cercando il prezzo della giustizia (ed io)

A quanto pare, ultimamente sono destinato a scrivere solo post tristi….
Sto lavorando ad uno sulla situazione in Egitto, ma sarà perché la cosa mi affascina poco ultimamente o perché nuove notizie sopraggiungo, non riesco a completarlo.In questo caso, una notizia dalla Cambogia mi impone di rinviare. Una notizia che mi rattrista molto, che mi colpisce nel personale più di quanto forse dovrebbe. Una notizia che mi sa di ingiustizia e che mi fa arrabbiare, probabilmente di frustrazione.

Secondo il quotidiano inglese The Guardian, infatti, la Corte internazionale-cambogiana Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (ECCC- sito) istituita per giudicare i crimini commessi durante il periodo della Kampuchea Democratica sotto il regime dei Khmer Rossi, potrebbe chiudere per mancanza di fondi.
La Corte non ha mai navigato in buone acque: la sua creazione è stata difficile ed osteggiata da molti in Cambogia (in primis, il primo ministro Hun Sen) ed all’estero (Cina, Thailandia…); le indagini lunghe e complesse; i processi ancor più lunghi, costellati di scandali (corruzione) ed accuse politiche; osteggiati dal governo e da altri Stati; carenza di finanziamenti. Insomma, si è fatto di tutto perchè la Corte non portasse a termine il proprio lavoro.
Ciò nonostante, un primo grande risultato si è raggiunto con la condanna in primo grado ed in appello per il “Case 001” di Kaing Guek Eav (alias Duch), direttore della prigione “S-21”.

Problemi ben maggiori si ponevano per il “Case 002” con gli altri più celebri imputati: Ieng Sary (Ministro degli esteri) e la moglie Ieng Thirith (Ministro degli affari sociali- rilasciata in settembre perché “unfit for trial“, in quanto malata di Alzheimer), Khieu Samphan (Presidente) e Nuon Chea (“Fratello n.2“, ideologo del partito) per i quali la lunghezza del processo doveva essere ben maggiore, dato che gli stessi non avevano ammesso le proprie responsabilità (al contrario di Duch, riconosciutosi colpevole) e l’età avanzata e le precarie condizioni di salute rendevano tutto il procedimento ad alto rischio di fallimento.
Ma la loro imputazione era fondamentale: se si crede che qualcuno abbia responsabilità giuridico-politiche per quanto avvenuto in Cambogia dal 1974 al 1979 (su preludio e seguito, taccio), loro sono sicuramente i maggiori responsabili, dato l’altissimo grado dirigenziale avuto.
Non parliamo neppure dei “Case 003” e “Case 004” con ranghi inferiori dei Khmer Rossi. Sebbene personalmente li ritenga persino più importanti, nell’ottica prettamente giuridica, dell’imputazione dei maggiori leaders, questi sono stati ancor più osteggiati dal governo di Phnom Penh. Proprio perchè meno “politici” rispetto ai primi (la cui responsabilità storico-politica poteva esser considerata “evidente”), questi ulteriori processi avrebbero affermato un modello di giustizia difficilmente accettabile da ex Khmer Rossi al potere come Hun Sen, avrebbero potuto aprire breccie significative nel sistema di potere cambogiano dal 1974 ad oggi, avrebbero fatto luce sui crimini commessi nella Kampuchea Democratica ad un livello molto inferiore e più dettagliato di quello dei programmi politici e degli ordini.
Pertanto, nell’ultimo periodo, lo scontro maggiore con l’ECCC riguardava proprio la possibilità o meno di proseguire con queste indagini e celebrare questi processi.

Apprendo oggi, con somma tristezza, che persino il “Case 002” potrebbe risolversi in un nulla di fatto.
Ciò, non per la salute degli imputati (o la loro prematura scomparsa), né per l’intervento del governo cambogiano o di potenze straniere al fine di “zittire” il tutto. …se così fosse, per quanto triste, sarebbe un esito al quale tutti erano segretamente preparati.

Invece no: secondo l’articolo del Guardian, il rischio è che persino tale processo si concluda per la mancanza di soldi. Una cosa scandalosa: gli oppositori della giustizia internazionale in Cambogia non hanno neppure dovuto ricorrere a pressioni politiche per fermarla, sono stati semplicemente aiutati dai paesi “ricchi” che si sono puntualmente tirati indietro….
La Corte ha ora soldi solo per i primi due mesi del 2013. Ben prima dell’ipotetica sentenza sul caso.
Il colmo: la notizia esce poche settimane dopo la visita del rieletto Barack Obama a Phnom Penh. Quando si dice il caso!
La scusa è tanto semplice quanto sconcertante: con la crisi economica, agli Stati finanziatori mancano i soldi.Così, l’attuale procuratore internazionale Andrew Cayley è in tour fra i Ministeri degli Esteri per trovare finanziamenti (unica nota critica da parte mia: pur stimando Cayley ritengo che tale ricerca di fondi andrebbe piuttosto affidata ad una parte terza, un giudice).
E nessuno, Guardian escludo, da la notizia.

