recensioni 23 e 24: “no” e “la civiltà delle buone maniere”

Cominciamo dal film:
23) No, film sul plebiscito cileno del 1988 riguardo la permanenza del gen. Augusto Pinochet (“pinocchio”: pin-8) alla presidenza del Cile. Del film ha recentemente parlato lo stesso Roberto Saviano a “Servizio pubblico: la presentazione di Saviano non mi era affatto piaciuta, troppo focalizzata sugli aspetti estetici e retorici del film, ma il tema mi affascinava tanto che non ho resistito e l’ho guardato comunque.
No_(2012_film)Co-produzione cileno-francese-americana, si sente molto l’influsso estetico, retorico ed emozionale tipico di questo genere di film negli Stati Uniti, il che è un peccato: il film si focalizza molto, troppo, sulle scelte di marketing della campagna per il “no” al plebiscito, lasciando spesso in secondo piano il contenuto di tale campagna (gli spezzoni dai quali traspare il senso della dittatura di Pinochet, dei desaparecidos, della tortura, degli esiliati… sono pochissimi in tutto il film). Il che, probabilmente, risponde esattamente all’atmosfera che circondava chi organizò la campagna per il “no”, lo scontro ideale-estetico fra due proiezioni del problema: come vincere la campagna e come dare una coscienza del periodo appena passato.
Il dilemma fondamentale della sinistra, potremmo dire, fra la vittoria elettorale e per le coscienze dei cittadini. Fra marketing stretto e cultura politica.
Saviano ed il film optano per la prima opzione e questa storia non può dargli torto.
In effetti, molti dei documenti sono quelli originali d’epoca: i filmati della campagna furono esattamente questi, con scelte estetiche e stilistiche che -personalmente- mi impressionarono molto quando visitai il Museo per la Memoria e Diritti Umani di Santiago del Cile. Come dice Saanvedra, il protagonista, “sono perfettamente inseriti nell’attuale contesto sociale” ed in effetti riflettono una società che ormai è profondamente marcata dagli stili e linguaggi “consumistici”. Consumistici ed emozionali.
Ottimo Gael Garcia Bernal nella parte del pubblicitario che contribuisce alla campagna. Molto interessante il confronto fra impiegati che fanno la campagna per il “no” e padroni che fanno quella per il “sì”; così come il contrasto fra la campagna per il “no” improntata all’allegria e quella per il “sì” focalizzata sulla paura del comunismo (spettacolare il cavaliere nero con la bandiera rossa). Straordinario, infine, il paragone ideale fra Saavedra-Bernal che ripete sempre, ad ogni presentazione di una nuova campagna (sia essa commerciale o politica) “questo spot è perfettamente inserito nell’attuale realtà sociale del Cile” ed il pubblicitario terribilmente indeciso nella giuria di “Twelve angry men” (ottima -per quanto assolutamente superflua- ragione per vedere anche quest’ultimo film).

Straordinario comunque lo spot con marito e moglie a letto….

Passiamo ora al libro:
24) “La civiltà delle buone maniere“. In parole povere, direi che questa è sociologia di altissimo livello. Quella che, normalmente, i vostri compagni d’università -che sfottevate, non negatelo!- non facevano.2709063
Norbert Elias è senza dubbio uno dei pensatori più importanti e misconosciuti della nostra epoca. La storia della sua vita meriterebbe un romanzo: pur autore nel 1939 -da privato studioso a Parigi- di un’opera destinata a segnare le sorti della sociologia moderna (“Il processo di civilizzazione“, di cui il testo qui a lato è la prima parte), è stato ignorato per lunghissimo tempo, cominciando la sua carriera accademica solo all’Università del Ghana e dopo aver inviato copia dello stesso libro a Freud con la dedica “è tutto quel che possiedo“.
Ma non era poco.
Nonostante il lunghissimo tempo impiegato dalla comunità scientifica per riconoscerlo, il lavoro di Elias potrebbe a buon titolo essere definito un “capolavoro” scientifico.
In esso, Elias svolge una lunga e dettagliata disamina dello sviluppo della “cortesia” (“galateo” o buone maniere) in società dal medioevo sino all’epoca moderna, ovvero del progressivo raffinarsi dei criteri di comportamento nella vita sociale (partendo, appunto, dalla società di Corte). Il paragone si svolge in innumerevoli settori (il comportamento a tavola, soffiarsi il naso, la sessualità…), rivelando come molti modi che oggi percepiamo come normali siano in realtà frutto di un lunghissimo processo di acculturazione, a selezione, distinzione (“autocoscienza”) ed infine imitazione delle classi superiori in una “corsa” alla restrinzione della violenza, al controllo degli impulsi e degli istinti, relegati sempre più “dietro le quinte della società” (in privato) rispetto alla loro “naturale” diffusione in società; sino alla perfetta interiorizzazione di nuovi standardi di comportamento (divenuti quindi un habitus, una seconda natura). Processo che richiese lunghe e complesse tappe, dall’esito mai scontato e che certo non può dirsi concluso (molto emblematico in proposito il paragone con la Cina che definisce “barbari” gli occidentali “che mangiano ancora con le spade” [coltelli]).
Fondamentale in tale processo è il fatto che le successive tappe non siano (almeno fino al 1800 inoltrato) dettate da argomenti “razionali” di igiene e salute, bensì da esigenze di distinzione delle classi superiori (i cavalieri che dal tardo medioevo persero il proprio ruolo bellico convivendo nelle corti principesche), adeguamento a tali nuovi standard al fine di evitare l’esclusione sociale (per gli aristocratici) o di ascesa sociale (per i borghesi). Insomma, tutti sviluppi dettati da criteri prettamente sociali.
Inoltre, Elias mette in rilievo come lo stesso processo debba riprodursi oggi in tappe e costrinzioni similari per i bambini sino alla loro perfetta socializzazione da adulti e come questo processo spieghi, fra l’altro, la difficolà di molti adulti ad affrontare temi come la sessualità, tanto “relegati” nel privato da aver perso la capacità di affrontarli.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “recensioni 23 e 24: “no” e “la civiltà delle buone maniere”

  1. Carissimo Red, non ci crederai ma sono andato a vederlo ieri e mentre uscivo (ricordati che Genova è città ancora di sinistra e chi va al cinema a vedere questi film – tranne me – è in genere di sinistra) c’era un gruppo di signori sulla mezza età. Uno di loro ha detto: “quegli stronzi del PD dovrebbero vederlo e magari fare una campagna elettorale per vincere e far vedere il nostro modo di vedere le cose al posto di parlare solo di Berlusconi”

  2. @ franz: ho visto con piacere il tuo commento, sempre ricco di spunti.

    @ ipitagorici: il mio è un giudizio ovviamente tutto soggettivo, secondo il mio gusto.
    non nego che sia un bel film, semplicemente dico che -anche rispetto alle mie originarie aspettative, ma soprattutto- rispetto alle tante critiche entusiastiche (non ultima quella di Saviano), a me non ha fatto impazzire.
    ripeto: vedere quei manifesti, quegli spot lì è un’altra cosa.
    qui, nel film, secondo me, si accentua troppo l’aspetto di marketing.

    certo, detto tutto ciò, resta evidente che il PD abbia da imparare anni luce da queste campagne…. né potrei mai biasimare quei commenti.
    io stesso, se dipendesse da me, vorrei una campagna del genere.
    d’altronde lo ripeto da tempo: alla gente oltre ai programmi bisogna dare speranze, sogni. bisogna emozionarli.

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