recensione 18 e 19: “Grazie per il fuoco”, “I quattro dell’oca selvaggia”

Recensione 18: “Grazie per il fuoco”

Libro di Mario Benedetti, scritore uruguayo, consigliatomi dal Slec(cui rimando per una recensione certo meglio della mia), data la mia passione per gli scrittori sudamericani (o dovrei dire propriamente uruguayi) non ho esitato a cercarlo e leggerlo. Edito da La Nuova frontiera, piccola casa editrice specializzata, merita.
Bhè, l’ho letto tutto d’un fiato.
Poeta e scrittore di un’umanità straordinaria” recita in copertina Josè Saramago. In realtà è riduttivo.
Benedetti tesse una storia di famiglia, di vita quotidiana, di politica nazionale, di corruzione, di amore, di coraggio e di riscatto in un Uruguay che non può non ricordarci l’Italia. Una storia in cui si alternano tanti stili, mostrando una poliedricità rara (poesia, flusso di coscienza, ampie narrazioni, flashbacks).
Una storia narrata prevalentemente dalla voce del figlio Ramon, ma anche dal padre e da altri personaggi (Dolores, e l’amante del padre) creando una polifonia di voci che completa ed approfondisce ogni sfaccettatura intima della vicenda. Una storia nella quale traspira un conflitto non solo di generazioni, ma soprattutto di scelte di vita. Quasi uno scontro estremo fra idealismo e realismo, fra rispetto di sé ed amore per chi ci è più prossimo. Un conflitto di doveri.
Un lungo bisogno di riscatto, personale e nazionale, da una discesa infangante dove il rapporto viscerale col padre ci lega ad una storia rispetto alla quale sentiamo il bisogno di ribellarci. Il tutto con un grande sguardo a chi viene dopo (il nipote) e al lascito che gli spetta.
Inevitabile non confrontarlo con un altro grande rapporto padre-figlio, quello di Albert Camus ne Il primo uomo“, dove la mancanza del padre crea spazio per altri riferimenti. Ma questo voglio lasciarlo scoprire al lettore.

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Recensione 19: “I quattro dell’oca selvaggia”

In realtà, il titolo “I quattro dell’oca selvaggia” mi sembra un pò fuorviante, focalizzandosi troppo sui quattro ufficiali- protagonisti sì del film, ma in una recitazione corale messa così un pò in secondo piano: di fatto, tutta la truppa gioca un ruolo importante.
La storia è abbastanza semplice: un mercenario (Burton) viene assoldato da un miliardario per liberare un leader politico africano dal generale dittatore del suo paese che lo tiene prigioniero. Il mercenario richiama i vecchi commilitioni (Moore, Harris, Krueger), organizza la spedizione ma viene tradito proprio sul punto di tornare ed è quindi costretto ad ingaggiare una dura lotta contro le truppe del dittatore (i Simba) per salvare la vita sua e dei suoi uomini.
Molti fra i migliori cadranno. Cosa naturale in un film di guerra (e, in questo, c’è forse un certo semplicismo e mancanza di pathos nelle scene topiche), ma che da spazio ad alcuni tratti di umanità (fra tutti, Faulkner che al ritorno si prenderà cura del figlio di Janders morto in azione o l’afrikaner Coetzee che lega col leader nero Limbani).
Forse per ragioni political correct, si evita un preciso riferimento ai luoghi. Tuttavia, la collocazione geografica (Rhodesia a sud, Burundi e Ruanda a nord); gli interessi minerari; la dittatura di un generale e la prigionia di un grande leader politico suggeriscono di pensare allo Zaire di Mobuto (Limbani sarebbe quindi Patrice Lumumba: forse non a caso presentato come uno dei pochi per i quali valga la pena battersi e come uno che preferisce non lanciare il suo popolo in una guerra civile senza via d’uscita).
Ovviamente il film soffre un pò di una certa retorica tipica dell’occidente nel relazionarsi all’Africa: mercenari bianchi, dittatori sanguinari (e truppe armate di machete), missionari cristiani nei villaggi, interessi economici delle potenze occidentali…
Sarebbe stato impensabile (e quindi si rivela anche qui un pò banale), poi, l’idea del finanziere occidentale che meramente per spirito d’umanità libera il leader politico: ovviamente gli interessi economici prevalgono; ed è veramente assurda la scena dell’atterraggio in Rhodesia dove Limbani viene accolto come un grande leader dalla popolazione bianca… di uno Stato che, all’epoca, aveva un regime di apartheid. Inoltre, le motivazioni dei vari mercenari dovrebbero spingerci ad una maggiore severità dei nostri giudizi su di loro: solo Janders lo fa per ragioni ideali, tutti gli altri per interessi economici o -persino- boria della vita civile.
Ma è anche bravo a metterli in controluce e lasciare qualche spazio di riflessione, nel menziono un paio:
– in primo luogo, lo svelamento ad opera dell’afrikaner Coetzee dello sfondo idelogico della missione: Coetzee ammette di farlo solo per interesse personale, ma così dicendo sbugiarda anche tutti gli altri che lo fanno “per imporre la propria [occidentale] visione ideale del mondo“;
– lo stesso Coetzee, nel rapporto con Limbani, svela un secondo punto di sviluppo del film: dal disprezzo verso il kaffir, Coetzee arriva lentamente a capire l’umanità del leader nero e ad ascoltarne i progetti politici che mirano a trovare assieme una strada per convivere in un sistema di reciproca  interdipendenza. Insomma, un messaggio per l’Africa.

