cercando Diaz… no, è Pompidou (ovvero: lo Stato dell’uomo)

Bortocal mi conduce raffinatamente a dire nei commenti ad un suo post che il PD dovrebbe sostituire i propri “Cadorna” con il “Diaz” del momento: uso Cadorna al plurale, perché, come recita un proverbio russo “la vittoria ha cento padri e la sconfitta è orfana“, ma nel nostro caso non avendo vittoria, abbiamo cento padri per una sconfitta; il Diaz resta invece al singolare, perchè l’impressione è che serva sempre “un uomo solo al comando”.

Gen. Luigi Cadorna, comandante in capo del regio esercito italiano durante la Prima Guerra Mondiale sino alla disfatta di Caporetto -quella di cui secondo Bortocal ha appena fatto esperienza il Partito Democratico-, ritenuto fra i maggiori responsabili di tale tracollo fu sostituito con il gen. Armando Diaz che condusse l’esercito sino all’armistizio di Villa Giusti.Armando_Diaz_1921
Insomma, in parole povere: cambiamo il comando (o leadership che anglicamente dir si voglia).
Anche a memoria dei remoti studi liceali, conosco poco queste figure storiche. Soprattutto di Diaz, dopo la conclusione del conflitto, si sa generalmente molto poco. Da quel poco che si apprende dalla striminzita pagina wikipedia, direi che possiamo considerlo un “uomo d’apparato”: formazione militare, carriera militare. Pochi momenti alla ribalta ed una vita condotta in quel certo “grigiore” della stretta professionalità.
Impressione mia, ovviamente. Se ci sono storici fra i lettori, sarò lieto di correggermi.
Ad ogni modo, l’impressione è appunto quella di un personaggio non eccezionale, professionale, ligio al dovere ma senza quelle qualità “carismatiche” da uomo della provvidenza.
Anche nel conflitto mondiale, le mie memorie scolastiche mi conducono a pensare piuttosto all’ “uomo giusto a posto giusto, al momento giusto” che non ad una figura della provvidenza: un generale di vedute e metodi più aperti ed innovativi rispetto al predecessore, in grado di dare all’esercito quel minimo di “sprint” e motivazione per affrontare le fasi finali della guerra con nuovo slancio.
Non un personaggio eccezionale, quindi.

Il contrario di -almeno per quello che ci viene attualmente presentato- certi Berlusconi, Grillo o Renzi, insomma.

Ma c’è un altro paragone strettamente storico che potrebbe esserci d’aiuto nell’affrontare la questione della leadership del Partito Democratico. Penso al maggio 1968 francese.
Credo i lettori conosceranno bene i fatti di quel mai ’68 senza bisogno che li riepiloghi qui, ai fini di questa analisi basterà quindi richiamare come si giunse alla soluzione di quel momento critico:
– 24 maggio De Gaulle appare in tv promettendo un referendum sulla decentralizzazione e partecipazione;
George Pompidou, primo ministro, discute con il generale inducendolo a riflettere che in un referendum i parlamentari gaullisti non si sarebbero impegnati a fondo, col rischio di una sconfitta elettorale e suggerisce piuttosto elezioni anticipate;
– 30 maggio De Gaulle “ritratta”, scioglie l‘Assemblea Nazionale ed il 30 giugno si tengono elezioni anticipate, vinte con larga maggioranza dalla destra gaullista (per la cronaca, De Gaulle non confermerà Pompidou -grande vincitore della crisi- al ruolo di primo ministro, ma lo stesso vincerà poi le successive elezioni presidenziali).
George_Pompidou,_May_1973Pensiamo ai protagonisti: De Gaulle è -per definizione- nella storia francese del ‘900 il grand homme, l’uomo della provvidenza, l’uomo che con la propria iniziativa personale ed il proprio carisma risolve situazioni critiche. Pompidou, al contrario, è una figura più “nell’ombra”: assistente di De Gaulle sin dalla Seconda Guerra Mondiale, politico e uomo di governo di lungo corso, non necessariamente un trascinatore.
Infatti, le soluzioni che presentano alla crisi di maggio sono radicalmente diverse: De Gaulle cerca la soluzione epocale, prima con un referendum che -di fatto- dovrebbe riaffermare la sua autorità politica, poi (il 29 maggio) con la “fuga” a Baden-Baden ed il colloquio con il generale Massu; Pompidou affronta la crisi mediando fra sindacati ed industriali (accordi di Grenelle), proponendo nuove elezioni.
Con le parole del mio prof a Lyon “la soluzione ordinaria ad una situazione straordinaria“: nel momento di massima crisi dello Stato francese, si torna alle urne.

Immagino che in qualche lettore questo paragone, questa ricostruzione, susciterà il commento “avremmo dovuto votare dopo la crisi di governo di novembre 2011, anziché ricorrere al governo tecnico“. L’argomento è stato fin troppo dibattuto, anche qui, quindi lo glisso.
Perchè il tema è piuttosto quello interno al PD.

Premetto che non farò, né ho da fare, nomi. Qualcuno già dibatte di Barca o Renzi, di Civati o Moretti: lascio ad altri la questione.
Quello che importa è il profilo: un “uomo della provvidenza” o un “uomo d’apparato”? Più che d’apparato, che fa molto tetro, direi un “uomo delle istituzioni”, ovvero -comunque- un uomo privo di qualità eccezionali ma competente?
Pensavo di ridurre la questione in una diarchia della legittimazione in termini weberiani fra carisma e competenza (tecnica) ma la seconda non rientra veramente fra le categorie di Weber. E’ più un modello da “forza tranquilla”.
Ovviamente non mi spingo sino ad azzardare una risposta, ma si sarà ben capito dalle mie parole quali sarebbero le mie preferenze: sia nel caso del Primo Conflitto Mondiale, sia in quello del Maggio ’68 la soluzione vincente è stata quella ordinaria, non quella straordinaria.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “cercando Diaz… no, è Pompidou (ovvero: lo Stato dell’uomo)

  1. riflessione interessante, ma tutti gli uomini sono banali e comuni, l’uomo eccezionale esiste solo negli occhi di chi guarda.

    il popolo che cerca un leader eccezionale, alla fine lo troverà, e se non lo trova se lo inventerà. 😉

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