cercando il contratto sociale

Discutendo di borghesia in Nepal capita un inciso sull’evasione fiscale in Italia ed Enrico Crespi, titolare dell’ottimo omonimo blog (che vi consiglio), mi risponde così:
“No taxation without represenation […] Se non ci sono diritti non ci sono neanche doveri verso istituzioni non rappresentative, il contratto sociale e’ stato rotto da chi lo ha scritto e deciso.”
Non voglio rispondere qui ad Enrico, che ha già avuto parte delle mie obiezioni, ma colgo l’occasione offerta dal suo commento per un paio di riflessioni più generali:

  •  il perdurare del contratto sociale si fonda sul suo costante adempimento, sulla sua realizzazione. Insomma, il “contratto sociale” come garanzia di alcuni diritti può perdurare -secondo la logica già di Boeckenfoerde- solo fintanto chè continui lo sforzo collettivo per la sua concreta realizzazione, ovvero fintantochè tutti e ciascuno (ma specie coloro che vi sono appositamente delegati) si adoperino affincheè tali diritti siano garantiti: affinchè alcuni beni siano inviolabili nella pratica quotidiana.
    Per fare questo servono risorse, quindi nel momento in cui si tolgono deliberatamente le risorse necessarie allo Stato, si agisce contro il contratto sociale.
  • i governanti non sono coloro che hanno “scritto e deciso” il contratto sociale, forse lo erano i Costituenti, ma di certo non i nostri odierni parlamentar. Semmai, a loro spetta l’arduo compito di realizzarlo quotidianamente
  • “No taxation without represenation” aveva il suo fondamento nella logica del controllo dei cittadini stessi sull’uso fatto delle proprie tasse. Ma oggi, in Italia, tale pretesa non ha più alcun senso, perchè “i ladri sono fra noi“: come scrive Michele Serra, non v’è alcuna differenza antropologica fra i parlamentari ladri ed i cittadini onesti fuori dal Palazzo. “Fiorito siamo noi”, mi verrebbe da dire: non è che uno diventa ladro entrando a Montecitorio o al Pirellone, uno è ladro e disonesto già prima o non lo è. E troppi italiani già lo sono.
  • il contratto sociale in Italia è già rotto, alla faccia dei filosofi che lo prendevano solo come ipotesi teorica. In un certo senso, quei filosofi hanno sbagliato tutto: è possibile avere una società allo “stato di natura”, in cui le reciproche obbligazioni sono disattese dalla maggioranza dei cittadini. Specie tutte le obbligazioni verso la collettività.
    Da un altro punto di vista, ci avevano comunque azzeccato: la società non si dissolve. Anche se tutti se ne fregano, la società rimane (fittizziamente?) coesa, lo Stato regge e non scoppia la guerra civile.
  • il principio inademplenti non est ademplentum nel caso del contratto sociale: l’inadempimento di uno dei consoci, il suo venire meno rispetto agli obblighi comuni, non “libera” e non giustifica in alcun caso il successivo inadempimento degli altri.

Infine, e non per “rimettere il dito nella piaga” della nostra breve discussione, aggiungo una nota sull’evasione fiscale che, secondo alcuni, sarebbe persino positiva creando scorte di liquidità che aiutano a far girare l’economia, specie nei momenti di crisi.
Sono tutte balle!
Queste teorie diventavano diffuse nella metà degli anni ’80, guarda caso poco prima di tangentopoli, supportate anche da giuristi ed economisti. E spiace deluderli, ma sono fandonie: l’evasione, anche quando reinserita nel ciclo economico, non è mai utile. Perchè non può essere veramente “anticiclica” come l’intervento statale; perchè falsa il gioco della concorrenza; perchè gli stessi soldi che “tiene in riserva” li fa sborsare ad altri cittadini, falsando l’obiettivo redistributivo della tassazione.

