recensione n.15: la regola del silenzio

Ieri son tornato al cinema, fedele a certe mie idee sull’arte e preferenze artistiche, sono andato a vedere La regola del silenzio” di Robert Redford.
Il buon Redford non si smentisce: continua a fare film impegnati. E gli riesce anche abbastanza bene.
Certo, lui è anche invecchiato nel frattempo, ma la sua figura col cappotto blu lungo e colletto alzato la fa sempre (autocitazione?). Così come gli riesce ancora di mettere un certo significato nei film che fa.

Nel nostro caso, forse, il significato potrebbe lasciare… insoddisfatti?
Prendiamo un gruppo di ex-terroristi dei Weather Underground ricercati da trent’anni per l’uccisione di una guardia giurata durante una rapina, diciamo che vengono arrestati o si consegnano alla polizia ormai vecchi, fuggiti a lungo e più o meno convinti delle loro vecchie idee.
Uno di questi (Redford) comincia a fuggire, mentre FBI ed un giornalista di un piccolo quotidiano a rischio chiusura (Shia LaBeouf) lo inseguono, per arrestarlo o per svelarne la storia. La fuga è un pò strana, pare insensata visto che non si sgancia mai veramente dagli inseguitori.
La fuga riporta il nostro a reincontrare “amici” e compagni di quei turbolenti anni ’70 del movimento: tutti sono cambiati, ma bene o male tutti hanno mantenuto fede ad alcuni ideali. Alcuni, forse esagerando. Lo porta a ridiscutere gli ideali e le scelte successive, le responsabilità di ciascuno, ed a rivedere i percorsi di una vita nel confronto con l’amore di allora-Julie Christie.

Ovviamente si capisce bene che questa strana fuga deve avere un suo perchè una sua motivazione profonda.
Ed un perchè ovviamente ce l’ha.

Ma qui sta forse la pecca del film: per quanto valido, il ragionamento sottostante non fila appieno.
In fondo, non si capisce se il film doveva essere una riscoperta dei temi politici dei movimenti degli anni ’60 e ’70, della protesta ed una riscoperta della coscienza politica (come parebbe farci intendere il personaggio di Sharon Solarz-Susan Sarandon arrestata) oppure se doveva essere un’introspezione fra qualche vecchietto che si rivede giovane, fra le scelte di una vita (come, invece, viene da pensare scoperto la storia di Rebecca-Brit Marling).
Questa ambiguità traspare per tutto il film nel personaggio del giornalista Ben-Shia LaBeouf, che tuttavia a mio avviso non riesce a darvi il giusto spessore. Ed, infine, appare in tutta la sua chiarezza nel dialogo finale Redford-LaBeouf. Forse proprio questo dialogo avrebbe dovuto darci il senso del film. O forse io mi aspettavo un film diverso. Forse semplicemente le motivazioni passate del protagonista stridono con le aspettative.

Ma, in fondo, la risposta migliore sta nel titolo originario del film “The Company you keep”: non una ricerca di motivazioni politiche e personali, quanto un viaggio attraverso le persone che si era e si è oggi, gli amici che erano e che sono trent’anni dopo, un viaggio tra le amicizie di allora e di oggi, fra la “compagnia”, chi è rimasto e chi se n’è andato. Soprattutto, una riscoperta, dopo il lungo silenzio. Viaggio e riscoperta che attraverso gli altri dovrebbero arrivare sino ai protagonisti stessi.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

One thought on “recensione n.15: la regola del silenzio

  1. effettivamente, da quel che racconti, l’aspetto prevalente sembra l’introspezione di un vecchietto sul proprio passato.

    mi ci potrei ritrovare, anche se credo di averci fatto da tempo i conti, grazie a robuste dosi di “borforismi”, che servono anche a mettere alla porta il sentimentalismo su ogni tema connesso.

    certo, non si capisce bene perché però perché occorra costruire uno pseudo film d’azione per parlare, in America, di queste cose.

    ma forse occorre rovesciare il punto di vista: prima on vengono le cose da dire, ma il film da fare…

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