tema libero su tema obbligato

Alberto Alesina con un articolo sul Corriere della Sera il giorno della prima prova dell’esame di maturità ha lanciato una dura critica al “tema”, critica accompagnata alla proposta di abolirlo e sostituirlo con lo studio di un testo o di un tema specifico su cui poi scrivere una dissertazione, sul modello delle università anglosassoni (anche in Germania, a volte).
Inutile dire che questo articolo di Alesina ha sollevato un fitto dibattito e confronto di idee fra coloro che difendono il tema e coloro che, al contrario, non vedono l’ora di abolirlo. Ammetto di non averlo seguito nel dettaglio e di non aver letto i vari contributi (bello e ragionato comunque il commento di Marco Lodoli su Repubblica di oggi), tuttavia ho l’impressione che si perda di vista l’oggetto centrale.

Il problema, infatti, non è di contenuto, bensì di metodo.
Secondo Alesina, il tema andrebbe abolito perché tende a “produrre tuttologi” ed in quanto tale è “diseducativo“. Infatti, “si chiede agli studenti di riempire pagine e pagine su un argomento dato all’ultimo momento di qualsiasi genere. Ovvero si chiede loro di inventarsi qualcosa su una possibilità vastissima di argomenti alternativi: la definizione del tuttologo appunto. Il tema «libero» potrebbe essere su qualunque cosa“.
Concettualmente parlando, l’analisi di Alesina contiene a mio avviso già un importantissimo errore: quell’ “inventarsi qualcosa“. Il tema, in realtà, non richiede di inventarsi alcunché. Cercherò di spiegare di seguito perché.

Un breve excursus che potrebbe risultare chiarificatore: ricordo che Don Milani, nella sua scuola di Barbiana, dedicò grandissima attenzione alla lingua, perché –sosteneva– ‘Finchè ci sarà uno che conosce 2000 parole e uno che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo. E’ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli. […] Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
Aggiungo un altro link, e questi sulla didattida di Don Milani consiglio di leggerli tutti, cito anche da qui “ ‘il nostro popolo è intellettualmente alla mercé di chi abbia fatto anche una sola classe oltre le elementari’. Ecco allora che per il don Milani dell’epoca di Barbiana l’interesse principale è quello di insegnare la lingua, ridare la parola ai poveri perché venga spezzato il circolo vizioso secondo il quale le classi superiori condizionano la lingua e così facendo si approfondisce il divario tra le classi sociali. La lingua, o meglio tutte le lingue, devono trovarsi al centro della scuola. ‘La lingua poi è formata dai vocaboli di ogni materia. Per cui bisogna sfiorare tutte le materie un po’ alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti solo nell’arte di parlare’  ‘”.
Qui un altro commento sul punto.
Incidentalmente, faccio anche notare che un altro grande pensatore del ‘900 come Furio Jesi poneva in rilsato l’identico problema, in particolare con riferimento ai testi di Liala, anche se da una prospettiva più marcatamente politica.
Dunque, la lingua come strumento di uguaglianza fra classi sociali; di emancipazione da parte dei più svantaggiati per comprendere il discorso (quindi gli obiettivi, interessi, strategie…) delle classi dominanti.