E non accetto in alcun modo le giustificazioni di chi sostiene che non paga le tasse per non foraggiare i politici ladri: il furto altrui non giustifica il proprio.
Rendiamoci conto una volta per tutte che il sistema paese può reggere solo a patto che tutti si paghino le tasse. solo a tale condizione, infatti, possiamo adempiere a quel “contratto sociale” che si proclama rotto: solo in tal modo, lo Stato può adempiere alle proprie funzioni essenziali e questo è un dovere essenziale di ogni cittadino, corrispettivo dei diritti.
D’accordo “no taxation without represensation“, ma possiamo anche girarla: “no representation without taxation“…


nota: prima ancora di pubblicare il post, mi è stato replicato che alcune idee sono errate. non pretendo certo di scriver cose assolutamente corrette. vorrei solo precisare che oggetto di questo post non è né l’evasione fiscale, né il ladrocinio dei nostri politici. semmai, è la “concezione dello stato”: questo è un post filosofio, non di attualità.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “cercando il contratto sociale

  1. Eccomi qui, con piacere per discutere con l’amico Redpoz. Si condivide che quando uno stato (i suoi rappresentanti) vengono meno ai loro doveri (ricordo che sono ormai quasi 25 anni che assistiamo allo spolpamento del paese dalla prima tangentopoli), quando norme, leggi vengono cambiate per garantire il perpetuarsi di una oligarchia in barba ai sudditi (finanziamento pubblico, falso in bilancio, etc.) non deve più esistere un contratto sociale perchè la classe dirigente l’ha rotto. Quando nel medioevo chiesa e principi esageravano con le tasse scoppiava la rivoluzione (perdevano sempre i poveracci perchè mercanti, principi e chiesa trovavano un accordo), oggi la rivoluzione sarebbe non votare per delegitimare, totalmente il sistema.
    Per andare nella filosofia politica, penso che la classe dirigente dovrebbe essere selezionata fra i migliori e non fra i più cialtroni come è accaduto. Non è accaduto, anche, perchè il sistema parlamentare e i suoi processi di selezione risalgono all’1800, quando situazione sociale, stratificazione, comunicazione, sorgere di nuove classi economiche ciò richiedevano. Oggi il parlamento (da decenni) è un inutile baraccone in crisi in tutta Europa (e la stessa UE che lo replica). Siamo in tempi in cui necessitano velocità, responsabilità, capacità d’amministrare con lo scopo di far funzionare le cose, di far rendere quanto s’investe e di dare pari opportunità a tutti; se uno vota mille volte e non ha un euro non conta niente. I baracconi, ovunque, sono finiti. La soluzione: si eleggono solo i membri del governo, controllati da un assemblea delle regioni (non così conciate). Troppo semplicistico, peggio di così.

    • bhè Enrico, si vede che la discussione non suscita interesse…
      Concordo con te sulla possibilità rivoluzionaria del medioevo (anche se potrei dargli una lettura differente, ovvero come competizione per il potere politico).
      Come ho già detto altrove, non sono convintissimo che il non-voto sia il vero strumento per delegittimare i nostri governanti, inadempienti dei loro doveri e persino (in alcuni casi) criminali. Temo che questo rafforzerebbe solamente le oligarchie che ne controllano l’elezione…. No, io credo che l’unica soluzione sia la partecipazione: più siamo, meno ciascuno di noi ha occasione di esser ladro.
      Partecipando, aumentano anche le chances di scegliere i migliori. Che ne sarebbe se lasciassimo campo libero solo ai peggiori? Mi sembra tranto la triste rinuncia del principe ne “Il Gattopardo”.
      E l’educazione: sviluppare un vero senso civico che si indigni per simili fatti, tutti.

      Concordo anche sul fatto che il sistema parlamentare soffre di inadeguatezza di fronte alla situazione contemporanea. Occorre pensare a nuovi strumenti che consentano ai cittadini di partecipare direttamente e con costanza.

  2. “no representation without taxation“
    sono del tutto d’accordo, io farei un passo in più, a chi evade (da un certo livello in su) toglierei anche la cittadinanza, se si è cittadini per un contratto, magari funzionerebbe come deterrente

  3. Qualche anno fa tenni un seminario per un’associazione di studenti universitari, sul pensiero anarchico americano; il mio interesse era portare a conoscenza quegli studenti, naturalmente molto attenti alla politica, di un gruppo di pensatori il cui anarchismo era radicalmente diverso da quello “classico”, che tutti loro bene o male conoscevano attraverso Bakunin, Kropotkin, Malatesta ecc., ossia l’anarco-individualismo, noto anche come anarco-capitalismo.
    Il principio fondamentale era la libertà individuale intesa come egoismo: solo l’uomo che è libero di commerciare senza alcun controllo da parte di sovrastrutture illiberali come lo Stato, è un uomo libero in tutto e per tutto. E solo l’uomo egoista, che cerca sempre il meglio per se stesso, rende migliore la società di suoi simili: perché egoisticamente cura al meglio i suoi affari, quindi cerca di offrire il meglio ai propri clienti e a prezzi sempre competitivi; ma anche perchè, rifiutando il “furto legalizzato” della tassazione statale, negando validità a ogni pretesa di servizi collettivi (compresi sanità, assistenza e ordine pubblico, tutti delegabili a strutture private regolate dallo stesso egoismo individuale), rende possibile pagare solo per i servizi contrattati, potendo smettere in qualsiasi momento ed eliminando finalmente il parassitismo fomentato dal welfare state.

