giro oltre a te. Questo è accaduto prestino: già sabato mattina, con la prima uscita in città. A Nairobi è pieno zeppo di ambasciate ed uffici ONU, solo sono tutti concentrati nel bellissimo quartieri dei gigiri, protetti in belle case con guardi e servi (accessibili anche ai poveri interns), mentre nel town center non se ne incontra uno a pagarlo.

Non stupisce, visto che la città non offre nulla da vedere… ma fa comunque riflettere sulla nostra percezione: i kenyoti non sono particolarmente insistenti, tranne al mercato, ma di certo percepiscono la tua differenza –troppo evidente per nasconderla in ogni caso-.  Perché stavolta sei decisamente ed inequivocabilmente tu quello “diverso”, quello ostentatamente, percettibilmente, non conformato…

Sono tranquilli, loro. tu? Anche io, in fondo. Ma è comunque molto strano trovarsi dall’altra parte della percezione, essere almeno potenzialmente esposto a tutte le vessazioni delle minoranze.

 

Considerazioni sulla storia d’Africa

Dico che Nairobi è brutta come città. Da vedere, che meriti veramente, di fatto non c’è nulla. Tutti edifici recenti, al massimo di inizio ‘900 ed i più nuovi sono i più pacchiani e brutti.

Questo, soprattutto, mi ha fatto penare alla storia nel mondo: cosa vogliamo vedere quando visitiamo città? Banche, forse? Ministeri? No, vogliamo storie: vestigie del passato, della civiltà, del popolo, dei “grandi”. La storia è passata anche di qui, anche qui sono sorti regni ed imperi, ma le loro tracce non si trovano: si trova solo un affastellarsi di edifici troppo nuovi per interessare ad alcuno. La storia si gioca sulle vestigie che lascia.

È la stessa storia in ogni metropoli del terzo mondo: cattedrali nel deserto, piazzate lì dove prima (semmai) c’erano villaggi modesti solo per il comodo degli occidentali. La storia dell’Africa è altrove, ma dove?

Dove sono le vestigie d’Africa?

 

Un po’ di turismo: Nairobi, Kenya e Tanzania

Di Nairobi ho detto che è brutta: una grossa, affollata, inquinata, metropoli del terzo mondo. Un po’ meglio, tipo di Phnom Penh o di HCMC, avendo addirittura autobus pubblici e privati (i matatu) e cestini per l’immondizia. Ma sempre quel genere di metropoli è.

Bella è invece la Karura forest, praticamente in centro città una vera e propria foresta: non vergine, perché curata e dotata di sentieri, ma quasi intoccata.

Quello che si vede subito del Kenya è il verde: dalla Karura forest sino alla frontiera con la Tanzania, il paesaggio degli altipiani è affollato di alberi ed arbusti, rendendolo gradevole (anche se a tratti monotono). Ed intervallato da villaggi tuttosommato frequenti che parrebbero masai.

La Tanzania, sin dal confine, è totalmente diversa: si alternano zone rocciose ed aride a prati verdi ed aree coltivate, montagne all’orizzonte. Ed i villaggi sono davvero pochi.

Curiosa una tale differenza, pensando che il confine è stato tracciato con un righello…

 

Alla faccia del virus

La parte migliore del viaggio: scoprire di poter uscire la sera “impuniti”, senza timore di malaria, febbre gialla od altro… siamo in altura! La sera fa decisamente freddino (si sta bene con un maglione di lana, anche!) e le zanzare non pungono. Dormo persino senza zanzariere ed ancora mi sveglio immacolato. Per precauzione tornerò ad usarla, ma stiamo andando verso la stagione fredda. Sempre sia lodata questa altura sopra i 1000 mt!

 

Una questione d’etica?

All’arrivo in Africa, l’occidentale avrà sempre la sua buona dose di pregiudizi su tante cose che accadono quaggiù. E dico “buona” non perché abbondante, ma perché basata su pregiudizi importanti: su valori condivisibili e preziosi. Ad esempio, il lavoro minorile.

