cercando la frattura del PD

Che il Partito Democratico abbia fatto una pessima figura ed una cattiva scelta nel presentare un candidato comune col PDL per la Presidenza della Repubblica è un dato di fatto che nessuno qui intende negare.

Così come non si intende certo negare che nel PD ci siano diverse visioni dell’Italia, dell’Europa, del mondo e della politica. Visioni, atteggiamenti, ideali e prospettive spesso contrastanti e confliggenti e che non di rado si esprimono anche in “fratture” o guerre sotterranee più o meno palesi.
Di qui, molti commentatori “da bar” (nel senso di non professionali), rispecchiando il sentimento dell’uomo comune sostengono che il PD è un partito diviso.
Un partito diviso, sempre sull’orlo di una aperta frattura, di una scissione (com’è spesso stato nella storia della sinistra italiana). Per alcuni questo è un bene, dando finalmente così ad un’ala riformista la sua chiara identità; per altri è semplicemente un dato di fatto.

In realtà, come vedremo, questo assioma non è né esattamente scontato, né proprimante veritiero.

Cominciamo dai presupposti fondamentali: il PD è un partito diviso.
Vero, il Partito Democratico è diviso -l’ho detto in premessa-, ma si tace sempre la vera, unica, logica ragione di tale “divisione” interna: il PD è diviso perchè è un partito plurale. Il PD, per definizione, è nato per contenere in sé diverse “anime”, diverse visioni e cercare di conciliarle nella pratica quotidiana, a seconda delle circostanze.
Nessuno, nel creare il PD, ha pensato di creare un “partito monolite” come il PCUS -o come sembrava essere il PCUS-. Bensì, si è voluto mettere assieme un partito nel quale si potessere confrontare e conciliare idee diverse, facendole convergere in un’idea più ampia per il bene dell’Italia.
Solo chi pensa ai partiti in modo dogmatico, assolutistico, monarchico e padronale può parlare del Partito Democratico come un “partito diviso”: tutti i partiti del mondo, ad eccezione ovviamente dei “monstrum” creati da Berlusconi e Grillo, hanno una loro dialettica interna fra le pluralità che li compongono. Dialettica che spesso può anche essere apertamente conflittuale: pensiamo ai democrats od ai republicans americani; ma pensiamo anche ai tories o labour britannici: Gordon Brown e Torny Blair incarnavano due visioni del partito e della Gran Bretagna radicalmente diverse, Margaret Thathcer è stata “silurata” dall’interno, dal compagno di partito John Mayor. Potremmo dire lo stesso del PS francese (Hollande-Aubry-Royal, come in passato Mitterand-Mendes France), ma anche del UMP (Sarkozy-De Villepin, come a suo tempo De Gaulle-Giscard D’Estaing), o in Germania, Spagna etc. etc.
Insomma, il confronto interno è naturale, non abnormale.

Veniamo alla seconda premessa fondamentale: la sinistra italiana è sempre propensa a scindersi, frazionarsi.
Anche questa è una lettura parziale: se guardiamo ai 50 anni di DC e PCI, vediamo come questi partiti siano rimasti sostanzialmente compatti -nonostante le “correnti” od i cambi dirigenziali- per tutta la loro storia.
Ovviamente, alcuni gruppi si sono distaccati (penso ad “Il Manifesto”), ma erano pur sempre minoritari.
La storia “frazionista” è recentissima: solo dallo scioglimento di DC e PCI questi due enormi partiti di massa hanno cominciato a scindersi sempre di più: Popolari-CDU-CCD-Margherita-PSI da una parte, PDS-PRC-DS-SEL etc. etc. dall’altra.
Ma questo, appunto, è il risultato di una tendenza personalistica molto molto recente.
Se riusciamo a creare nel PD un grande “contenitore” con strutture e strumenti di confronto e decisioni neutrali, solidi, questa tendenza può essere invertita.

