questione di politesse: settimo dispaccio

Pochi modi per conoscere un luogo sono migliori che affidarsi alle impressioni di chi già vi vive da tempo, siano persone del posto od espatriati.
Così, negli ultimi giorni ho sentito molto parlare della “politesse” che accompagna tutte le attività e le relazioni in Tanzania. Una gentilezza costante dei modi di fare, una cortesia in ogni rapporto con gli altri che al caso sembra quasi un`esasperata formalità.
Esasperata formalità è certo l`impressione più comune per gli occidentali, abituati piuttosto a modi spicci e diretti, tesi all`efficienza ed al dovere delle proprie occupazioni.  Impressione che pare comunque condivisa anche dai locali, stando ai paragoni con i modi spicci dei kenyoti (non di rado piuttosto apprezzati). Tanto spicci da sembrare sgarbati ai tanzanesi.
Curioso, vista la vicinanza fisica, linguistica e culturale che accomuna i due Stati. Che, però hanno avuto una storia recente profondamente diversa: patria del “socialismo africano” di Nyerere e dell`ujamaa, vicino alla tradizioni “tribali”, la Tanzania;  caposaldo dell`economia di mercato e del modello occidentale (che vuol dire? …di certo non è stato un modello di liberalismo e democrazia) il Kenya di Kenyatta e di Arap Moi… chissà in che misura questi percorsi politici hanno influenzato o sono stati determinati dai modi di fare delle popolazioni.

Ad ogni modo, per un occidentale (ed in particolare per un veneto!) questi modi gentili dei tanzanesi paiono spesso dei boriosi salamelecchi che rallentano inutilemente lo svolgersi delle attività professionali.
Ciò non vuol certo dire che non si possa intrattenere relazioni amicali e cordiali sul luogo di lavoro o fuori, alla volta, ma semplicemente che la loro costanza (obbligatoria) pare più un`imposizione retrograda che una vera disposizione o una libera scelta.
Di fatto, il costante ricordo a formule di cortesia in ogni conversazione diventa rapidamente stancante.

Eppure, ecco la lezione di ieri sera, ha una sua profonda importanza: in un paese ad altissima inefficienza, solo se legati da un rapporto di amicizia si può contare sulla disponibilità ed il pronto aiuto degli altri.
Detto con le parole di un collega “if they are friend with you, they will help you. Otherwise you will have to wait for ages…”.

Esagero se lego tutto ciò alla modernità? Non credo.
La modernità è data anche dalla spersonalizzazione dei rapporti professionali: la complessità del sistema sociale, la sua necessaria frammentazione, impongono che ognuno sia in grado di distinguere il proprio ruolo e comportamento in una data sfera X da quello tenuto nella sfera Y, quando le stesse non hanno legami. Distinguere il comportamento privato, familiare, amicale, da quello professionale, ad esempio.
Certo, anche in Europa se dovessimo aiutare un amico al lavoro lo faremmo con un atteggiamento diverso rispetto ad un estraneo; anche in Europa se uno sconosciuto ci facesse uno screzio per strada e dopo lo trovassimo al lavoro, saremmo meno ben disposti nei suoi confronti.
Ma qui la situazione è ben più pregnante: la creazione di una cerchia sociale di amicizie è buoni rapporti è essenziale alla maggior parte delle attività, anche professionali.

Questa può sicuramente essere una grande lezione di vita per noi occidentali: una lezione per recuperare un po` di naturale gentilezza nei rapporti personali anche con gli estranei.
Ma al contempo, puo` anche essere vissuta come un` imposizione: un sistema arcaico e arrugginito di rapportarsi con gli altri. In questo senso, la modernita` libera da questi vecchi schemi relazionali.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “questione di politesse: settimo dispaccio

  1. Non sapevo di questa profonda differenza fra kenyani e tanzaniani, anche considerando il lungo dominio coloniale comune sotto gli inglesi.
    Fra l’altro, se non sbaglio, avevo letto di una possibile federazione dei due stati insieme all’Uganda, al Ruanda e al Burundi, quindi ne deducevo che fossero davvero simili le popolazioni…

