eppure dovrei essere contento (per loro)

O, Lotte was erinnert mich nicht an dich” recitava il Goethe nel suo “I dolori del giovane Werther“.
O, Lotte, cosa non mi ricorda di te“.
La frase, in quella sua tremenda assonanza tedesca, rimane per me una delle più evocative della letteratura. Ma in italiano non rende.

La letteratura oggi non c’entra nulla, ma forse rende in qualche modo il senso… il senso.
Oggi sono -finalmente!- usciti i risultati degli scritti per l’esame d’avvocato nel distretto di corte d’appello dove lavoro.
E’ stata una notizia strana: in studio due colleghi hanno fatto l’esame a dicembre e attendevano gli esiti con particolare ansia, ma quando oggi sono usciti li hanno letti con una tranquillità pazzesca…
Tranquillità o meno, li hanno passati entrambi.
Preciso entrambi, perché uno di loro lo ha dovuto rifare dopo la bocciatura dello scorso anno… il che non vuol dire niente, però creava una “cappa” di aspettative positive/negative su tutta la questione che nessuno sapeva veramente come inquadrare.

Li hanno passati entrambi. E dopo un momento di confusione, incredulità ed “assestamento” di fronte alla notizia, sono cominciati i giri di telefonate con amici e conoscenti, colleghi e quanti altri hanno vissuto quella terribile esperienza. Insomma, è sopraggiunta la -doverosa- soddisfazione e gioia.

Dovrei essere contento per loro (forse potrei azzardare anche “felice”, ma restiamo calmi) ed in verità lo sono.
Ma in questi momenti successivi alla visione dell’esito mi pervade una sensazione sgradevolissima, una sensazione che ancora deve meglio formarsi e definirsi, ma mi dà già tremendamente fastidio.
L’interpretazione più immediata e più probabile che mi viene in mente è riassunta proprio in quella frase di Goethe “oh, was erinnert mich nicht an dich!” -cosa non mi ricorda di te! Tutto intorno a me ti richiama alla mia mente.
Un pensiero opprimente, quasi insopportabile.
E no, non sto parlando del pensiero di Asja che al nostro primo incontro mi comunicava la sua preoccupazione per l’esame ed oggi scopre di averlo passato anche lei.
E’ proprio il pensiero destinato a riempire, contro la mia volontà, la mia esistenza per il prossimi mesi da qui a dicembre e da dicembre fino al prossimo giugno… un pensiero che mi martellerà in testa per un anno almeno. Quello dell’esame stesso.

Per quanto torni e ritorni, non riesco ad abituarmi all’idea. Il solo pensiero mi mette di pessimo umore.
Proprio non so perché sono in una situazione simile: in fondo, non ho mai voluto fare l’avvocato.
Mai, né al momento di scegliere l’università, né durante gli studi, né dopo la laurea.
E perché sono qui ora? Perché sono invischiato in un percorso professionale che mi porta inevitabilmente ad affrontare questo esame che tanto detesto per un titolo cui non ambisco?
Vorrei saperlo, vorrei una risposta.
Ma, soprattutto, vorrei un’alternativa.
Vorrei una via di fuga. Qualificata o meno, che mi permetta di fare ciò che voglio veramente. O, almeno, che mi lasci proseguire in quello che sto facendo senza dovermi spaccare la testa contro un simile scoglio.
Mi rovinerà il fegato, questo è sicuro.

Eppure, eppure ora dovrei solo esser felice per loro.
Stando a sentire la presentazione di un corso di preparazione sabato scorso, parebbe tutto sia così facile, così abbordabile: i consigli per superare l’esame scritto non superano una buona dose di buon senso e di organizzazone logica e coerente di un discorso scritto. Qualità che, grazie a dio, non mi mancano.
Eppure, leggere che i colleghi hanno superato lo scritto non fa altro -come conseguenza- che ricordami che dopo c’è l’orale. E all’orale non è questione di capacità espositiva, bensì di contenuti… di tomi su tomi che bisogna conoscere, di conoscenze…

e scusate il video con la mmmaggicca, ma di meglio non se ne trovavano. allora, tanto vale buttarla in vacca sin da subito.

– – –

Aggiungo una considerazione tutta mia… anni fa feci un esame di ammissione ad una delle top school italiane, piazzandomi 26 su oltre 300 candidati. Nel 10% migliore, insomma. Ben più quanto richiesto dalle attuali percentuali di superamento degli scritti per l’esame d’avvocato (che si aggirano attorno al 30%).
Naturalmente, sono sempre stato profondamente immodesto.
Da cosa deriva allora questa attuale, viscerale, inquietante convinzione di non poter passare l’esame? Questo odio nei suoi confronti?

