una recensione di troppo (27 & 28)

Da qualche giorno giro con nella ventiquattrore due libriccini che ho finito di leggere da poco.
Si tratta in realtà di due libri molto diversi fra loro, per tematica, per autore, per retroterra culturale che li anima. Ciònondimeno, sono anche due libri accomunati da due aspetti: innanzitutto, si tratta di due libriccini relativamente piccoli, leggibili in meno di un fine settimana. In secondo luogo, aspetto ben più fondamentale, invitano il lettore a ragionare, portano una lucida analisi critica e alimentano lo spirito.

Del primo di questi [recensione 27] devo ringraziare Gabriella Giudici per averne parlato a suo tempo nel proprio blog. Si tratta di un libro contenente l’intervento di Michel Foucault alla Società Francese di Filosofia nel 1978 (se ben ricordo), titolo originalequ’est ce que la critique?“, pubblicato come “Illuminismo e critica“.
In realtà, ho letto questo testo qualche mese fa, ma non avevo veramente intenzione di “recensirlo”, conscio delle difficoltà che un tema come questo pone.
Ma, in fondo, vi ho sciovinato Norbert Elias, Giorgio Agamben, Harold Bernan e Mauro Bussani. E, soprattutto, sta molto bene abbinato al prossimo.illuminismo-e-critica
Questo testo di Foucault si pone in netta continuità, e potremmo forse considerarlo una summa del pensiero del filosofo francese, con tutte le sue opere precedenti, in particolare Foucault sintetizza le lunghe ricerche sulla questione del governo e delle sue tecniche in una questione fondamentale: “Che cos’è la critica? E’ l’arte di non essere eccessivamente governati“, ove per governo Foucault intende lo strumento tramite il quale “strutturare il campo di azione possibile degli altri“, una vera e propria arte.
Come giustamente argomenta Giudici, la critica diventa quindi lo snodo attraverso il quale ricollegare il problema del governo a quello dell’individuo, stavolta non più solo dal lato passivo quale oggetto delle tecniche scientifiche ed amministrative (come Foucault evidenzia, ad esempio, nel celebre “Microfisica del potere“), ma anche quale soggetto attore.
La critica fissa quindi i limiti soggettivi del governo: fino a che punto ciascuno è disposto a lasciarsi governare [ovvero, fino a che punto lascia ad altri strutturare il proprio campo di azione].
Qui, il riferimento ideale è quello dell’Illuminismo, in particolare il saggio “Che cos’è l’Illuminismo?” di Kant, ovvero quel sapere aude, un “atteggiamento morale e politico“, un approccio dell’uomo difficilmente definibile, ma -appunto- “critico”, che interroga, pone questioni, vuole sapere il “perché” e le ragioni delle cose.
E dalle questioni, risale alle scelte; dalle scelte apre alle alternative.
Così, quel “non essere eccessivamente governati” assume un significato preciso: accettare se essere governati in questo modo, a questo prezzo.

Il secondo [recensione 28] potrebbe suscitare qualche scandalo fra i lettori, per via del suo autore. Trattasi di “Teoria del partigiano” di Carl Schmitt.
teoria del partigiano di Carl SchmittDi Schmitt, quello Schmitt passato alla storia come “il giurista di Hitler”, avevo già apprezzato alcuni testi (fra tutti, sublime “Il nomos della terra“) all’epoca delle ricerche per la tesi e successivamente il bel “Ex captivitate salus” sulla propria esperienza in prigionia dopo la cattura da parte delle forze americane.
Se Foucault ci domanda cos’è la critica, Schmitt chiede chi è (o cos’è) il partigiano, cosa ne traccia i caratteri distintivi rispetto ad un qualunque combattente, terrorista o brigante.
La prima, immane, difficoltà che il giurista tedesco affronta è il problema del carattere irregolare del partigiano: partendo dalla sua prima comparsa in Spagna, contro l’occupazione napoleonica nel 1803 ed attraverso le successive definizioni (la Convenzione dell’Aja del 1907, quella di Ginevra del 1949 ed il decreto Prussiano sul Landsturm -milizia popolare- sempre contro Napoleone del 1813), Schmitt rinviene l’impossibilità giuridica di iscrivere entro precise categorie, quindi regolarizzare, l’irregolare.
Perché il partigiano, per propria essenza, combatte al di fuori degli schemi tradizionali. Anzi: senza alcuno schema. Senza uniforme, senza chiara esposizione di simboli e persino delle armi stesse, senza gerarchie evidenti. Senza tutti quei requisiti del diritto internazionale classico (lo ius pubblicum Europaeum al cui studio Schmitt dedicò tutta la propria vita); al di fuori di tutti i requisiti formali di quella “guerra duello” che regnò in Europa sino all’avvento di Napoleone e dalla Restaurazione del Congresso di Vienna sino alla Seconda Guerra Mondiale. Di qui, lo scontro fra le ragioni dello Stato occupante -tese a ripristinare l’ordine sui territori occupati- e quelle del partigiano “combattente per la libertà” che prosegue il conflitto dietro le linee nemiche quando lo scontro fra eserciti è cessato, dando il via ad una spirale di rappresaglia e controrapresaglia.
In tale distinzione risuona la domanda fondamentale del diritto: come porre regolarità; la stessa grande domanda che separava Schmitt da Walter Benjamin nel loro confronto intellettuale ad inizio secolo (riportato da Agamben).
Le questioni ovviamente non si esauriscono qui: il giurista enuclea altri aspetti fondamentali del partigiano, primo fra tutti il suo carattere tellurico, quindi prevalentemente difensivo, e l’impegno politico.
Sono proprio questi aspetti a distinguere il partigiano rispetto al comune criminale (cui gli occupanti vorrebbero accomunarlo). Aspetti distinti ma, implicitamente, simili nel rispondere ad un’esigenza fondamentale del combattente: il bisogno di legittimazione, sia essa nazionale (tellurica) od internazionale (politica, nella prospettiva rivoluzionaria).
L’analisi di Schmitt prosegue in una puntuale disamina dei massimi teorici ed esponenti della guerra partigiana (von Clausevitz, in primis): particolarmente interessanti sono il confronto Lenin-Mao come simbolo delle divergenze fra rivoluzione russa e cinese (ove Lenin è il teorico della guerra partigiana, mentre Mao ne fa esperienza concreta) e la storia del generale francese Raoul Salan, golpista ad Algeri 1961.
Soprattutto, Schmitt arriva a collegare il problema del partigiano con quello del “politico“, ovvero con l’individuazione del “vero nemico”: l’esempio, molto calzante, è quello dello stesso Salan -prima fedele servitore del proprio Stato, poi rivoltatosi contro di esso-; ma ancor più quello del generale prussiano Yorck -al servizio di Napoleone nella campagna di Russia dopo la capitolazione della Prussia che poi scrisse al Kaiser di volersi ribellare e schierasi coi russi contro il “vero nemico“-. Identificazione relativamente facile all’epoca della “guerra duello” fra Stati, molto più complessa in un contesto politicizzato.
A tutti questi aspetti, si ricollegano lo sviluppo tecnico e l’accresciuto impegno politico che ne comportano spesso un radicale cambiamento: il carattere tellurico/difensiv rischia di perdersi; la definizione del “vero nemico” si tramuta in quella di “nemico assoluto” ed alla conseguente radicalizzazione dello scontro, all’annientamento del nemico. Qui lo strettissimo legame del partigiano con concetto di “politico” schmittiano e col problema di un nuovo nomos della terra

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