Veniamo allora alla questione più propriamente del Partito Democratico.
Chi annuncia o predica la scissione, omette sempre alcuni dati fondamentali, il primo: fra chi?
Sino a pochi anni (mesi?) fa, si sosteneva che l’anima “democristiana” e quella “comunista” fossero inconciliabili: oggi non pare più questa la linea di frattura.
Potrebbe essere invece quella fra “giovani” e “vecchi”? O quella fra “cattolici” e “laici”? Quella fra “popolari” e “socialdemocratici”? Quella fra “maggioritari” (à là Veltroni, per interderci) e “inciucisti” (à là D’Alema)? Quella fra “società civile” [apertura a] e “partito chiuso”?
La verità è, semplicemente, che nessuno lo sa.
Nessuno lo sa, perchè le “linee di frattura”, le tendenze, le anime di cui è composto il PD sono -appunto- svariate e si scompongono/ricompongono sui singoli temi, senza un ordine preciso. La spaccatura dipende dal momento, dalla prospettiva, dalla questione.
Nessuno, se la “scissione” dovesse venir discussa ed approvata domani, saprebbe dire quale sarebbe il casus belli, la causa distintiva in base alla quale i singoli sceglierebbero da che parte stare.
Ovviamente, per amalgamare queste diverse concezioni del mondo, proposte politiche, serve tempo. Aspettarsi che il processo si compia in sette anni è francamente illusorio.

Questo punto, strettamente collegato con quanto detto sopra sul pluralismo interno ai partiti, ci porta ad un’altra considerazione: come vengono gestiti i confronti interni.
Per lungo tempo, e soprattutto nei primi periodi di vita del PD, il problema è stato che i “conflitti” e la dialettica interna avvenivano sempre in modo “sotterraneo”, nascosto: per lo più, il partito si schierava compatto dietro il leader del momento, per poi ricattarlo, accoltellarlo alle spalle o silularlo alla prima occasione. Insomma, ad un sostegno di facciata, seguiva un conflitto ben più profondo e mentre i confronti ufficiali (congressi, primarie) davano una falsa impressione di armonia e compatezza, la classe dirigente portava avanti una guerra intestina.
Ora, questa situazione sta lentamente cambiando -e di questo va dato merito a Renzi ed alla sfida che ha lanciato con le primarie, come a Franceschini prima di lui-. Questo fatto è senza dubbio positivo, perchè mentre in precedenza la falsità ufficiale occultava scontri ben più cruenti, ora la ferocia ma correttezza dei confronti ufficiali permette la riconciliazione fra le fazioni terminato il conflitto (istituzionalizzato nei momenti previsti dallo statuto).
Quando lo scontro è aperto, lascia meno spazio a scorrettezze e sotterfugi, a ricatti e dietrologie, a tatticismi e ripensamenti: alla luce del sole, tutti potranno sapere che posizione hanno avuto gli altri. Che il PD stia superando questa “paura” dello scontro aperto è un bene e ne rafforza la solidità.

Altra questione: i problemi pratici.
Per formare il PD sono serviti anni di trattative, non solo e non tanto “ideologiche”, che ancora mancano, o programmatiche. Si trattava, bensì, di accordi pratici sulla ripartizione dei patrimoni, delle sedi, dei debiti etc. etc.
Nulla che non si possa ripetere, per carità. Ma dubito fortemente che in un momento come questo, dove da “spartire” sarebbero debiti e non soldi, qualcuno abbia veramente voglia di affrontare una discussione simile.

