non c’è nulla da esser contenti

Il risultato di queste elezioni amministrative è stato entusiasmante. Un 16 – 0 secco, che non lascia alcuna possibilità di appello né al PDL di Berlusconi-Alfano-Alemanno, né al M5S di Grillo-Crimi-Pizzarotti. E segnali altrettanto incoraggianti per il centrosinistra arrivano anche dalla Sicilia, territorio notoriamente non facile.
Un risultato così non si vedeva dall’altrettanto mitico 12 -2 delle elezioni regionali del 2005.
La conferma, nonostante tutto, di Siena; l’affermazione straordinaria di Marino a Roma; il ritorno a Brescia; la conquista di roccaforti di PDL e Lega Nord come Imperia e Treviso; senza dimenticare la conferma a Vicenza e la vittoria a Viterbo, sono tutti segnali importanti, univoci e concordanti.

Il centrodestra non è competitivo.
Una sconfitta così estesa, marcata ed uniforme sul territorio nazionale, incluse in tradizionali roccaforti come Treviso (dove la Lega Nord ai tempi d’oro girava attorno al 40%), Imperia e Viterbo (ma anche Vicenza, dove la candidata del centrodestra era quella Manuela Dal Lago storica esponente della Lega ed ex presidente della provincia berica).
Le percentuali di Treviso, in particolare, sono eloquenti: PDL attorno al 5%, Lega appena poco sopra, all’8%:

Il centrosinistra non convince, ma vince.
Anche in questo caso, il riferimento a Treviso può esser utile: PD al 23%, contro il 27% totale fra PD+IdV e lista civica del 2008 ed una percentuale attorno al 20% alle ultime elezioni politiche. Un trend sostanzialmente stabile.
Insomma, il PD non cresce. Ma non perde: mantiene i propri voti, senza riuscire ad allargare il proprio bacino e senza convincere gli elettori di altri orientamenti.
Ma, in questo momento, mantenere questi voti è sufficiente per vincere.

Il voto ad M5S è soprattutto di protesta e soprattutto da parte di ex-elettori del PDL e Lega.
Un voto di protesta che, infatti, quando si è trattato di scegliere chi dovesse amministrare un comune non è stato confermato. Il “caso Pizzarotti” si conferma quella che è stata: un’anomalia. Un’anomalia in cui dopo il primo turno che vedeva il candidato del Partito Democratico in vantaggio, Pizzarotti ha recuperato e vinto al ballottaggio evidentemente con i voti del PDL e della destra.
Molte interpretazioni del day after, insistono sul fatto che il Movimento 5 Stelle paga l’opposizione ad oltranza alla prospettiva di un “governo di cambiamento”. Anche io sono e resto convinto che questo sia stato un errore da parte di M5S, ma sono altrettanto convinto che per la natura stessa di M5S, ciò non sia corretto: se, come ne sono intimamente convinto, esso comprende una larghissima anima di destra e di protesta, l’accordo con il Partito Democratico per il governo non sarebbe mai stato bene accolto.
Piuttosto, credo che il Movimento 5 Stelle paghi in questa tornata elettorale l’assenza di protesta, l’incapacità di coalizzare e mobilitare tanti elettori contro qualcosa, l’impossibilità di sfruttare la figura carismatica di Grillo (inservibile quando frantumanta in tanti, troppi, singoli contesti locali. Esattamente come quella di Berlusconi).

Così, se in occasione di queste elezioni amministrative gli elettori di centrosinistra sono “tornati a casa”, tornando a votare quelli che erano i propri partiti di riferimento storici; quelli di destra non hanno fatto altrettanto: in misura molto minore rispetto alle elezioni politiche hanno votato Movimento 5 Stelle, in larghissima parte invece hanno scelto l’astensione. Ecco spiegata la mancanza di competitività del centrodestra. Questo risulta abbastanza evidente sia dai ballottaggi di Treviso (al “sindaco sceriffo” Gentilini era immeditamente arrivato il supporto del competitor Zanetti, forte di un 10% che gli avrebbe consentito di pareggiare i conti col candidato del centrosinistra Manildo, ma che Gentilini non è riuscito a mobilitare per il ballottaggio); sia da quello di Roma (Alemanno ha guadagnato solo 10.000 voti rispetto al primo turno, contro gli oltre 100.000 in più per Marino).
In pochi si sono rivolti ad M5S, perché nella logica delle elezioni amministrative la protesta perde larga parte del proprio senso, diventa inutile e sterile quando rapportata a problemi quotidiani e prossimi alla vita delle persone (un conto è urlare contro la BCE, un altro contro gli orari degli autobus: nel secondo caso, i cittadini vogliono anche risposte, non fascinazioni).
Non c’è nulla da esser contenti per il centrosinistra, nulla da festeggiare. Ma intanto ieri sera ho stappato un bel prosecco. Trevigiano doc.
Nulla da esser contenti nella lunga prospettiva, dico, perché questi non sono segnali di affermazione politica. Non ancora, almeno.

Ciò non di meno, un prosecchino ieri sera ci stava. Perché trovarsi ad amministrare territori fino ad oggi irraggiungibili per il centrosinistra è un’occasione unica (pensiamo solo al Veneto: ad oggi, Treviso, Vicenza, Padova e Venezia sono tutte amministrate dal centrosinistra- ma anche alla Lombardia: Milano, Lodi, Sondrio, Brescia… e questo tacendo della straordinaria congiuntura fra le maggiori città italiane: da Torino a Palermo, passando per Firenze, Roma, Bologna, Genova, Bari…).
Un’occasione, dico: potrebbe essere la scintilla per far partire un’operazione politica di largo respiro; per affermarsi come forza riformista credibile.
Si può aprire una fase di transizione.

