ancora: sul semi-presidenzialismo (cinque controargomenti: sempre no rimane)

Non se ne scampa: lanciato il dibattito, specie fra noi commentatori più o meno esperti della materia, della domenica; specie in questo marasma digitale dove si dà voce a qualsiasi opinione e qualsiasi dibattito diventa scontro…. lanciato il tema, diventa inarrestabile.
Dovrebbe essere una specie di legge della notizia. Quello che gli americani in politica chiamano momentum, il momento in cui tutti ti stanno a guardare, ti stanno a sentire, parlano di te.
Nel nostro caso, è il semi-presidenzialismo.

Precisazione tecnica: siccome non è ancora chiaro di che genere di “presidenzialismo”, se pieno o “dimezzato” si tratterà, usero il concetto semi-presidenzialismo in senso omnicomprensivo.

Dunque, è cominciata la “battaglia per le idee” su questa spinosa questione.
Vi chiedo sin d’ora perdono se dovessi qui ripetere alcuni argomenti che avevo già accennato nel primo post sul merito, ma spero di poterli meglio sviluppare e chiarire per coloro che ancora non ne siano persuasi.

Primo argomento:
Perché serve il semi-presidenzialismo?
Secondo gli apologeti (ma potremmo anche chiamarli chierici) di tale riforma, essa è necessaria perché l’attuale forma di Stato non risponde alle esigenze istituzionali. Prime fra tutte, la governabilità e la capacità decisoria.
Dunque, si dice, la Costituzione del 1948 è “mal nata” (sic), ovvero non consente al governo di operare con l’incisività di cui avrebbe bisogno.
Affermazione parziale, visto che omette di considerare come tali problemi dipendano anche (se non soprattutto dai comportamenti dei singoli) e pure falsa, visto che tace la circostanza che nessun governo sino al 1994 (toh!) si è mai lamentato dei poteri attribuitigli dalla Costituzione ed abbiano potuto operare più o meno tranquillamente anche sotto il “mattarellum” o, più recentemente, sotto il “porcellum” senza bisogno di stravolgere la Costituzione.
Quello che non si dice è che abbiamo avuto il maggiore uso (od abuso) della legislazione d’emergenza d’Europa (i decreti legge); quello che non si dice è che i cittadini vogliono sempre più partecipare alle scelte.
Sorprende alquanto che chi sostiene un simile argomento in favore del semi-presidenzialismo non consideri come tanti altri Stati che non lo adottino funzionino tanto bene: fra essi, la Germania (toh!) ed il Portogallo (per menzionare due repubbliche), ma anche Svezia, Danimarca, Spagna e la stessa Gran Bretagna. Per non menzionare India, Australia Canada… Allo stesso modo, questi apologeti dimenticano di spiegare in cosa l’Italia differisce da quei tanti Stati ove il semi-presidenzialismo non funziona o, addirittura, produce risultati dannosi in termini economici e sociali: Nigeria, Messico, Colombia, Argentina, Perù… Stati del “terzo mondo”, si potrebbe facilmente ribattere. Ma pur sempre Stati ove un esecutivo forte ha causato un enormità di danni (economici, sociali ed ambientali in Argentina; corruzione diffusa in Nigeria o addirittura veri e propri conflitti civili in Colombia e Messico!).
Sorprende poi come gli stessi riconducano ed imputino con tanta facilità alla Costituzione problemi che con essa non hanno nulla a che vedere come il risultato elettorale ed i problemi di governabilità (tanto più che l’attuale legge elettorale è ampiamente sospetta di incostituzionalità…). Curioso come i meriti siano sempre personali e le colpe sempre istituzionali.