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5 thoughts on “recensione 18 e 19: “Grazie per il fuoco”, “I quattro dell’oca selvaggia”

  1. Grazie per il fuoco può essere scaricato gratis dalla rete in formato PDF. Basta digtare:
    Mario Benedetti Gracias por la sangre PDF. Stessa cosa vale per Il primo uomo di Albert Camus come tutta l’ opera omnia dello scrittore. In lingua originale naturalmente.

  2. prova FH, l’ho letto tanto tempo fa, è qualcosa di unico, l’aveva stampato Einaudi, adesso La Nuova Frontiera

    “Felisberto Hernández (Montevideo, 20 ottobre 1902 – 13 gennaio 1964) è stato uno scrittore e pianista uruguaiano, considerato uno dei più importanti scrittori sudamericani del XX secolo. Fu dapprima pianista autodidatta, spesso impiegato per accompagnare con la musica la proiezione dei film durante l’epoca del cinema muto[1]. Solo in seguito si dedicò alla scrittura. Scrittura caratterizzata dalla preferenza per la forma breve del racconto. In Italia ad oggi è stata tradotta solo la raccolta Nessuno accendeva le lampade, dove l’autore spesso si confonde nel protagonista ripercorrendo episodi della sua vita da pianista. La narrazione è impregnata da sensazioni estranianti che scaturiscono dall’osservazione dei particolari del corpo, a cui l’autore delega la parte dei protagonisti, concedendo a mani, capelli, stomaci e teste, esistenze proprie. Questa caratteristica è magistralmente realizzata, tanto da rendere Hernández un maestro riconosciuto e apprezzato dai suoi successori, ben più di quanto lo abbia mai apprezzato il grande pubblico. Tra i grandi scrittori che lo hanno letto e indicato come maestro ci sono Gabriel García Márquez, Italo Calvino e Julio Cortázar.”
    da wikipedia

    non ti deluderà, promesso

    PS: le mie recensioni non sono migliori di altre, solo più sintetiche:)

  3. @ francesco: grazie per l’indicazione.
    l’opera di Camus credo di averla già scaricata. su Benedetti credo invece ti sia sbagliato: il titolo originale anche in spagnolo è “gracias por el fuego”

    @ slec: no, no, la tua recensione è proprio buona.
    Hernandez proprio non lo conosco… per ora sto cercando un paio di Kapuscynsky e medito appena possibile di prendere “la tregua” di Benedetti.
    però, se è consigliato da Calvino e te…. me lo segno!

  4. Hai ragione il titolo e’ Gracias por el fuego. Devo ringraziare Franz per avermi fatto scoprire Felsberto Hernandez. Sto cercando in rete se e’ possibile scaricare qualcosa.

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