normalità italiana

Bortocal in due differenti post (230 e 287) analizza con grande lucidità i “moventi”, la logica sottostante, il terribile attentato di Brindisi.
Ho già commentato lì, ma i recenti sviluppi mi spingono ad un paio di riflessioni più specifiche su questo fatto di cronaca italiana, la cui distanza geografica mi permette un certo distacco emotivo ed intellettuale e mi spinge al contempo a sospendere per un attimo la serie dei dispacci.

Innanzitutto, una precisazione giuridico-linguistica: nel scrivere questo post stavo impiegando il concetto di “terrorismo” associato all’attentato di Brindisi, divenuta comune nel web italiano). Comune, ma giuridicamente impropria: il Tribunale Speciale per il Libano, all’epoca presieduto dal compianto giudice Antonio Cassese ha dato la prima definizione internazionale di terrorismo, definizione fondata su tre elementi:
– la commissione di un atto criminale;
– il dolo specifico di diffondere il terrore o forzare un ente dal fare/ non fare qualcosa;
– la transnazionalità.

Tralasciando il terzo elemento, che chiaramente nel caso di Brindisi manca, è soprattutto il secondo punto a lasciarmi perplesso (e le citate riflessioni di Bortocal possono aiutare a chiarire questi miei dubbi): che movente aveva Vantaggiato?
Diffondere il terrore?
Forzare lo Stato ad un fare/ non fare?
No, sinceramente non credo: posso sbagliarmi, ma non vedo, in quel gesto, elementi essenziali (quali la pubblicità) per ricondurre il dolo dell’autore a tali intenzioni specifiche. Manca una rivendicazione, manca la possibilità di ricollegare il crimine ad un chiaro intento.
Ben diversi i casi delle bombe mafiose del ’92-’93: i “mandati” erano chiari, in controluce, così come i loro intenti; ben diversi anche i recenti casi di attacchi alle sedi di Equitalia: pur non sapendo da chi orchestrati, l’obiettivo è intuibile.
Non per Brindisi: cosa voleva Vantaggiato? Farsi restituire i soldi? Ma allora avrebbe dovuto richiederlo!
Niente terrorismo, dunque.

Ma, aldilà della disamina linguistca, è la citata normalità del Täter (“autore”- “criminale”) di Brindisi ad incuriosirmi.
Ancora una volta, da una prospettiva giuridico-linguistica.
La norma, secondo la migliore definizione del Digesto Giustinianeo è “la ratio comune a ciò che accade per lo più” (id quod plerumque accidit). Ovvero la “razionalità” dei comportamenti ripetuti, la regolarità statistica-prescrittiva.
Ma che “normalità” c’è nel compiere un gesto del genere?? E’ forse “normale” che un uomo coltivi un simile intento per motivi tanto futili? Non posso accettare una conclusione del genere.
(Vabbè, anche Hitler, Eichmann, Pinochet, Videla e Pol Pot erano uomini normali… forse semplicemente la normalità umana non esiste, o è una normalità omicida e violenta. Mettimocela via).

Ma la “normalità” giuridica vuole imporsi, vuole essere un comando che ci forza a superare anche i nostri “normali” istinti; una costante  che deve diventare tale per ciascuno e tutti i componenti della società, per garantirne la convivenza.
Ecco -l’ho ormai detto tante volte- questa è una “normalità” tutta italiana (“cinica” per usare le parole di Bortocal), una normalità dalla quale ciascuno si chiama fuori, per scaricare solo sugli altri le conseguenze delle proprie azioni (senza conseguenze non ci sono responsabilità).
Ecco, quello italiano è un per lo più che vale sempre e solo per gli altri.

Ma forse dovremmo fare  un bel referendum, l’unico che a questo punto abbia qualche valore: dovremmo chiederci, noi italiani, quanti credono che le norme valgano anche per loro e dovremmo concludere che se una maggioranza ritenesse che questa non è la  realtà, il nostro consorzio sociale andrebbe sciolto.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

3 thoughts on “normalità italiana

  1. ciao Red|!
    non mi addentro sulle definizioni internazionali… ma ho letto i tuoi post dalla profonda Africa:
    interessanti le notizie e le riflessioni!
    (e anche degli stipendi ONU, ma questo si sapeva già ed è francamente scandaloso).
    Tu fai attenzione ai possibili imprevisti.. Salutone da.. zia giovanotta 😉

  2. arrivo tardi e ringrazio delle riflessioni che in qualche modo sono collegate a quel che ho scritto.

    direi soltanto che forse non si può dire che “il nostro consorzio sociale andrebbe sciolto”, ma semplicemente prendere atto che è già stato sciolto, dato che non può considerarsi un consorzio sociale una associazione di esseri umani le cui relazioni sono guidate unicamente dalla minaccia e dalla paura

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