Secondo argomento:
Perché no?
Questo è il mio preferito, in quanto prettamente logico e linguistico e totalmente a-politico. Si vorrebbe far passare il semi-presidenzialismo come una comune riforma costituzionale, certo significativa, ma pur sempre una riforma logica e ragionevole, giustificabile all’interno dell’attuale quadro costituzionale. La metafora del quadro calza bene: una riforma si iscrive entro dei limiti -costituzionali, appunto- già definiti così come un quadro è dipinto entro una cornice (wikipedia: “modifica graduale“, non radicale; ma anche il Corriere, che come sinonimi indica “rinnovamento“, “innovazione“). Se la riforma travalica questi limiti, non è più una “riforma”, ma una vera e propria “rivoluzione”, uno stravolgimento dell’esistente (quello che sempre il Corriere definisce un “rovesciamento radicale di un ordine politico-istituzionale costituito” o, più generalmente, “innovazione culturale di vasta portata […] capovoolgimento totale“) . Personalmente (ma nuovamente confortato dall’opinione concorde di molti che in materia se ne intendono ben più di me) trovo che la forma di Stato e di governo siano due elementi essenziali dell’attuale quadro costituzionale e che fra essi rientrino tanto il ruolo del Presidente della Repubblica, quanto gli equilibri fra governo e Parlamento.
Quindi, normalmente le riforme costituzionali dovrebbero ragionevolmente partire da misure meno incisive rispetto agli equilibri del sistema ed inserirsi quanto possibile nell’ampio alveo dello stesso, prima di andare a modifiche tanto radicali. Normalmente, perché -si sa- gli avvenimenti straordinari giustificano cambiamenti straordinari, “rivoluzioni”.
Così arriviamo al prossimo argomento….

Terzo argomento:
Ma di fatto ci siamo già…
Presentato il dato logico, giuridico e di fatto che una simile rivoluzione abbisogna di valide giustificazioni, di fatti eccezionali che la rendano opportuna, gli apologeti del semi-presidenzialismo ribattono che di fatto già siamo in una situazione tale per cui il Presidente Napolitano esercita poteri “presidenziali”, intesi nel senso di inerenti all’esecutivo (questa l’agghiacciante idea sostenuta da Polito nel suo editoriale di oggi sul Corriere della Sera quando parla di soluzioni “extra-elettorali”) .
Tale interpretazione è palesememente capziosa e falsa e se ciò fosse vero rappresenterebbe un vero e proprio colpo di Stato (e dovremmo quindi dar ragione a Beppe Grillo): Napolitano, infatti, non esercita alcun potere di governo e per quanto influente, tutte le sue azioni sino a questo punto possono essere ricondotte nell’alveo dei poteri che l’attuale Costituzione gli attribuisce.
Come ben spiega uno che forse (forse) di Costituzione se ne intende come Gustavo Zagrebelsky, al Presidente della Repubblica in quanto garante è attribuito un potere “flessibile”, atto cioè ad estendersi e contrarsi quando la garanzia delle istituzioni lo richieda: se oggi tale potere si è esteso, è perché nessun altro organo costituzionale può assicurare quelle garanzie dello Stato e delle istituzioni necessarie alla loro sopravvivenza. Quando tali organi riprenderanno a funzionare regolarmente, il ruolo del Presidente si contrarrà naturalmente.
Al contrario, chi propone questa “riforma” vorrebbe “uscire dalla cornice” ed attribuire al Presidente un potere di governo che oggi non ha, né di fatto Napolitano esercita, mistificando tale esigenza con l’attuale operato del Presidente in carica. Insomma, si direbbe “siccome lui, anche in futuro…” con una logica che non ha alcun fondamento intrinseco (non si vede perché estendere alla normalità quelle che di fatto sono condizioni di eccezionalità), né tantomeno trova riscontro nei fatti.
Vorrei insomma che costoro spiegassero (ma so di chiedere troppo) chi sarebbero i “padri della patria” à la De Gaulle la cui personalità giustifichi un simile cambiamento, o -perlomeno- che mi si indichino gli avvenimenti storici che lo rendono necessario.