Secondo aspetto pratico-politico: l’illusione comune è che, con un’eventuale scissione, l’anima “popolare” e l’anima “socialdemocratica” riuscirebbero ad acquisire ciascuna un significativo peso politico.
Quale, mi chiedo io? Anche ammesso che il gioco della scissione fosse a somma positiva e non a somma zero, ci troveremo con due partiti nessuno dei due in grado di governare: non soltanto incapace di governare da solo, ma persino alleandosi assieme. Insomma, da un “gioco a due” PD+SEL, passeremo almeno ad un “gioco a tre” PD1+PD2+Tizio (o PD1+Tizio+Caio)… una grande semplificazione, un grande vantaggio strategico!
Questo, ripeto, partendo dal presupposto che l’attuale 25,4% si possa dividere -ad occhio- almeno in un 15%-15%. Presupposto, detto francamente, abbastanza illusorio: non ricordo “scissioni” che hanno aumentato il totale dei voti delle parti!
Nel caso questo presupposto si rivelasse -come credo- fasullo, il risultato sarebbe quello di avere, indicativamente, due partit-ini da circa il 12,5% ciascuno! Insomma, due nani politici. Due nuove formazioni senza alcuna possibilità di incidere sui futuri scenari politici italiani.
In buona sostanza, questa sarebbe la bara del riformismo italiano.

Infine, le prospettive “strategiche” delle due (due?) formazioni risultanti: soprattutto a sinistra, da dove provengono molte di queste pulsioni, si crede che in seguito alla scissione, la parte “socialdemocratica” del PD potrebbe benissimo allearsi o addirittura fondersi con molte delle restanti formazioni della sinistra italia -SEL e PSI in particolare- in un partito chiaramente “di sinistra” e dalle dimensioni significative.
Anche questa affermazione è curiosa: prendendo per buoni i numeri di cui sopra, ci troveremo di fronte ad una nuova formazione composta dal 13% (PD socialdemocratico) +3,2% (SEL)+ 0, % (PSI). Possiamo anche esagerare i numeri ed azzardare un lauto 20%, il risultato cambierebbe di poco: questo nuovo partito o coalizione non sarebbe determinante negli scenari poltici e non sarebbe in grado di orientare la politica italiana a sinistra. Non avrebbe, in sostanza, la “massa specifica” necessaria: con il 20% non si vincono le elezioni, né si può governare..
E’ evidente che, invece, il PD è nato proprio per essere determinante!

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “cercando la frattura del PD

  1. Il tuo discorso per molti versi fila; il problema di fondo, dal quale poi derivano ‘a cascata’ tutti gli altri, è che fino ad ora nel PD, c’è stato un eccesso di personalismo: si confrontano due o più tesi, si trova una ‘sintesi’ (che però troppo spesso fa si che si rimanga nel vago, lasciando aperta la porta a equivoci ed ambiguità), magari a caldo si dice ‘tutti col Segretario’, ma poi in sotterranea dopo due giorni si ricomincia a ‘brigare’ per far cadere una dirigenza e sostituirla con un’altra… è successo con Veltroni, sta succedendo con Bersani, capiterà se nulla cambia anche a Renzi… ed è chiaro che se il ‘capo’ di turno passa più tempo a preoccuparsi che non gli vengano segate le gambe della sedia, che non a far crescere il partito, qualche problema c’è… La soluzione probabilmente la sta offrendo lo stesso ‘popolo del PD’, che ha dato un bel pò di legittimazione in più a Bersani e che per esempio attraverso la Piazza e la Rete ha costretto lo stesso PD a un passo indietro rispetto alla scelta di Marini… Insomma, fossi nel PD, per risolvere i contrasti interni ricorrerei in modo massiccio alla consultazione della ‘base’…

  2. Continuo a preferire un partito come il PD (anche se non l’ho votato alle elezioni) rispetto a quei partiti leaderistici come il PdL o il M5S in cui comanda solo uno (o due nel caso dei pentastellati) e tutti gli altri obbediscono. E’ vero però che il PD nel 2008 è nato per trovare una sintesi fra quelle che allora erano le due anime principali: quella comunista e quella cattolica. Pare che in questi ultimi tempi si sia smarrita la strada verso questa sintesi. Quello che è successo ieri, e ancor peggio, quanto accaduto oggi, deve far davvero riflettere sul fatto se questa capacità di raccogliere e mantenere insieme in un unico contenitore visioni differenti esista ancora.