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “eppure dovrei essere contento (per loro)

  1. di tutti gli avvocati che conosco e che ho conosciuto, non ce n’è stato uno che mi abbia parlato dell’esame con serenità. non che voglia tenere una casistica, ma il dubbio che qualcosa che non va nel sistema mi viene…

  2. Momento di passaggio forte l’esame di stato, momento durissimo. momento di dubbi, che non sai più se lo vuoi passare veramente, perché diventare grande sta sul culo a tutti, da sempre. Ma a questo punto si fa. Si fa e basta. Poi il chiosco sulla spiaggia, poi mille cose, intanto l’esame. Sarà che a me più volte mi ha salvato il fatto di avere una professione, una professionalità, ma non ti fermare, vada come vada.

  3. L’esame chiude un cerchio (direbbe il Cinese) poi si vedrà,se non dovessi – giustamente! – spasimare per l’attività forense,puoi sempre guardarti intorno mantenendo una possibilità.
    Nel frattempo se stai a bottega da gente seria punta ad un’istruttiva gavetta che fa curriculum ma soprattutto funziona da orientamento.
    Avanti su, senza sfogliare troppe margherite…è un esame con tutto quel che comporta, mica un passaggio epocale.A te,caro mio, deve ancora succedere tutto.
    (an dich…stupendo)

  4. La risposta te la sei data tu: l’avvocato non hai mai voluto farlo; solo che per vari motivi (vado per intuito), la tua è diventata una strada quasi obbligata… se faccio della psicologia da due centesimi, immagino che detesti l’esame perché per te comunque vada sarà un ‘problema’: se va bene ti ritroverai ad aver superato il ‘punto di non ritorno’ rispetto al ‘che fare nella vita’ e temi ti trovarti incastrato in una professione che non hai voluto fare (una volta superato l’esame che fai? Rinunci per fare altro?); se ti va male, potresti essere ‘sollevato’ per certi versi, ma dovresti venire definitivamente a patti con quello che vuoi fare veramente nella vita, il che rappresenterebbe una ‘sfida definitiva’… mah… è una situazione complicata… Ribadisco, psicologia da due euro… ti auguro, comunque vada, che alla fine la strada intrapresa sia quella ‘giusta’…

  5. se la professione di avvocato non è sentita come congeniale, ed effettivamente neppure a me pare tale nel tuo caso, consiglio, come già fatto altre volte, di considerare questo esame come un necessario ponte di passaggio versouna di queste due altre prospettive:

    a) il concorso per entrare nella carriera diplomatica

    b) il concorso per entrare in magistratura

    più in prospettiva la formazione giuridica consente comunque di entrare nella pubblica amministrazione in ruoli di buon livello.

    magari non si ha nessuna voglia di affrontare un esame con la prospettiva di farne altri, e poi non è detto che questi si superino.facilmente, tuttavia pensare a qualche prospettiva di questo genere quanto meno diminuisce nell’immediato lo stress che nasce dalla sensazione di trovarsi in trappola…

    in bocca al lupo o in culo alla balena, a scelta…. 😉

  6. @ ammennicolidipensiero & ipitagorici: come già anticipato da ipitagorici, i problemi nel sistema sono molti. di questi, la mostruosità dell’esame è solo la punta dell’iceberg.
    diciamo che andrebbe ripensato un pò tutto, dall’università alla formazione permanente al ruolo degli ordini professionali…
    ma, in tutto questo, l’esame è senza dubbio il problema maggiore e più scandaloso.

    @ edp: è seccante, diventare “grande”. ma non è questo il problema.
    il problema è quel “a questo punto lo si fa e basta” che continua a “scavare la fossa” in cui mi son cacciato…

    @ sed: idem, come sopra.
    “chiudere il cerchio” vuol dire poco o nulla, quando il cerchio avrebbe dovuto “prendere un’altra piega” molto tempo prima.
    insomma, mi sento forzato in un percorso che non mi soddisfa e la durezza dell’esame non fa che accentuare questa insofferenza.
    così, il dopo conta poco rispetto ad “ora” così pressante.

    @ crimson: non lo vedo tanto come un punto di non ritorno, quanto come un’inutile ed eccessiva -perché insensata- prova cui sottoporsi, ma al contempo necessaria come ben detto sopra.
    la verità è che il “titolo” un pò lo vorrei, perché -chissà- fa comodo, ma non a questo prezzo.
    dopo, si vedrà.

    @ camoscio: macché a quel paese, sottoscrivo in pieno!!
    senza nulla togliere ai preparati che meritatamente lo passano (vedi i pitagorici), percentuali del 30% sono evidentemente per la maggior parte puro caso….

    @ bortocal: in realtà, i concorsi pubblici non mi affascinano affatto.
    tutto troppo farraginoso, questo sistema.

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