Quarto argomento:
Peggio di così!
Ancora, nella scia dell’esigenza di un governo forte, si sostiene che il semi-presidenzialismo non potrebbe peggiorare la situazione politico-istituzionale italiana, tanto è già deteriorata. In realtà, ciò sarebbe possibile, eccome!
In primo luogo, non si pensa mai alla qualità della nostra classe politica, classe che dovrebbe a) fare questa “riforma” (predisporla); b) eseguire (applicare) la “riforma” stessa.
Le domande, di cui ringrazio i commentatori, dovrebbero allora esser almeno due: che “riforma” ci dovremmo attendere da questi politici che si sono dovuti affidare prima al ‘governo tecnico’ e poi ai ‘saggi’ -fra i quali, grazie a dio, c’è almeno un costituzionalista dello spessore di Valerio Onida-? Forse una riforma ragionata, ponderata e sensata? O piuttosto un pastrocchio frutto di interessi privati e compromessi?
Chi propone un simile modello dovrebbe quindi spiegare in che modo esso possa “raddrizzare” uno Stato con una cittadinanza -ed in particolare dei politici- tanto inclini al malaffare (per essere sintetici) e tanto disinteressati all’amministrazione del bene comune. Un problema di “immoralità pubblica”, come scrive Barbara Spinelli. Un problema ben a monte di quello sulle istituzioni e sulle forme costituzionali.
La seconda domanda ha a che vedere con l’annoso problema dei check and balances (controlli e bilanciamenti) connessi all’esercizio del potere in una democrazia: più di ogni altra forma di governo, il presidenzialismo abbisogna di controlli e contrappesi forti. Ma quali controlli ci vogliamo aspettare da un Parlamento che votò la mozione “Ruby nipote di Mubarak”? Quali contrappesi ci vogliamo aspettare dopo un ventennio di scontro istituzionale, di dileggio delle altre istituzioni?
Scusate: avete mai visto un presidente USA attaccare la magistratura?
Infine, il potere nel presidenzialismo ha limiti temporali fortissimi, sostanzialmente invalicabili: negli stessi Stati Uniti ed in Francia, non più di due mandati consecutivi (5+5 anni), diversamente da quanto accade in Germania, Spagna od Inghilterra, dove un tale limite non esiste e il premier o Kanzler può restare in carica anche un ventennio (Kohl).
Ciò detto, temo l’Italia non sia ancora una democrazia tanto matura per accettare un simile limite: immaginiamo per un attimo che l’Italia fosse una repubblica semipresidenziale dall’inizio degli anni ’90: con l’alternanza che abbiamo avuto, Berlusconi (o Prodi) si potrebbe ancora ricandidare! Ma anche se avesse raggiunto tale limite di due mandati consecutivi, crediamo si farebbero da parte? No, io vedo piuttosto il rischio di una “soluzione alla Putin” con un “giro in panchina” per poi tornare alla carica. O, ancora peggio, l’imitazione di quelle “repubbliche delle banane” dove i limiti costituzionali di mandati si piegano alle esigenze del presidente in carica.
Ciò è evidentemente contro lo spirito di tale sistema.

Quinto argomento:
Non si può bloccare sempre tutto.
Altra idea sostenuta da Polito: esiste nel nostro paese una classe di “conservatori ad oltranza” che non vogliono in alcun modo affrontare modifiche (necessarie!) alla Costituzione. Ebbene, evidentemente rientro fra questi. Secondo Polito, che cito per l’efficacia aberrante delle sue parole “Non è questione di sistemi. Hanno respinto a turno anche il modello americano perché dà troppi poteri al presidente, l’inglese perché ne dà troppi al premier e il tedesco perché ne dà troppi al cancelliere. Ora bocciano il francese per salvare l’unico potere cui tengono: il loro potere di veto“.
Quello che si dimentica di dire, in un tale marasma di opposizioni alla necessarie(!) riforme, è che sino ad ora le proposte di riforma istituzionale della forma di Stato (2006) e di governo sono state sempre confuse in un “pastone” con mille aspetti differenti. Penso, appunto, al referendum costituzionale del 2006 (perché questo fu l’unica concretizzazione delle proposte di riforma istituzionale), ove la proposta riforma riguardava decine di aspetti fra loro non omogenei della Costituzione: dai poteri ed equilibri del governo a quelli del Parlamento, dalla devolution alla magistratura.
Così, forse forse dovremmo -per onestà intellettuale- prima domandarci “cosa” si è bocciato con quel referendum del 2006: l’ampiamento dei poteri del governo? o l’ordinamento della giustizia? Provassero a proporre solo una riforma coerente e puntuale, dopo ne discuteremo.
Similmente, si omette di dire che al contrario vi è ampio favore ad altre riforme istituzionali e dell’attuale assetto dello Stato, riforme meno incisive, che consentirebbero di guadagnare pari (se non maggiore) efficienza delle istituzioni (governo e Parlamento): misure quali il riassetto dei regolamenti di Camera e Senato perché i parlamentari lavorino l’intera settimana e le commissioni possano deliberare senza un successivo passaggio in aula. Ma anche misure costituzionali, come il superamento del bicameralismo perfetto o ridefinire il riparto di competenze Stato/regioni. Quello che in sostanza si dimentica di dire è che sono possibili ben altre soluzioni, aldilà di questa “scelta obbligata” del semi-presidenzialismo.