    Io credo che una visione del genere sia ancora più utopistica delle visioni anarchiche socialiste alla Bakunin: intanto perché sembra ridurre tutto l’ambito dei rapporti umani al solo momento commerciale; poi, e soprattutto, perché si basa sull’illusione di una concorrenza felice, di una crescita generale senza conflitti di sorta, con una regolazione tipo “mano invisibile” di Adam Smith, per cui se c’è bisogno di un servizio pensionistico o di assistenza sociale, qualche filantropo costituirà una società di mutuo soccorso, e se ci vuole polizia, gli istituti privati di vigilanza offriranno i migliori servizi competendo sul mercato, ecc. (tutto ciò senza pensare che lo Stato moderno sorge come arbitro dei conflitti sociali causati proprio dalle disparità connaturate al sistema economico capitalista).

    Con questo è chiaro che per i pensatori del movimento, oggi costituitosi nel Libertarian Party, ogni tassa è una rapina e ogni Stato è un ladro, ma non per la corruzione dei politici, bensì per sua propria natura, in quanto non vi è nulla che lo Stato possa offrire che non si possa avere, altrettanto diffusamente e con risultati qualitativi infinitamente maggiori, da privati volenterosi e capaci di competere. Lo Stato è intrinsecamente corruttore, è una finzione grazie alla quale tutti vivono alle spalle di tutti; talvolta viene paragonato a un commerciante prepotente che deruba e minaccia tutti gli altri commercianti che esercitano nella sua stessa zona. Quello cui non sembrano arrivare è che proprio nel paragonare lo Stato a un individuo malfattore stanno contraddicendo quella fiducia assoluta e utopistica nell’individuo egoista: cosa vieterebbe a un privato di minacciare gli altri, avendo risorse sufficienti per pagarsi una vigilanza privata che lo protegga e ne aiuti le intimidazioni? Ma anche non pensando a questa eventualità, un bravo imprenditore che riesca a curare talmente bene i propri affari da crescere a dismisura, non arriverebbe in modo pacifico a ottenere il monopolio di un dato settore, inglobando chi non può competere, e dettando così regole cui tutti debbano sottostare per necessità economica?

    Ok, come al solito ho divagato parecchio da punto centrale, ma tutto questo serviva a ribadire la necessità dell’esistenza di un accordo comune su cui costruire una società che includa sempre più tutti gli individui, perché è nella collaborazione, non nell’egoismo, che si può trovare la soluzione ai problemi che riguardano tutti, piaccia o non piaccia. Allora, se come è vero la società continua ad esistere anche di fronte all’egoismo dei privati (e nella visione dei libertariani si può dire che il contratto sociale non esista, a meno di non vedere nell’accettazione di una società totalmente individualista l’ultimo accordo collettivo prima della scomparsa della collettività), è altrettanto vero che un maggiore egoismo nel non partecipare, nel non votare, nel non pagare le tasse finché “quelli lì” non si danno una regolata, porta alla perdita del controllo pubblico sull’operato delle istituzioni, quindi all’arbitrarietà dell’amministrazione e dell’azione di governo, libere dal dovere di rendere conto ai cittadini del loro operato. Senza risorse derivanti dalla tassazione lo Stato può perdere capacità di intervento, ma non di coercizione attraverso la promulgazione di leggi e decreti, e se nessuno paga nessuno può più chiedere resoconti, se non chi ha la ricchezza sufficiente a influenzare le decisioni governative.

    Certo poi fa rabbia vedere i soldi pubblici sprecati, rubati, scomparsi; fa rabbia dover sborsare un occhio della testa dopo aver lavorato a lungo, per poi non avere adeguati rientri in termini di servizi; ma a questo si può riparare se si esce dal proprio orticello e si partecipa, dando attivamente senso alla propria cittadinanza.

  4. @ franz: in una certa misura, sono d’accordo con te. servirebbe a rendere esplicito che il “contratto sociale” impone anche doveri.