Il lavoro minorile fa schifo. Ovvietà.

Ma che dire quando in cinque ore d’autobus, passando per due diversi stati, vedi forse centinaia di bambini accudire mandrie e greggi, prendere l’acqua? Ed appena una decina di loro, forse, a scuola?

La sproporzione è impressionante e deve far riflettere… non voglio giustificare il lavoro minorile, ma contestualizzarlo, questo almeno sì.
Cosa diciamo del “lavoro minorile” nelle tribù indie dell’Amazzonia? Nulla. Perché? Perchè, nel loro caso, giustifichiamo questa pratica con l’interesse a preservare la loro autarchia culturale, sociale ed economica. I masai tra Kenya e Tanzania parte di tale “autarchia” l’hanno già persa. Ma vorremo “de-culturarli” del tutto per deportarli in qualche città?

Mi rendo conto che è orribile, ma passando in autobus per questo continente sono giunto a questa rapida conclusione: se vogliamo che un masai resti masai, dovrà far lavorare i figli per sopravvivere. Perché per loro è questione di sopravvivenza, come popolo nomade, rurale, isolata e che ha il diritto di restare tale –se lo vuole.

Resta bene inteso che ciò vale solo in tali circostanze, non certo per qualche fabbrica nelle metropoli!

 

Un italiano in fuga

Cercavo risposte venendo qui in Africa? No, non direi. Di mezze risposte ne avevo già trovate tante e averne di nuove non mi aiuta.

Ma allora perché fino a qui, nel cuore dell’oscurità? Per vezzo d’avventura? Forse stupirò qualcuno, ma non sono affatto un tipo avventuroso. Anzi, più passa il tempo, più mi rendo conto di essere sedentario, avvezzo alle comodità e poco o punto propenso a smuovermi. A ripensarci così, non sarei mai andato in Cambogia se allora non fossi tornato da poco, non mi fossi ancora nuovamente “stabilizzato” a casa (e, detto allora per inciso, la teoria attuale è che sia questa “scomodità” la causa del mio attuale malessere qui in Africa: il senso di non essere al posto giusto. Non il razzismo, come temevo, che proprio non c’è; non la “paura” d’Africa, che se mai v’era scompare dopo ogni piccola difficoltà superata. Piuttosto la sensazione di essere scomodi, non sentirsi a casa. Sensazione vivissima come mai prima, per il semplice fatto che prima ero più prossimo al paese natio, più vicino alla cultura del luogo ed anche più avvezzo a viaggiare…).

Niente avventura, insomma. Di fatto, mi sono quasi costretto a venire fin qui: mi son fatto violenza per superare ancora i miei limiti. Cosa potrà fermarmi dopo? Ma è una violenza che ora, almeno un pò, pago. Vedremo quando mi ambienterò.

Perché qui, allora? …in fuga, mi viene da pensare. Un po’ come l’Eddy Merx citato da “Freccia” nel film di Ligabue: se non posso scappare da un paese di 10.000 abitanti, dove potrei nascondermi da me stesso? Solo in Africa.

Solo tra le braccia dell’oscurità, dell’avventura, dell’esotico. Proprio come il giovane scozzese.

Tra le braccia di Idi Amin….

 

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

7 thoughts on “secondo dispaccio dal fronte

  1. questo post è praticamente stupendo.

    non credo che dipenda soltanto dal fatto che adoro i racconti di viaggio in situazione, ma dipende proprio dalla ricchezza delle osservazioni e delle rfilessioni e dal fatto che – in viaggio – sei costretto ad applicare la tua ricchezza creativa a situazioni concrete, concretissime, facendocele vivere assieme a te, con una molteplicità di sfaccettature che solo tu sai dare.

    last but not least tra i motivi di fascino di questi tuoi resoconti africani è il fatto che si sente benissimo che tu sei un grande narratore di viaggio, ma non sei per niente un viaggiatore.