Ecco perché dico che Alesina manca il bersaglio con la sua polemica (mentre, in un certo senso, Lodoli lo coglie): il problema non è di contenuto, ma di metodo.
Con il tema, non si tratta di formare dei “tuttologi” che sappiamo parlare un pò di tutto, piuttosto si tratta di fornire a tutti degli strumenti per comprendere, rielaborare e riprodurre.
Questo perché il linguaggio è lo strumento di codificazione e de-codificazione del mondo. E’ lo strumento tramite il quale inquadriamo i fatti, gli oggetti e li trasmettiamo ad altri.
Se il linguaggio è banale, volgare, vuoto, esso difficilmente potrà trasmettere concetti elaborati, fatti complessi, analisi approfondite.
Quindi, il tema non deve servire a produrre tuttologi: non si chiede ai ragazzi di sapere “un pò di tutto”, quanto piuttosto di saper cogliere le informazioni loro date con le traccie e rielabolarle in un discorso proprio. Se è percepito come questione da “tuttologi”, è evidentemente perché insegnanti e studenti non hanno saputo approcciarlo nel modo giusto; perché è passata l’idea che il tema potesse esser scritto solo con un bagaglio complesso di informazioni pregresse, accumulate (memorizzate!) durante lo studio.
Il che non vuol certo dire che tutti gli insegnamenti sono inutili! Semplicemente, significa che possono non essere necessari nel singolo caso, nel contesto specifico: non occorre citare Dante per parlare dell’Europa. E non è neppure essenziale sapere tutto della BCE per scrivere dell’UE e della crisi economica. Ma, quello che è veramente imprescinbile, è essere in grado di leggere un testo sulla BCE e comprenderlo. Ed, una volta compreso, rielaborarne le informazioni in un discorso sull’Europa. Ma, per questa ri-elaborazione personale, il testo sulla BCE o la monografia di Dante potrebbero essere tanto utili quanto le proprie esperienze, le proprie letture. Tutte sono fonti di un discorso.
Ecco perché sopra scrivevo che col tema non si chiede di “inventarsi” alcunché: si chiede di ricercare le informazioni fra le fonti date; di saperle trovare; valutare; organizzare ed usare in un proprio discorso. Tutto è potenzialmente già lì, dato.
Dice l’ “I Ching” 3. Chun “la difficoltà iniziale”, 1° linea: “nel caos della difficoltà iniziale l’ordine è già predisposto […] Per ritrovarsi nell’infinito bisogna distiungere e congiungere“.

Allo stesso modo, trovo che Alesina sbagli quando scrive che il “si dice che il tema insegni a scrivere in italiano“, quando in realtà “insegna a dilungarsi quando non si sa cosa dire dato che non si è particolarmente ferrati su un certo argomento: il tema insegna a «menare il can per l’aia». Scrivere bene significa l’opposto. Saper sintetizzare molte idee e nozioni su cui si è ben ferrati in poco spazio.” Si colui che non sa cosa dire si dilunga, come quando si “girava la minestra” durante le interrogazioni. Chi ha le idee chiare (in questo concordo con Alesina), se organizza e redige senza difficoltà.
Tuttavia, su un altro aspetto dissento da Alesina: non è necessario “essere ben ferrati” per scrivere. Almeno non per scrivere genericamente, come nel tema (ovvio che per una tesi di laurea lo sia!): nel tema, come in molti discorsi, non è richiesto di “essere ferrati” con una mole di informazioni pregresse (come dicevo sopra, la BCE, Dante …o chi per loro). Piuttosto, è richiesto di saper estrarre coerentemente e correttamente quelle informazioni dalle fonti messe a disposizione.
Se la fonte è ben scelta (ma questo non è un problema degli studenti!), da essa potrò apprendere in poche righe un quadro essenziale della BCE. Ovvio che se dopo riporterò nel mio tema che essa ha sede a Washington DC e stampa rubli, questo sarà un mio errore.
Un paragone interessante potrebbe essere quello con le prove scritte dell’esame da avvocato, ove dato un oggetto su cui discernere (la traccia), si chiede ai candidati di rintracciare essi stessi le fonti corrette e rielabolarle.

Il tema dovrebbe, piuttosto, insegnare a comprendere, intel-ligere, contestualizzare, ragionare e ri-elaborare. Con idee proprie. Il tema altro non è che la summa di due insegnamenti fondamentali: leggerescrivere, che non vogliono dire “leggere qualsiasi cosa” e “scrivere qualcosa”, bensì comprendere e elaborare informazioni, anche complesse. Così, nessuno dovrebbe avere paura del tema.
Questo insegnava anche Don Milani: solo padroneggiando il linguaggio si padroneggia l’intelligenza, si padroneggia il mondo. Questo è costruire una cittadinanza matura, in grado di affrontare e valutare le questioni che le sono sottoposte.
E ci stupiamo, scoprendo che il tema viene interpretato come esercizio da “tuttologi”, che vi sia tanto analfabetismo di ritorno in Italia? Gli italiani, invece, leggono (poco), ascoltano e non capiscono.
Non capiscono, perché non hanno i riferimenti del linguaggio ed i fatti si presentano così in un’amalagama confusa in cui si può sostenere tutto ed il contrario di tutto; non capiscono perché non sanno ragionare, organizzare il pensiero, categorizzare, ordinare i concetti. Se un Berlusconi può smentire ogni due ore quello che poco fa affermava come verità; se il “ce l’ho duro” diventa un programma politico; se un Grillo può conquistare gli italiani urlando “zombie”; se non si capisce la differenza fra una boutade ed una proposta ragionata, è anche perché in questi anni il tema è stato approcciato in modo sbagliato.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

