quello che non ho

Oggi ho preparato una relazione per i “grandi capi” (augh!) dell’Ordine.
Vi ho messo dentro anche qualche critica, non richiesta ma sincera e costruttiva. Dico costruttiva non perchè mi servano scuse, ma perchè mi son ben premurato di specificare alcune alternative.
Critiche per altro ben condite da lodi complessive. In definitiva direi che per ogni grammo di “merda” che spalavo nella mia relazione, vi era una quintalata di fiori.
Forse l’odore si sentirà ancora, ma la cosa è abbastanza naturale….

Giusto per scrupolo, prima di inviare la relazione l’ho sottoposta al giudizio di alcuni colleghi nella mia stessa situazione. Giusto per sapere se sono stato un pò troppo forte nei miei giudizi… apriti cielo! L’indignazione planetaria era il minimo.
Ok, non nego di essere stato effettivamente schietto e forte con le mie parole, pur oneste e -soprattutto- ben condite di altre lodi.
Ho pensato (forzatamente) quindi di rivedere un pò quelle parole e di addolcirle ancora un pò. Detto fatto.

Ora, io sono uno particolarmente insensibile e privo di diplomazia, ma questo artificioso camuffamento mi è sembrato veramente eccessivo e fasullo.
Quello che non ho“, parafrasando De Andrè, è una buona dose di diplomaziona.
Ma quello che non abbiamo è una minima dose di abitudine alla franchezza.

Ed in questo camuffamento verbale delle nostre vere opinioni, in questo “detto non detto”, in questo gioco di sottintesi e -quindi- di ricerca di secondi significati sento tutta la verità del giudizio (riportato da Norbert Elias) che dava l’emergente borghesia tedesca contro la propria nobilità ed i modi di courtoisie francese da essa importati, contro tutto quel manierismo e raffinatezza parossistica. Un giudizio spietato, di chi non ne può più di un sistema di sottointesi, di mezogne abilmente orchestrate.
Non a caso, l’eroe “Idiota” di Dostojevski diceva sempre la verità in società….
Delicatezza sì, falsità no.
A me probabilmente manca anche la prima, ma in compenso a noi tutti manca la franchezza che fa da contraltare alla verità.
Abbiamo un enorme bisogno di camuffare le nostre idee e le nostre opinioni sotto infiniti manierismi, arabeschi verbali, altre lodi.
E perchè? Perchè né noi, né gli altri siamo in grado di tollerare la verità, fresca e diretta. Non possiamo sopportare la durezza di un giudizio franco, spietato.

Eppure, se ogni tanto fossimo in grado di tollerare il dolore infertoci da queste verità, forse sarebbe anche l’occasione per fare qualche passo in avanti….

Quello che non ho, sono le tue parole. Per guadagnarmi il cielo, per conquistarmi il sole.

Quello che non ho, è di farla franca…

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “quello che non ho

  1. Io, sinceramente, sono una persona che di primo acchito rifugge le critiche altrui. Poi ci penso a mente fredda e allora cc’è il caso che ne traggo pure insegnamento. In ogni caso, se costruttive, vanno a buon segno. Certo, la delicatezza è importante….

    • yep.

      ti rispondo qui anche sul Cile: ci sono stato tre giorni nel giugno 2011, in una brevissima vacanza post-laurea.

      Ho avuto la fortuna di essere ospitato da un giovane ingegnere cileno, un ragazzo simpaticissimo e bravissimo, il cui padre era un ufficiale dell’esercito e fervente sostenitore di Pinochet.
      lui, cresciuto di fatto in democrazia, non rimpiangeva certo la dittatura. però, secondo lui, le riforme economiche introdotte dai “Chicago boys” sono state determinanti nel rilaciare l’economia cilena e l’attuale fase di crescita.
      rimane una certa divisione sociale: per esempio, per l’elezione di Pinera, la destra è tornata in piazza con toni trionfalistici.

  2. Come dicono i gesuiti, “necessario fortiter in re, suaviter in modo”… se sei gentile e costruttivo, farai penetrare più a fondo le idee che proponi in contrapposizione alle altrui. Senza diplomazia si rischia lo scontro e quindi la chiusura. Sulla carta funziona 😛

  3. @ allegria di nubifragi: le critiche non sono mai cosa facile.
    credo tuttavia che dovremmo fare lo sforzo di ricondurle a quello che sono, cioè distinguere la sfera razionale da quella emotiva.
    nel primo caso, possono anche essere d’aiuto.

    @ goatwolf: è quello che sosteneva anche Stuart Mills, dicendo che le minoranze dovevano sempre presentare le proprie idee con particolare cautela.
    sulla carta funziona….

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