    @ GoatWolf: mannaggia, questo sì che è un commento lungo….
    l’anarco-capitalismo l’avevo già sentito durante il corso di sociologia del diritto (Rand e Nozick sperando di averli citati correttamente). Pensiero interessante, anche se ovviamente non lo condivido. Concordo infatti con le tue critiche, cui aggiungerei che questo pensiero -oltre che utopico- è anche distruttivo del legame sociale. Inoltre sono convinto che i privati alcuni servizzi non li possano rendere (in proposito, è molto interessante l’analisi di Zagrebelsky sullo “Stato di diritto” ottocentesco, ne “il diritto mite”)- vedi la stessa sicurezza-, inoltre assicura la funzione fondamentale di mantenere un minimo di omogeneità sociale, senza la quale la società non potrebbe perdurare.
    Non a caso, comunque, anche qui in Italia si è sostenuto il parallelo Stato-mafia come due entità identiche.

    • eh, sì, scusami, io scrivo e scrivo senza rendermi conto della lunghezza, poi non so condensare perché tutto mi sembra necessario al senso, e allora…

      Interessante, certamente; se non si appiattisse sul capitalismo puro e sfrenato, darebbe contributi di rilievo alle questioni attuali: io penso che in alcuni campi sia auspicabile raggiungere una certa autonomia, per esempio implementando l’uso di impianti per l’energia solare e non dipendere sempre dai grandi distributori, oppure trovare soluzioni “di quartiere” a problemi che di solito si lasciano agli enti pubblici con la lentezza che li caratterizza. Ma tutto ciò richiede sempre e comunque un buon livello di collaborazione, una attenzione ai beni comuni che vada oltre la logica del pubblico (purtroppo spesso soggetto a lentezza e assurdità burocratiche) e del privato (il cui obiettivo principale è sempre il lucro, non il bene comune), cose che presuppongono educazione, maturità e partecipazione. O come si diceva una volta “senso dello stato”, inteso come collettività.

      Zagrebelsky mi è sempre piaciuto, devo procurarmi questo suo saggio!

  5. Ciao Red
    Due note sul concreto: michele serra ha presentato un li libro di bocchino, un esempio di eletto. Serra e’ quello che un tempo si chiamava “intellettuale organico” al potere (sistema PD) e collegati, un giullare per restare al Medioevo. Di zagrebelsky sappiamo che e’ di quelli che dopo 9 anni di Corte Costituzionele (messi dai partiti) si beccano 7 mila euro mese di pensione, macchina di stato a vita e altre prebende. L’Italia e’ il paese dei parolai, tutti a predicare bene e razzolare male, gente finta. Un altro problema per il futuro di quella che chiamate democrazia.

    • ciao Gino, grazie per essere passato di qui.
      Passiamo al concreto delle tue obiezioni -anche se faccio fatica a coglierne il collegamento con l’oggetto del post-: se tu intendi smontare le mie ipotesi solo facendo riferimento alle due persone che cito, trovo in tutta franchezza questo tentativo banale.
      Di fatti, le mie due citazioni sono meramente esemplificative e non vanno certo a dare un fondamento od un senso al ragionamento complessivo (tanto da farmi chiedere se hai letto interamente il post).
      Ti rispondo comunque sul merito dei due personaggi:
      -Serra, “intellettuale organico” e che male c’è? Tanti intellettuali sono stati “organici” ad una parte od all’altra (Schmitt, Rand, Aron, Sartre, Boell, Grass….) ed il fatto che ora presenti un libro di Bocchino, per me, non inficia affatto le sue posizioni passate o presenti. Tanto più che, almeno per quanto ne sappiamo, Bocchino non è né inquisito, né condannato…
      Essere organici non può né deve impedire di confrontarsi con l’altra parte.
      -Zagrebelsky: innanzitutto ti faccio notare che non è stato “messo dai partiti” alla Corte Costituzionale, bensì dall’allora Presidente Scalfaro. Immagino tu ben conosca la differenza.
      In effetti, nessuno è messo lì “dai partiti”, semmai dal Parlamento.
      Ma anche con questo, cosa cambia nelle sue teorie? Zagrebelsky è un costituzionalista, non un politico! Dove e come “razzolerebbe male” nella propria professione? Io trovo, al contrario, che il suo impegno sociale non ne sia affatto sminuito, né che le sue teorie soffrano di qualche forma di “corruzione” del potere.
      Se hai punti specifici, sarei lieto di apprenderli.

      Che l’Italia sia un paese di ipocriti non è certo una novità. Né mi pare fosse oggetto di discussione nel mio post.
      Infine, cosa c’entra tutto ciò con la democrazia -che io mai cito? E tu come la chiameresti?

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