7 thoughts on “tema libero su tema obbligato

  1. Qualche osservazione, per quanto tagliata con l’accetta: 1) Alesina dice: “il tema non va bene”. Non propone qualcosa di originale con cui sostituirlo, ma si esercita nella solita barbosa dissertazione secondo cui all’estero sarebbero sempre e comunque meglio di noi. 2)Tuttologi? Menare il can per l’aia? O piuttosto elasticità mentale e ‘prontezza di riflessi’ a disquisire di un argomento ‘a sorpresa?’ Che poi alla fine, tutto si riduce più che al ‘tema in sè’, a come questo viene assegnato: il classico discorso dello ‘strumento non buono o cattivo in sè, dipende da come lo si usa”… Oltretutto, l’analisi del testo, la dissertazione: che pizza!!! I risultati si sono visti anche alla recente maturità: tutti si sono buttati sul tema della ‘ricerca sul cervello’, mentre il ‘povero Magris’ (chi era costui?) l’hanno scelto in pochi, per quanto anche quello a quanto ho capito si prestasse a varie interpretazioni… Che poi parliamoci, tema o ‘dissertazione’ che sia, se uno sa, scrive, se uno non sa, pesta comunque l’acqua nel mortaio…

  2. quello di Alesina è un tipico tema.

    per dire che non si dovrebbe dare il tema agli esami ha scritto un tema.

    si fosse documentato, piuttosto… 🙂

    tanto per dire: Alesina lo sa che agli esami attualmente nello scritto di italiano su quattro prove a scelta solo due sono dei classici “temi”?

    giornalisti italiani!

  3. @ crimson: in realtà, anche se io non l’ho riportato, Alesina propone un’alternativa: una sorta di analisi di un saggio da fare nelle settimane antecedenti e poi da riportare per iscritto.
    concordo totalmente sul punto 2

    @ bortocal: ok, ma aldilà della discussione terminologica Alesina porta un certo ragionamento, per quanto io vi dissenta.
    magari sottovaluto la terminologia, ma la questione di un ripensamento della prima prova è anche a mio avviso reale.

    • certo che è centrale ripensare la prima prova.

      però significa né più né meno ripensare la cultura nazionale.

      e non mi pare che siamo affatto pronti.

  4. La questione della lingua come emancipazione delle classi subalterne è molto presente nelle ex-colonie: per esempio, nella Guinea-Bissau il portoghese era parlato solo nelle città, mentre nell’entroterra si parlava il creolo. L’indipendenza richiedeva l’alfabetizzazione, ma bisognava scegliere tra il portoghese e il creolo, perché da questo dipendeva la cultura di un popolo: la lingua dei colonizzatori non esprimeva la realtà della popolazione rurale e questo rischiava di spaccare il paese. D’altro canto, il creolo non aveva grammatica, nessun materiale didattico su cui impostare l’alfabetizzazione. Alla fine, per evitare di rimandare indefinitamente il processo di sviluppo linguistico, è stata avviata l’alfabetizzazione in portoghese. Ciò ha lasciato la Guinea-Bissau nel limbo neocoloniale, con una élite urbana che conserva la lingua “superiore” degli ex-colonizzatori e una popolazione rurale che si esprime in un “disprezzabile” creolo.

    • Bellissimo esempio, esprime in pieno (ma anche molto di più) il problema.
      non so come siano le cose in Tanzania e Mozambico, ma immagino molto simili.

      La stessa questione, seppure in termini leggermente diversi, si è posta in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid.

  5. Pingback: antropologia da esame | redpoz

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