  2. Andiamo tutti di fretta; dopo cinque minuti che conosci qualcuno ti senti subito dare del tu, o lo dai a tua volta… forse per poterlo meglio mandare a quel Paese, dovesse capitare; chiaro che certe cerimoniosità, e anche la gentilezza, possono apparire eccessive, in qualche caso essere pure considerate un filo ipocrite. Non siamo più abituati alla distanza, accompagnata dalla gentilezza. Non so se il paragone è calzante, ma quello che mi hai raccontato mi ricorda i ragazzi africani che incroci all’uscita delle librerie, che tentano di venderti i volumi stampati da case editrici semisconosciute: hanno sempre quest’approccio gentile e allo stesso tempo ‘lento’, come se volessero imbastite un discorso, un dialogo… ma entrando, o uscendo, dalle librerie abbiamo sempre fretta, li ignoriamo, o peggio, li scacciamo in malo modo…

  3. in qualche modo queste osservazioni mi hanno fatto pensare alla mia esperienza tedesca, caratterizzata da un simile impatto con una cortesia dei rapporti sociali sconosciuta in Italia.

    eppure in quel caso era facile accorgersi che quella cortesia rappresentava un modello di relazioni sociali più complesso e più moderno di quello vigente in Italia.

    ne deduco che “la modernità è data anche dalla spersonalizzazione dei rapporti professionali”, ma questa spersonalizzazione non ha niente a che fare con la categoria della scortesia: in altre parole rapporti meno personalizzati possono essere per ciò stesso più cortesi.

    io direi che uscendo dall’Italia trovarsi in culture caratterizzate da una migliore cortesia interpersonale è quasi inevitabile, essendo l’Italia caratterizzata da rapporti sociali particolarmente rozzi e aggressivi.

    altra cosa è poi trovarsi in paesi dove la cortesia è spersonalizzata, e legata semplicemente ai ruoli sociali che ciascuno esercita (come in Germania, ad esempio), oppure dove è invece necessariamente connessa all’instaurazione di un rapporto personale diretto, semi-amicale: questa è semplicemente la sopravvivenza di strutture sociali pre-moderne, come dici tu.

    ma qui l’Italia con le sue reti clientelari non è troppo distante dalla Tanzania, maggiore scortesia a parte.

  4. @ Bruno: in eraltà, sino alla fine della prima guerra mondiale la Tanzania era colonia tedesca (come, guarda caso, il Ruanda….)
    Sulla “federazione” si chiama East Africa Community ed è ancora embrionale, ma stanno sviluppando alcune politiche comuni (ad esempio sui visti di ingresso). Include di sicuro anche il Kenya, ma non so sul Burundi.

    @ Marcello e bortocal: devo dire che sono colpito, avete colto il senso del mio post molto più incisivamente e più rapdiamente di me, che mi son perso in vaghe precisazioni.

  5. Non avrei nulla da aggiungere, semmai da confermare.
    A me è capitato di notare la differenza di qualità della gentilezza tra diversi popoli che, certo più del nostro, coltivano una formalità interpersonale piuttosto profonda. I londinesi sono squisiti nell’atteggiamento e nelle risposte, ma c’è qualcosa di freddo e obbligatorio nel modo di porsi (quasi come a dire “sono gentile perché devo, non perché voglio”), mentre i dublinesi trasmettono molto più calore, sembrano a loro modo mediterranei. A Francoforte basta solo dire che in metropolitana un vecchietto si è fatto in quattro per farci capire quale linea prendere, senza parlare nemmeno qualche parola d’inglese. Ma più di tutti mi sono sentito come il cafone grezzo che arriva e pretende, a San Paolo del Brasile: nonostante la frenesia di una megalopoli ai livelli di New York, la gentilezza e la disponibilità sono sacre, tanto verso il cliente quanto verso l’amico; mai mi sarei aspettato, andando di fretta eppure senza nervosismo, di mettere in imbarazzo qualcuno per non aver chiesto a un commesso come stava e se andava tutto bene. Perché invece il commesso me lo ha chiesto come se fossimo parenti. Mi sono reso conto di essere gentile solo rispetto agli standard nazionali!

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