Quello che assolutamente il PD non deve fare è interpretare e spacciare questa affermazione elettorale come espressione di “consenso per il governo Letta“. Se tale fosse, le forze a sostegno del governo sarebbero dovute crescere tutte. Così, evidentemente, non è stato. E dove il Partito Democratico ha vinto, non di rado è stato con candidati “eretici”: esattamente come Deborah Serracchiani poche settimane fa, Ignazio Marino, Giovanni Manildo e gli altri (Achille Variati, per esempio) sono spesso esponenti politici lontani dall’establishment romano e legati al territorio, eterodossi nelle loro posizioni spesso innovative e contrastanti con i tentennamenti, i tatticismi ed i conservatorismi della direzione nazionale.

e godetevi la bella vignetta di Makkox

Mozione per le dimissioni di Epifani dopo la sconfitta a Pomezia Terme. Cioè, vi pare? No, dico, un partito serio come il PD può permettersi di perdere Pomezia Terme???? Dico, Pomezia Terme.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “non c’è nulla da esser contenti

  1. Vince l’alleanza che si impernia sul PD, l’unico grande partito ad avere ancora struttura democratica, distribuita e radicata sul territorio. Perdono i partiti padronali come PdL e M5S che si basano unicamente sul carisma del proprio leader e che, a livello locale, non sono in grado di proporre candidati forti e credibili.

  2. Non è che il PD vinca in quanto PD: non sono elezioni nazionali; piuttosto, il PD vince perché sul piano locale è capace di proporre una classe dirigente più convincente, anche in forza di una struttura territoriale radicata ed efficiente, ereditata da 40 anni di PCI. Struttura che il MoVimento Cinque Stelle ancora non ha (avendo peraltro meno risorse economiche a disposizione) e tutto sommato questo è comprensibile, vista la relativa ‘gioventù’ della formazione politica. Più grave invece che dopo vent’anni il PDL ancora non si sia riuscito a dotare di metodi adeguati di selezione delle classi dirigenti sul territorio: tutto è ancora deciso dall’alto e queste sono le conseguenze, specie se Berlusconi non si fa un mazzo tanto per andare su e giù per l’Italia a sponsorizzare i candidati. A Roma, dove peraltro Alemanno avrebbe perso contro chiunque, per esempio il PDL ha letteralmente dissipato quel minimo di ‘radicamento territoriale’ che AN aveva ereditato dall’MSI… In conclusione sottolineo che con Marino il PD conquista ancora una volta una grande città grazie a una personalità non del tutto ‘allineata’…

  3. @ RW: concordo, soprattutto su due aspetti (che poi sono lo stesso), ovvero l’esigenza di avere un grande partito (“pesante”, si sarebbe detto) distribuito e diffuso sul territorio e sulla sconfitta del modello di “partito padronale” basato sull’one man show.
    questo, come scrivevo, può funzionale solo se lo show è costruito sull’uomo, cosa impossibile in elezioni amministratite.
    per il PD, resta l’esigenza di riattivare il partito come “cinghia di trasmissione”, magari con un sistema federale.

    @ crimson: sono abbastanza in disaccordo, ad esser sincero.
    certo, è vero che non ha vinto il PD “Letta-Epifani” (per riprendere l’esemplificazione che usavo nel post), ma sempre il PD ha vinto ed in quanto PD: non ha vinto conquistando voti, ma i “suoi” li ha tenuti tutti. non mi risulta che in nessuna città vi sia stata una lista civica che ha scavalcato il PD (pensa Gentilini: la sua lista ha preso il 20%, contro 5% PDL e 8% Lega…: il PD qui ha fatto il 23%).
    sicuramente conta la classe dirigente e sicuramente conta la struttura territoriale, ma non esclusivamente nel senso di selezionare la dirigenza.
    francamente detto, non trovo nemmeno che questo sia una “giustificazione” (virgolettato) per M5S, perché il modello di partecipazione che M5S propone non è compatibile con una simile struttura, idem per il PDL. questo perché la struttura “pesante” di sedi territoriali e radicamento comporta anche una dialettica interna, una pluralità di cvoci che non possono essere zittite o orchestrate dal capo.

    @il sonnambulo: non sono un grande amante del processo, ma nell’occasione era imperdibile!!

  4. Eh tutto cambia fuori che l’eresia.A me pare talmente diffusa che se continua così l’unico vero eretico rimane Stumpo.
    Ventitrè correnti.Tutte eretiche.Ma dov’è finito l’establishment che voglio partecipare alle loro riunioni nelle catacombe con tanto di codice e parola d’ordine.
    Attenzione ai diversi se non lo sono davvero.
    Oggi lettera di alcuni eretici contro le correnti – a loro volta eretiche – Belle parole.Ma che dovrebbe fare il povero Epifani per tappare tutti gli spifferi non è dato sapere.Si attende con ansia l’uscita allo scoperto della ventiquattresima per il ripristino del centralismo democratico.Eresia delle eresie. Manco a dirlo.

    • ma l’eresia dovrebbe essere il succo, la linfa vitale di un partito come il PD.
      della democrazia stessa, direi.
      e chiamarla “eresia” non è altro che una mistificazione, come se vi fosse una qualche ortodossia da preservare.

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