Shame on you, Erdogan

Del mio viaggio in Turchia nel caldissimo agosto 2010, ricordo con precisione un paio di impressioni: ero alloggiato nella zona opposta a quella di Galata e Taksim, dove si svolgono gli attuali scontri, nell’area del Corno d’Oro con il Palazzo Topkapi, Aya Sofia e le bellissime moschee, una zona forse più turistica e meno viva (vitale, vivente) del quartiere nord di Beyoglu aldilà del ponte. Il che, a rivedere la cartina della città, mi fa rimpiangere un pò la disattenzione con cui visitai questa zona.
In effetti, potrei non essere neppure mai arrivato a Piazza Taksim: so per certo di esservi passato arrivando ed andando all’aeroporto e ricordo anche una lunghissima passeggiata lungo Istiklal Caddesi che deve avermi condotto sino alla piazza, probabile. Se è effettivamente così, me ne allontanai rapidamente: c’era una qualche manifestazione, credo politico-sindacale, contro il governo e per un’istintivo (ma ben documentato) timore nei confronti della polizia turca, preferii tenermene alla larga.

La seconda impressione riguarda il referendum costituzionale che si tenne il mese successivo. In città non se ne scorgeva traccia, ma già uscendo con il bus verso Şile ed il Mar Nero si cominciavano a vedere i cartelloni elettorali con hayir (no) ed evet (sì).

Erdogan alla campagna per il "sì"

Erdogan alla campagna per il “sì”

Personalmente, conoscendo solo in parte la storia costituzionale della Turchia e l’impatto (vastissimo, paragonabile al referendum costituzionale italiano del 2006) che tale riforma avrebbe avuto sull’intera struttura politica, amministrativa e giudiziaria, ero molto scettico rispetto ai cambiamenti proposti. Cambiamenti che avrebbero radicalmente esteso il potere dell’esecutivo. Inoltre, anche per formazione, ero molto vicino all’impostazione laica data all’epoca da Kemal Ataturk al nascente Stato turco, al punto (persino!) di non giudicare in modo eccessivamente negativo le tensioni militari degli anni 2000 con i casi Ergenekon e Sledgehammer -i militari, infatti, erano storicamente i protettori di tale ordine costituzionale kemalista.
Logicamente, com’era da aspettarsi, il primo ministro Erdogan ed il suo partito di matrice islamico-moderata AKP era per il “sì” a tali riforme. Repubblicani- kemalisti del CHP, nazionalisti e BDP contrari.

In ogni caso, tutti questi avvenimenti (assieme alla celebre diatriba sul velo) segnalavano un cambiamento radicale in atto nella Turchia.

La stessa riforma costituzionale del 2010 incideva fortemente, fra le altre cose, sulla condizione dei militari responsabili del colpo di Stato del 1980; riforma della Corte Costituzionale; controllo del ministero della giustizia su pubblici ministeri e giudici; ristrutturazione delle istituzioni militari…
Ovviamente la riforma includeva anche aspetti positivi…

Forse in quel giudizio negativo c’entrava molto anche la mia personale opinione su Erdogan, sulla sua politica conservatrice e islamista, politica fondata su un modello di sviluppo economico dissennato… Opinione totalmente confermata, da quel referendum ad oggi. Anche per questo, oggi, mi sento di dire un reciso shame on you, Erdogan. Vergognati.
Per quanto le colpe del primo ministro (ed ex sindaco di Instanbul) vadano divise anche con tutti gli elettori che per ben tre volte (e, immagino, anche una quarta) lo hanno eletto e ne hanno approvato la riforma costituzionale, le notizie di oggi sulla brutalità poliziesca e sulle minacce del primo ministro verso i manifestanti pur di portare a compimento i propri piani di sviluppo urbano ed economico, svelano perfettamente alla luce del sole i tratti più autoritari ed inquietanti di Erdogan.

Ozdemir a Gezi Park (foto da facebook)

Ozdemir a Gezi Park (foto da facebook)

Del liquido urticante nell’acqua degli idranti usati contro la folla avete probabilmente già letto; mi limito allora a darvi la (bella) notizia della presenza fra i manifetanti del leader dei Gruene tedeschi Cem Ozdemir, di origini turche e vi copio solo l’appello arrivatomi ieri da un’amica turca:
The situation in Turkey is really deteriorating — today we saw more tear gas, rubber bullets, water cannons and the jailing of innocent people. Violence is not the answer — I just signed a petition urging PM Erdogan to stop the crackdown on protesters immediately — join me! —” e la petizione per Erdogan End the crackdown now! su Avaaz.org.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

4 thoughts on “Shame on you, Erdogan

  1. redpoz, di tutta la vicenda, al di là dei fatti di piazza in sè e delle motivazioni dell’opposizione a erdogan che sposo in pieno, non mi capacito di una cosa (lo scrivevo già stamani come commento ad un altro post): l’UE, e l’Italia, e il loro ingiustificabile silenzio. a maggior ragione dopo le “sparate” (non solo fisiche) delle ultime ore sul non riconoscimento dell’autorità di un parlamento europeo che non ha comunque fatto granché, finora, per far sentire la propria voce (e la Bonino non è stata da meno), salva qualche timidissima risposta. perché? c’è qualcosa che mi sfugge rispetto a questo silenzio-assenso, che ho l’impressione vada al di là dei motivi del contendere.

  2. firmata la petizione! molto molto shame on Erdogan!!
    eppure sento che a meno di una svolta molto autoritaria i ragazzi e le ragazze di piazza Taksim non demorderanno…

  3. @ ammennicolidipensiero: temo la mia risposta, particolarmente “conservatrice”, ti lascierà deluso. personalmente, sono dell’avviso che questa idea “interventista” negli affari interni di uno Stato -idea recentissima: sino appena ad un paio di decenni fa si sarebbe andati molto, molto più cauti- debba essere accuratamente ponderata.
    non che il Parlamento Europeo (che ovviamente Erdogan non può riconoscere) od i ministri degli esteri debbano stare in silenzio, semplicemente consideriamo che è già una grande innovazione nelle relazioni internazionali che parlino, per quanto poco. queste dichiarazioni, infatti, vengono sempre percepite come un’indebita “ingerenza” negli affari interni e non fanno piacere a nessuno Stato (Italia & Europa incluse), quindi tutti sono cauti.
    tendenza alimentata dalla “globalizzazione” di parte delle società civili nazionali, e positive, ma ancora non pienamente recepita dagli organi statali.
    personalmente credo siano utili e doverose in contesti di gravi lesioni dei diritti umani mentre in contesti minori si debba lasciare agli Stati quello che anche la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo chiama “margine nazionale di apprezzamento”.
    ovviamente qui le sfumature e le zone grigie proliferano…

    @ giovanotta & edp: gli amici turchi vi ringraziano.

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