buon compleanno Europa

happy birthday Europe; alles Gute zum Geburtstag Europa; joyeux anniversaire Europe; feliz aniversario Europa!
Ed in quante lingue devo ripeterlo? Meglio fermarsi qui.

Potremmo in realtà dire molte cose negative di quest’Unione Europea che oggi festeggia il suo “compleanno” in ricorrenza delle celebre dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950: “dettata” da Jean Monnet, segna la prima formulazione pubblica di un progetto di condivisione economica volto anche all’integrazione ed alla pacificazione del continente.
Potremmo trovare molti difetti nel metodo “funzionalista” che ormai segna i suoi limiti; nel premio Nobel per la pace; nell’allargamento ad Est; nella politica sull’immigrazione; nella tutela dell’ambiente…. ma non voglio pensare ai difetti, oggi.
Oggi mi lascio prendere dal clima di festa (e dovrebbero esserci le bandiere per le strade!!) e celebrazione e dico anche io il mio “buon compleanno!“, ma soprattutto auguro all’UE ancora cento di questi anni!

Perchè, in fondo, io mi sento profondamente figlio dell’Europa.
Intimamente figlio dell’Europa.
Ne sono figlio da quando ho cominciato a viaggiarla con i miei genitori, da quando si sono messi il passaporto nel taschino ed hanno commentato -un pò stupiti ed un pò delusi- “ma io mi aspettavo di tirarlo almeno fuori alla frontiera“, immediatamente dopo l’entrata in vigore del trattato di Schengen anche io sapevo che c’era questo strano ‘trattato di Schengen’, ma mi sembrava una cosa del tutto naturale girare fra uno “Stato” ed un altro senza mostra documenti a quelle cose strane chiamate “frontiere”.
Che avessero un senso profondissimo, le frontiere, lo scoprii in seguito, solo quando cominciai ad attarversarle davvero, a fermarmi ai controlli, a preparare i documenti, a vedere la polizia ed i visti sul passaporto. E da allora -per inciso- ogni volta è un momento magico.
Ma sono figlio dell’Europa anche da quando ho cominciato a viaggiarla da solo: imbarcandomi per Dublino, scoprendo che dovevo testare veramente il mio inglese ogni giorno con i pub, con gli orari dell’autobus… e che entravo in una cultura diversa, nelle chiesette celtice, nei prati smeraldo, nelle birre scure, nelle zuppe di salmone e nelle pecore… entravo in un mondo nuovo che stava aldilà del mio quotidiano.
Oppure durante l’interrail con quei pazzi compagni di liceo, con il mito di andare lontano. Ma il “lontano”, per noi nati senza frontiere, ha tutto un altro senso, un altro gusto. Sbarcare a Lisbona o Madrid era solo una questione di tempo.

Sono figlio dell’Europa da un lungo Erasmus ad Hamburg, dalla prima esperienza di vita totalmente lontano dalla mia famiglia, dai miei genitori, dalle comodità di casa -tutte le comodità di “casa”-. Figlio delle feste con mille ragazzi da venti Stati diversi, con mille storie diverse. Figlio delle lezioni in tedesco che quando il prof interroga “se non capisco qualcosa, sollevatemi un cartello con la traduzione in italiano…“. Figlio delle cassette di birra che portavano in studentato ogni settimana. Figlio del casino con la burocrazia tedesca. Figlio anche dell’incontro con Christin.
Così, sono filgio dell’Europa anche nel semestre a Lyon, di quel ripetitito “ok, ok” che doveva valere come una lingua universale in un paese di cui non capivo nulla. Figlio del disprezzo tutto in reazione alla spocchia francese. Figlio delle partite a rugby coi francesi.
Sono figlio dell’Europa per tutti gli italiani straordinari che ho conosciuto appena varcate le frontiere. Per quella emozione strana che ancora sento ogni volta che trovo un compatriota “aldilà” dei confini.
E sono figlio dell’Europa per ogni volta che sono ritornato in Italia.

Credo la mia generazione abbia un debito immenso con l’Europa.
Che poi è un debito immenso con i nostri nonni ed i nostri genitori (forse soprattutto i nonni, per averla creata, ed i genitori un pò meno, per averla un pò persa per strada…). Un debito “transgenerazionale” e “transnazionale” che mi sento unire così fortemente sia ai nonni, sia agli amici aldilà dei confini di quella che chiamiamo “Italia”.
Perchè, da un lato, senso istintivamente che senza il coraggio di quei vecchi spesso così distanti, senza i loro errori, senza la loro follia, oggi non avremmo mai questa Europa.
Dall’altro, mi sento affraternato dalle mille esperienze condivise con Gilles, Brian, Christin, Volker, Joana, Morgane, Roman….

Non posso non esser grato ai nostri nonni per questa Europa. E non posso non esser grato all’Europa per la gita a Sylt; per il vento che faceva volar via la tenda a Lisbona; per la camminata notturna sui Pirenei cercando un posto dove accamparci; per le foche viste ad Inis Mor; per il bagno sull’Elba; per i placcaggi di Polo e gli occhi neri sui campi da rugby di Lyon; per la notte passata in stazione a Salamanca senza neanche vedere la città; per la gita a Dresda durante la quale mi sono dichiarato a Christin; per il matrimonio transnazionale fra quei pazzi di Roman e Lisa; per i magnifici prof conosciuti ad Hamburg; per le passeggiate senza senso e senza meta a Strasbourg o a Berlino; per i discorsi sul sesso con Morgane e le sue lezioni di cucina; per la maledetta pioggia sottile e fittissima alle sei di mattina per andare a lezione all’UHH; per tutte le incompresioni ed il salti fra due, tre, quattro lingue diverse durante una conversazione; per Gilles che ha insistito mille volte ad invitarmi a cena e per tutte le chiacchierate sui nostri problemi di cuore; per lo spettacolare Planten und Blomen; per tutte le volte che ho perso l’ultimo autobus rincasando dal Reeperbahn; per le sveglie prima dell’alba per fare un altro viaggio…a Lispia, a Kopenhagen, a Limerick…; per ogni volo, ogni treno, ogni autobus che ho preso e che mi ha portato un pò più in là in questo continente; per tutti quelli che ho perso -ma avrei potuto prendere- e per tutta la polizia che non mi ha fermato mentre giravo; per tutti i vini che i francesi mi hanno fatto bere; per la prima volta che ho sentito Jana cantare e Moritz suonare il violino; per il bebè di Julia che siamo andati tutti assieme a trovare allo studentato; per la sfida di cucina italo-kazaka con Roman e la scommessa persa; per tutte le volte che i tedeschi si son stupidi di quanta pasta mangiassi ed i francesi mi hanno domandato come fosse possibile che ad un italiano non piacesse il formaggio. Per queste e milioni di altre esperienze.
Esperienze che forse avrei potuto fare anche in Italia. Ma di certo non avrebbero avuto lo stesso sapore di sfida, di scoperta, di meraviglia anche.

Io mi sento geneticamente e culturalmente europeo perché ciascuna ed ognuna di queste esperienze mi hanno fatto saltare un muro, una frontiera; mi hanno legato ad altre persone, ad altri paesi, a “stranieri” che oggi tanto stranieri più non sono e sento anche miei.

L’Europa, questa Europa, ha tanti difetti. Tantissimi.
Ma ha anche tanti pregi. Ed in una giornata come questa, un figlio non può che guardare indietro con gratitudine ed ammirazione ai propri genitori.

cento di questi anni, Europa!

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