Al confronto delle parole “in libertà” di Polito, consiglierei di leggere anche quelle ben più ponderate e ragionevoli di Barbara Spinelli su Repubblica, che non solo mettono ben in risalto le ritrosie e le preoccupazioni degli stessi francesi riguardo il proprio sistema semipresidenziale (anche di fronte ad un uomo della statura morale, storica e politica di De Gaulle), ma aggiungono anche una ricca serie di elementi che noi italiani dovremmo considerare (e di cui dovremmo preoccuparci) rispetto ad una simile “riforma”. Magnifica la sua definizione di escamotage, perchè “credere di raddrizzarla con il presidenzialismo significa aggiungere un potere lasciandola storta” e perché, sempre con le parole della Spinelli, “[l’Italia è uno Stato] in doppia fuga: fuga dai fondamenti (quale bene pubblico è difeso da partiti o sindacati?) e fuga da noi, dalla nostra storia di colpe e misfatti“.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

5 thoughts on “ancora: sul semi-presidenzialismo (cinque controargomenti: sempre no rimane)

  1. Condivido in toto… oltretutto il tuo ragionamento include un corollario, più o meno implicito, ovvero se una riforma del genere possa avvenire in un Paese in cui uno come Polito ha la possibilità di pontificare riguardo le riforme costituzionali dalle prime pagine dei quotidiani… 😉

  2. Devo dirti che sinceramente capisco molto poco quella parte di PD che è favorevole all’operazione. Zagrebelsky afferma giustamente che “Il presidenzialismo è un tema tradizionale della destra autoritaria, cavallo di battaglia già del Msi, poi cavalcato dal partito di Berlusconi. Ed è uno dei punti centrali del piano di rinascita nazionale di Gelli.” E’ un gran brutto segnale (certo non il primo, purtroppo) da parte di un partito che dovrebbe muoversi secondo logiche attinenti al mondo della sinistra.

  3. Sarei per rafforzare i poteri del premier piuttosto,ma non perché il semipresidenzialismo piace a gente che non ci piace affatto – che argomento è? – ma perché penso che il premierato forte si adatti più alla nostra storia e alle nostre inclinazioni.I sistemi democratici di per sé vanno tutti bene. Bisogna vedere come si coniugano e su quale struttura vanno a incastrarsi Ciò detto, resto del parere antico che senza riforma dello Stato tutto quel che si fa è un pannicello caldo.E per fare quella…beh ci vogliono maiuscoli Governi.

  4. … perché no? Perché la Costituzione non può essere modificata per ragioni contingenti, per il capriccio di uno o più politici o perché ce lo chiede l’Europa (!). Le colonne portanti di un edificio possono essere spostate, modificate, ovvero abbattute? No. Alla stessa stregua la Costituzione.

    … il “potere flessibile” del Presidente della Repubblica: detto in altro modo, l’ampiezza dei poteri presidenziali è la conseguenza diretta della debolezza politica dei partiti. Più questi sono in crisi (e in questo frangente storico lo sono e parecchio …) e più il Presidente sopperisce alle loro mancanze. Ma fino a che punto può spingersi il Presidente della Repubblica? Già il fatto che Napolitano per la seconda volta abbia scelto e nominato il Presidente del Consiglio dovrebbe dare la sveglia ai partiti … ma questi sono distratti da altri problemi, i loro.

    Non si dovrebbe modificare la nostra Costituzione, bensì sarebbe necessario rendere operativi tanti suoi precetti. Ma questo presupporrebbe un’attività che l’attuale Governissimo non è in grado di portare avanti.

    O.

  5. @ crimson: mi pare di averlo detto parlando della qualità della riforma che questa classe politica potrebbe fare.
    idea che tu stesso mi avevi suggerito.

    @ RW: li capisco poco anche io, anche se una parte di me -poco- ci riesce.
    è un modello istituzionale con un suo perché, nonostante la storia italiana.
    ciò ovviamente non significa che, proprio per la storia italiana, sia opportuno.

    @ Sed: esattamente quello che sostengo anche io.
    non per nulla, ho precisato qui e nel post precedente diverse riforme “minori” che potrebbero ottenere effetti simili o migliori.

    @ camoscio: d’accordissimo anche con te, non a caso parlo di “rivoluzione” e stravolgimento.
    ciò non impedisce certo di modificare e “riassettare” un pò la Costituzione, ma sempre nei limiti essenziali della stessa.

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