  3. leggo e diffondo

    dice Emiliano Deiana, sindaco Pd
    (dalla sua pagina facebook)

    Non bisogna mai anteporre gli interessi del Partito a quelli personali.
    [D’alema]
    Non bisogna mai anteporre gli intessi del Paese a quelli del Partito.
    [Bersani]

    Al loro confronto Grillo e Casaleggio sono due statisti…

    I dalemiani, e’ fatto notorio, hanno fatto il servizio di leva nei Carabinieri.
    Usi a disobbedir tacendo.

    Gli Onorevoli normali del Pd da domani votino, compattamente, per Rodota’.
    Lo capite che e’ cosi’?

  4. qui bisogna ripartire da zero…
    ha ragione Cacciari, si sciolga il partito defunto, e se ne costruiscano due, uno guidato da Renzi, democratico , e uno guidato da Barca, più di sinistra, ma con l’azzeramento totale dell’attuale dirigenza, senza eccezioni
    dietro al complotto di ieri, c’è D’Alema…il primo da eliminare

  5. “E’ evidente che, invece, il PD è nato proprio per essere determinante”. Già ma determinante per che cosa? Se per una costruzione politica nella quale non mi riconosco a me non interessa nulla della “determinanza” del PD, al contrario.

  6. evidentemente, rispetto al titolo del post precedente, questo non è stato affatto tempestivo…
    personalmente, resto convinto che il PD come esperienza politica debba proseguire. A quali condizioni ciò sia possibile è secondo me ben chiaro: correttezza, superamento delle attuali divisioni, rinnovamento della classe dirigente con una “nativa democratica” ed una chiara linea politica.
    Resta da vedere se queste condizioni saranno soddisfatte.

    @ crimson: a parte il concetto di “personalismi”, sono d’accordo.
    Per sopravvivere, il PD deve chiudere con una fase di decisioni calate dall’alto e restituire alla base il ruolo che le spetta, ovvero di fucina di idee e persone. Non è più immaginabile né che le primarie scavalchino gli organi di base del partito, né che la dirigenza resti sorda alle richieste degli iscritti.

    @ RW: secondo me il problema non è solo della sintesi fra le due anime originarie del PD, quanto che rispetto ad esse ve ne sono mille altre “sotterranee”, di correnti (“dalemiani”, “modem”, “popolari”… etc. etc.) che travalicano questa vecchia distinzione e fratturano il partito.
    L’amalgama, a poco a poco, sta funzionando, ma non riusciamo a superare queste divisioni ben più radicate e sudole (perchè non ideali, ma di mera opportunità).

    @ franz: sai che io, seppure subordinato a Prodi, Rodotà l’avrei sostenuto.
    ma credere che il PD lo avrebbe fatto compattamente è un’illusione: lo sarebbe stato anche senza le spaccature su Marini e Prodi, ma dopo queste era assolutamente impossibile. Al massimo, avrebbe affossato anche Rodotà.
    Se devo essere assolutamente tatticamente e politicamente perfido, ti dovrei dire: ben venga il voto a Rodotà alla quinta, sesta votazione e per tutti gli altri di M5S alle successive… alla fine, di fronte all’impossibilità di eleggerli, saremo tornati a Prodi.
    Ma triturare così nobili figure come Rodotà non mi parrebbe giusto.

    @ ipitagorici: mai come ora il PD avrebbe potuto esserlo. Ora si è di fatto messo in minoranza, da solo.
    Recuperare sarà durissimo.

    @ luigi: Cacciari farebbe meglio a star zitto, che da anni fa solo danni alla sinistra.
    quanto all’ipotesi di cui parli, è evidente che sono contrario.

    @ Mauro: “determinante” per dare alla sinistra una chance di governare.
    Dovrei definire sinistra che non può ricadere negli stereotipi novecenteschi di “operai” o proletari…. ma ci vorrebbe troppo. Però il punto resta quello.

  7. Sono convinto che per il pd potrebbe essere un’opportunità tutto ciò, o meglio, potrebbe anche uscirne qualcosa di buono e nuovo. Spero che la frattura sia generazionale (risolvibile con l’estinzione di una delle due fazioni). Se fosse politica, l’unica cosa possibile sarebbe la secessione.

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