una sola parola: frustrazione (diciassettesimo dispaccio)

Ecco, se c`è una parola che dovrebbe descrivere la mia esperienza africana quella parola sarebbe senza dubbio frustrazione. Immagino che per tanti occidentali venuti qui non sia così, per me lo è.
Forse, devo riconoscerlo, questo significa che ho sbagliato completamente approccio e che non ho saputo adattarmi all`ambiente in cui mi trovo. Lo ammetto, è così. Me ne rendevo conto già durante la scalata del Meru o durante le prime settimane al lavoro: pole pole per me è intollerabile, inconcepibile. Purtroppo, per me esistono criteri rispetto ai quali non sono disposto a prescindere. Io vivo di scadenze fisse, di precisione; di rapporti organizzati.

Frustrazione, quindi.

Frustrazione di aspettare per settimane un pc che funzioni. Frustrazione di chiamare un taxi che “arriva in 10 minuti” e sapere che non sarà lì prima di mezz`ora. Frustrazione di non riuscire a programmare nulla. Frustrazione di sapere che non si potrà realizzare quasi nulla di ciò cui si ambiva.

Manca meno di un mese al rientro in Italia ed è già tempo di fare qualche bilancio di questa esperienza, di valutare quello che si è fatto e quello che non si è fatto.
Spiace dirlo, ma per ora il bilancio è negativo. Abbastanza, molto.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

6 thoughts on “una sola parola: frustrazione (diciassettesimo dispaccio)

  1. uhm… ma tu sei lì per rendere le cose efficienti, non per trovarle efficienti… la psicologia giusta sarebbe, forse, questa? I miei mesi in Medio Oriente a scavare palazzi che non c’erano mi fanno suonare familiare quello che scrivi, ma via, i bilanci dipendono dal punto di vista da cui osservi i luoghi in cui ti trovi, no?

  2. a me fai venire in mente la mia più breve esperienza eritrea, paese dove un ritardo fino a 24 ore non è considerato tale.

    però credo che viaggiare sia andare ad esplorare altri modi di vivere, con la disponibilità a farcisi attraversare; non dico che dobbiamo rinunciare del tutto a noi stessi (a meno che il viaggio stesso non sia lo scopo del viaggio), ma se siamo lì invece per lavoro, allora è un buono scopo trovare una mediazione interculturale fra le nostre abitudini e le loro, e questa è proprio la sfida mentale che un viaggio ci propone.

    poi saltano i nervi su singole questioni, su singoli appuntamenti andati a male secondo il nostro punto di vista; però l’obiettivo di fondo che ci si dovrebbe dare resta secondo me quello detto.

    ciao, e comunque, resisti.

  3. Il lato positivo è che ti sei messo in gioco. Se non avessi fatto l’esperienza e ti fosse rimasta la curiosità, o peggio, il rimpianto di non averla fatta sarebbe stato peggio! Meglio averla fatta e aver detto, no non fa per me che vivere nell’aspettativa mancata alla “sarebbe stata meravigliosa se l’avessi fatta”. Ora hai il lusso di poter essere più oggettivo. E bhe, non tutte le esperienze all’estero riescono con il buco!

  4. Purtroppo è una questione di aspettative: probabilmente quello che non ha funzionato in questa situazione è che nessuno ti ha offerto un quadro sufficientemente chiaro della situazione prima di partire, almeno avresti potuto dire: “in fondo mi avevano avvertito che sarebbe stato così”. Come gli altri ti dico: vedila come un’esperienza, in fondo hai avuto modo di comprendere alcuni principi riguardo la mentalità con cui si ragiona da quelle, parti, magari ti potrà essere utile in futuro. Poi alla fine credo che in questi casi quello di fare bilanci non sia manco l’approccio più indicato, dopo tutto è pure sempre un’esperienze che ha comunque un valore ‘in quanto tale’…

  5. immagino a questo punto sia opportuno precisare che la frustrazione riguarda aspetti più ampi ed al contempo più specifici di questa esperienza: aldilà della seccatura per la disorganizzazione del Tribunale, il dispiacere maggiore è per l`impossibilità di viaggiare nel Paese: troppo lunghi o troppo costosi i trasporti per progettare qualsivoglia gita nel weekend… e questo mi dispiace tantissimo, mi da il senso di perdere gran parte di questa esperienza africana.

    @ intesomale: rendere tutto efficiente?? la cosa mi pare senza speranza.
    probabilmente è la filosofia giusta, ma non vedo molte possibilità di riuscita: per lo più mi pare che la gente qui viva bene così come vive attualmente. Le priorità sono altre e alcuni disservizi sono ampiamente compensati dal forte tessuto sociale (che sopperisce così anche alle mancanza organizzative della società nel complesso- vedi “questione di politesse”). Tutto ciò non è male, anzi: è un sistema coordinato e coeso al suo interno, nel quale alcuni aspetti estranei fanno fatica ad integrarsi (es. l`idea di puntualità dei mezzi di trasporto), solo io sono troppo legato al sistema sociale astratto ed invidualistico per adattarmici.
    Di che, anche l`idea di portare un tale cambiamento qui mi pare una forzatura nei confronti dei modi di vivere delle persone qui.
    quanto alle prospettive da cui fare i bilanci: non ne vedo molte altre…

    @ bortocal: sicuramente “vivere” in un luogo implica un minimo di comprensione e di adattamento, ma questi possono comunque lasciare un certo spazio anche alla frustrazione.
    per resistere, resisto. tanto più che manca solo un mese (cosa che aumenta ancor di più la frustrazione per le cose non fatte…)

    @ crimson: senza dubbio un problema di aspettative. pensavo che “tutto il terzo mondo fosse Cambogia” o almeno che certi standard minimi che anche lì erano comuni potessero esserlo anche qui. evidentemente, mi sbagliavo.

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