Notizia che -nota personale- mi tocca nel vivo. Dispiace moltissimo aprire questa mattina il pc e trovare il messaggio di un’amica e collega all’ECCC con l’articolo che annuncia il rischio di chiusura.
Dispiace, prima di ogni altra ragione, per tutte le vittime che cercano risposte, che vogliono sapere; per tutti coloro che volevano testimoniare con grandissima sofferenza per portare anche la loro voce, per liberarsi di un peso che portano dentro da decenni…
Dispiace pensando al lavoro dedicato da tanti amici e colleghi a quel caso; pensando a Jed, a Paolo, a Uyen, a Val, a King, a Pej, a DB, al judge Lemonde, ad Ignacio, ad Adriana, a “Tiger”, a Maelle, a Lucie, a Jacopo, a Thomas… a tutti quelli che, chi per qualche mese, chi per anni, hanno lavorato affinchè gli accusati venissero portati davanti a dei giudici; affinchè vi fossero un’accusa ed una difesa preparate; affinche le vittime potessero trovare ristoro; affinchè si facesse luce sulla verità e sulle responsabilità.
Scusate, ma per me son nomi e volti con un preciso significato.
Dispiace pensando che anche il mio lavoro, le indagini sulle pagode del Nord-Ovest tramutate in prigioni e luoghi di massacro, le ricerche sulla privazioni di cibo, le riunioni con gli investigatori discutendo prove e non-prove, programmando indagini, analizzando fatti e norme… siano tutte probabilmente destinate a divenire carta straccia, a restare senza risposta.
Scusate, ma quel processo lo sento anche mio, così come sentivo mio l’Ordine di rinvio a giudizio.
E questo rischio di chiusura anticipata mi tocca nel vivo. E mi tocca nel vivo ancor di più, perché per me la Cambogia è stata un momento magico, un momento di scoperta del mondo come non mai per un ragazzo di 22 anni ad oltre 9.000 km da casa in un paese del terzo mondo di cui ignora tutto: lingua, usi, costumi… partito per un sogno, una speranza ed un dovere in cui credevo.

Dispiace che tutto questo, per me, per i colleghi, per i testimoni, per le vittime: per tutti coloro che vi hanno dedicato il loro impegno e riposto le loro speranze, abbia il prezzo di pochi milioni.
Se questo processo si conclude così, nel nulla, ditemi: con quale coraggio andremo ancora, domani, a chiedere a qualcuno di impegnarsi per la giustizia penale internazionale?; con quale coraggio andremo ancora a dire alle vittime ed ai testimoni di credere nella giustizia penale internazionale?

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “cercando il prezzo della giustizia (ed io)

  1. Ma è orribile! Non si può fare niente? Tipo, raccogliere i documenti e gli atti processuali e usarli per un documentario? Intanto rebloggo.

    …eh lo so che non serve a niente, ma intanto fa sentire meglio me :S

  2. Reblogged this on Fabbrica Metropolitana and commented:
    Da un po’ di tempo sto rimuginando un post sull’ideologia dei Khmer Rossi, pazzi criminali che per mio sommo dispiacere scelsero di definirsi, in un modo tutto loro, “comunisti” e che massacrarono la Cambogia dal 1974 al 1979, prima che altri comunisti, continuamente provocati per motivi di nazionalismo (ossia i vietnamiti), decidessero di dare una spallata al loro regime. Oggi leggo sul blog di un amico che il Tribunale chiamato a giudicare i crimini di questi mostri sta per chiudere i battenti per mancanza di fondi, anche grazie alla ritrosia dei paesi più ricchi di finanziarne l’attività (perché pare “ci hanno grossa crisi”). Sconcertante, quanto meno. E si va ad aggiungere alle tante storie degradanti di ingiustizia che fioccano per il mondo…

    • sul recupero del materiale processuale per farne un documentario: il centro di pubbliche relazioni della Corte sta già facendo un grande lavoro in questo senso in Cambogia, lavorando proprio con i destinatari ovvero i cambogiani (trovi molto sul sito del tribunale).
      all’estero, purtroppo, interessa poco.
      farlo da parte di terzi, è difficile per ovvie ragioni di segretezza. ci sono comunque diverse opere interessanti (una l’ho citata anche da me in un precedente post, https://redpoz.wordpress.com/2012/03/23/ladies-and-gentlemen-the-khmer-rouges/)

      sul secondo punto, riconosco anche io che l’ideologia dei Khmer Rossi (o forse sarebbe più corretto dire, la loro pratica politica) ha elementi molto interessanti: l’attenzione per le giovani generazioni, i matrimoni di massa, il rifiuto della medicina e delle culture occidentali… forse è un pò perverso, ma trovo queste “devianze” politiche molto, molto interessanti.

      Aggiungo, come punto in comune alle due risposte, due testi interessanti e accessibili sul tema:
      “Il sorriso di Pol Pot” di Froberg Idling Peter e “Cambodia” di Henry Kamm

      • Per completezza ti rispondo anche qui:

        Ti ringrazio molto per le segnalazioni bibliografiche, mi interessano molto 🙂

        Mi piace la correzione, in effetti non esiste una vera e propria ideologia quanto una pratica politica, ed è questo che rende se possibile ancor più complesso un eventuale articolo sui Khmer Rossi, perché nel parlare della loro commistione di maoismo estremizzato (il che è tutto dire), nazionalismo autarchico e tradizionalismo, in assenza comunque di scritti teorici di alcun tipo, non si può mettere da parte la comprensione dell’intera storia culturale khmer.

        Il fascino che deriva da esperienze del genere lo capisco bene, è lo stesso che mi spinge a valutare positivamente le idee alla base della Rivoluzione Culturale cinese, o a studiare i comunicati dei gruppi della lotta armata antimperialista (BR, RAF, Weather Undergound ecc.), e non ci vedo nulla di perverso; il problema resta sempre la conseguenza iperbolica dell’adozione di una “linea di massa” che si innesca come um meccanismo cieco fino alle estreme conseguenze, perdendo di vista il senso originario del progetto, e intanto ci vanno di mezzo le persone reali. Se riuscissimo a studiare con serenità, però, qualcosa di buono lo recupereremmo e ci potrebbe essere utile.

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