    se pubblicherai prima o poi, come mi auguro, questi racconti, ti suggerisco un titolo: L’Africa vista da un sedentario.

    quindi, caro red, anche con riferimento al resoconto n. 3 che ha preceduto questo, resisti: anche per me che mi sento un viaggiatore i giorni del primo approdo sono giorni di crisi di domande sul perché si sia arrivati fin dove si è.

    con questo però so benissimo che il tuo conflitto è più profondo e si riassume nel tema: perchée viaggio se non mi piace?

    ultimo consiglio (e non è quello di evitare le zone non occidentalizzate, che io non ho seguito né ad Addis Ababa né a L’Asmara): occhio ad essere l’unico bianco in giro, cerca di evitare di tornare ripetutamente negli stessi posti, conta sull’effetto sorpresa e non dare alcuna regolarità alle tue apparizioni; per il resto cerca di essere quello che sei già, cioè sinceramente interessato a loro e al loro modo di vivere.

    non sarà un artificio, ma è la migliore delle corazze.

    in bocca al lupo!

  2. @ bortocal: confesso che “non sei per niente un viaggiatore” mi ha lasciato un pò così…. disturbato.
    In realtà, ho viaggiato in un sacco di posti e sebbene potremmo discutere per ore sul concetto di “viaggiatore”, credo almeno in parte di rientravi: mi piace girare, conoscere gente del posto, la cultura…. Ma qui, bada bene, non si tratta solo di viaggiare, bensì di vivere all’estero. Credo ci sia una differenza non da poco nel soffrire alcune carenze per pochi giorni o per mesi.
    Un sedentario? Diciamo che lo sto diventando, almeno nella misura di “trasferirsi” altrove.
    Perchè viaggiare mi piace e mi è sempre piaciuto, ma affrontare alcune difficoltà come quelle del resoconto 3 con tutte le limitazioni di soldi tempio è scoraggiante e sconfortante. Specialmente se soli.
    Insomma, vorrei viaggiare con qualche comodità in più, ecco tutto.

    @ allegria di nubifragi: ti farò sapere come va, così magari ci ripensi….

    • caro red, mi spiace se hai colto qualche intenzione negativa – che non voleva esserci – nella mia osservazione; avevo solo crcato di interpretare quel che stavi dicendo tu.

      mi aveva giusto colpito lo stacco fra la quantità enorme di viaggi fatti, alla tua età io mi ero spinto solo fino a Vienna, e il disagio che stavi esprimendo; ma ora hai corretto il tiro, e lo correggo anche io.

      per me che sono stato sei anni e mezzo in Germania (mica in Africa!) certi disagi non sono mai finiti del tutto, e comunque in Africa avrei avuto dei grossi problemi a vivere a lungo; ma tu sei ancora ai primi giorni e spero che le tue difficoltà siano in via di risoluzione.

      in bocca al lupo, ok?

  3. Ti rinnovo un “buona fortuna” per l’esperienza.
    Quando rientrerai in Italia, dobbiamo assolutamente conoscerci di persona e ti offrirò una birra davanti alla quale mi racconterai le impressioni…

    Quello che scrivi mi ha fatto ripensare a un bel libro letto l’anno scorso “Ebano” di Kapuscinski, in particolare il primissimo capitolo quando il giornalista polacco scese dall’aereo…

  4. @ bortocal: no problem.
    Effettivamente sto vivendo dei giorni abbastanza… “difficili”, di quella difficolta` che si incontra nelle piccole cose cui non si e` abituati.
    Sono fortemente convinto che questi mesi saranno fantastici, solo vorrei potermi mettere in pace, soprattutto con l`alloggio per poterli affrontare con la giusta serenita` ed un minimo di programmazione (anche finanziaria).

    @ Bruno: mi far` molto piacere conoscerti appena tornato, specie davanti una buona birra!
    “Ebano” volevo proprio comprarlo un paio di settimane fa… caso strano.

    @ Sed: ti ringrazio, per ora incrociamo le dita!

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