l’ultima sentenza (ed io: dispaccio postumo)

E’ da lunedì che fremo, “increasingly and ridiculously excited” dicevo agli amici.
Stamattina arrivo in studio, accendo il pc ed apro ogni possibile sito di ogni possibile media, agenzia giornalistica, istituzione. Ho perso almeno un’ora a cercare il collegamento al satellite (anche se è stato inutile).

Oggi è il 20 dicembre 2012.
Ci sono i sorteggi di Champions League!
Ma, in verità, non è di questo che mi interessa…

Oggi la Trial Chamber II dell’International Criminal Tribunal for Rwanda
pronuncia la sentenza sul caso Prosecutor vs Augustin Ngirabatware.
Meglio nota come l’ultima sentenza.

Vi ricordate del bravo sig. Ngirabatware? Ho parlato di lui nel mio quindicesimo “dispaccio” dalla Tanzania e dall’ICTR (wikipedia). Si tratta dell’ex Ministro della Programmazione Economica nel Governo del gen. pres. Habyarimana  e nel Governo provvisorio istituito dopo la sua uccisione nell’aprile 1994; originario di un piccolo paese nella prefettura di Gisenyi (presso il lago Kivu, al confine col Congo), dottorato in economia all’università di Friburgo, membro del partito di governo MRND e genero di Felicien Kabuga.
Ah, per la crocana: siamo in Ruanda, nel 1994. Nel Ruanda del Genocidio.
Sempre per la cronaca il governo provvisorio è quello che ha “gestito” il genocidio.
Ed il sig. Ngirabatware è (era) l’ultimo imputato dell’ICTR.

Dopo oggi, non più. Con oggi, l’avventura politica, giuridica e storica del Tribunale si chiude.
Dopo diciotto anni, si mette praticamente la parola “fine” alla seconda istituzione giuridica internazionale chiamata a giudicare singoli individui per crimini di massa dopo i Processi di Norimberga. La terza in assoluto. Il primo Tribunale nella storia a giudicare lo stupro come crimine di genocidio (processo Akayesu), pietra miliare nel diritto internazionale coi processi sui “media dell’odio.
Con oggi, il Tribunale sostanzialmente finisce il proprio mandato (non il lavoro): resterà in piedi la Appeal Chamber all’Aja ed entrerà in funzione il Mechanism per i fuggitivi di Ruanda ed Ex-Jugoslavia.

Ho passato la mia estate a lavorare come intern al Tribunale, fra alti e bassi.
Ho seguito il caso del dott. min. Ngirabatware nella sua fase probabilmente più cruciale, quando l’accusa e la difesa dibattevano sugli ultimi testimoni; discutevano le reciproche arringhe e mentre la Chamber studiava documenti e prove e ragionava sulla colpevolezza od innocenza dell’accusato, abbozzando parti della sentenza.
Ho vissuto visceralmente questo ultimo caso e credo di poterne essere fiero. Anche se non ho mai voluto o potuto esprimere giudizi sulla colpevolezza od innocenza dell’imputato. Forse, intimamente, non ho neppure mai voluto o potuto farmene una chiara idea: troppi documenti, troppi punti oscuri, troppo complesso il caso, troppo complesso l’alibi, troppo frazionato il nostro lavoro…
Insomma, la curiosità e l’eccitazione per la sentenza erano tantissime.

Ed eccola, la sentenza: Augustin Ngirabatware condannato a 35 anni per aver incitato, organizzato ed aiutato il genocidio nel proprio comune natale. Con le parole del judge Sekule: “Augustin Ngirabatware, the Chamber finds you guilty of genocide, direct and public incitement to commit genocide and rape as a crime against humanity. For these crimes, the Chamber sentences you to 35 years in prison.”
Per qualsiasi giudizio, dovrò vedere il testo completo della sentenza.

Qui, fra me e me, ripenso con soddistazione e quel pò di nostalgia che rende ogni ricordo più dolce ai mesi in Tanzania, ai faldoni di prove, alle udienze, agli amici e colleghi, al lavoro. Mi godo un momento per sentirmi una piccolissima parte di questa storia.

Penso proprio che staserà stapperò il Konyagi.

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