cherchez la femme (ah, è la seconda puntata)

avviso: post che mi causerà un’ulcera.
se si rivelasse l’ultimo, vi avevo avvisati.

Dunque, delle senatrici del Partito Democratico presentano una proposta di legge “Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nella pubblicità e nei media” (questo alla faccia di chi ancora dice “sono tutti uguali…“).
La risposta migliore alla proposta di legge l’ha data il quotidiano “Libero” (e qui le virgolette ci stanno tutte), con un titolo che riporto in foto per non perdere nulla della sua raffinatezza intellettuale e della sua potenza evocativa:

Il PD vieta la gnocca!!

Il PD vieta la gnocca!!

Ora, mi fa un pò strano commentare una notizia del genere neanche una settimana dopo aver scritto un post su film e progetto “Half the sky. Fra l’altro, scegliento (e con poca fantasia) il titolo, wordpress mi ricorda che l’avevo già impiegato per un altro post sul tema: era l’otto marzo, repetita juvant. Però, in fondo, stiamo sul pezzo.
Di carne!!“, aggiungerebbe probabilmente “Libero”.
Per ogni commento al titolo di quel “giornale”, rinvio direttamente al bel commento di Giuliana Proietti su Huffington Post. Commento veramente ricercato ed approfondito, al quale non saprei veramente che aggiungere. Quindi vi prego di interrompere momentaneamente la lettura e passare subito di lì (dopo, magari, tornate…). Consideratelo parte integrante di questo post.

Ma quello che mi causa veramente l’ulcera (e sto per andare ad aggravarmela, recuperandone l’oggetto parola per parola) sono in commenti di un amico -normalmente abbastana intelligente- quando ho pubblicato lo stesso link a commento della Proeitti in facebook. Ufffffff, eviterei molto volentieri di rivedere simili sproloqui.
Vabbè, facciamoci sotto.
La prima reazione del citato commentatore è stata la seguente:
fermiamoci alla ridicola proposta di legge…. dai, su!! Legittima l’ironia de “il giornale” su una proposta balorda, moralista e sessista: fa specie che venga da un partito che si professa ‘progressista “. [comunque, è “Libero”]
Conoscendo il vespaio che si andava scatenando, ma non volendo comunque evitare di riaffermare il punto sull’importanza di una simile proposta, ho risposto che tale commento era semplicemente “ridicolo” e che non avrei proseguito una tale discussione. Unica aggiunta: sarebbe assai più proficuo che fossero le donne a parlarne e dirci cosa ne pensano (anzi, con questo invito le lettrici a farsi sotto!).
Proseguo con le citazioni:
Se non capisci che l’avere lasciato alle donne che lo desiderano la possibilità di scegliere se mostrare il proprio corpo o meno perseguendo il loro desiderio una delle maggiori conquiste del femminismo e la prova che il mondo occidentale è libero, significa che di donne non capisci nulla. Che sei solo un cavernicolo che sa (lui si che lo sa) cosa è meglio per le donne -magari stanno meglio a casa a maneggiare con i fornelli e la scopa che in una copertina di magazine a mostrare tutta la loro sensualità, no?
Ora, un moto di dignità personale mi ha spinto a rispondere ed il solo rileggere queste parole (cui ne seguivano altre che ho volutamente omesso, se possibile anche peggiori) mi suscita un’offesa ed un’indignazione difficilmente comprensibili. Tuttavia esse travalicano lo spirito del post, quindi cercherò di trascendere quanto più possibile dall’impatto personale ed emotivo. D’altronde, sono convinto che voi lettori siate già bene a conoscenza del mio essere “cavernicolo” – già ben evidenziato dai due post-autocitati (dio!, che caduta di stile…).
Ecco, mi son spinto a recuperare questi commenti e sto già per rispondervi con un’altra caterva di insulti, che susciterà ulteriori risposte… lo sapevo. Devo essere zen.
il fatto che non capisci e’ che quandunque una donna non sia costretta a posare semivestita, in atteggiamenti sensuali (non pornografici, ma per quelli c’e’ gia’ una legge) o perche’ no, provocatori, ma lo faccia in piena liberta’ -vivvaddio- che ci sia questa possibilita’. impedirla significa volersi attribuire la conoscenza di cosa e’ meglio o cosa e’ peggio per una donna al pari di chi un tempo voleva per le donne che stessero dietro ai fornelli.
Ecco, ci sono ricascato…

Ma focaliziamoci solo sugli aspetti concreti di questo discorso. Per semplicità, credo si possano trattare i tre commenti menzionati come un unicuum, considerando che sviluppano con parole diverse la medesima idea. La sintetizzo:
– fare pubblicità con il corpo delle donne è una possibilità liberamente offerta alle donne stesse, possibilità che le donne liberamente accettano. Insomma, l’esposizione del corpo come somma libertà.
– voler limitare, regolamentare questa libertà è una forma di oscurantismo retrogrado ed illiberarle, negativo per le donne stesse e per di più espressione di un  modo di pensare paternalistico.
Intanto, trovo curiosa la semplicità con cui si attribuisce al “femminismo” questa conquista dell’esposizione del corpo femminile. Non sono uno storico in materia, né un esperto, ma mi pare che forme di esibizione del corpo femminile ad uso e consumo di altri esistessero già prima del femminismo contemporaneo (tanto per dire: i bordelli sono sempre esistiti).
Direi piuttosto (ma anche qui, chiederei il parere delle dirette interessate) che il femminismo novecentesco si focalizzava su una diversa libertà “d’esposizione” del proprio corpo, ovvero quella che voleva liberarlo dai vincoli estetici e dalle limitazioni moralitiche in qualsiasi ambito sociale.
Ovvero: non mostrarsi in minigonna sulle pagine di un giornale, sopra il logo di un prodotto; bensì camminando per strada.
Questa non mi pare una differenza di poco conto.

Ma il vero, radicale, vizio dell’argomento proposto è l’ignorare/occultare la circostanza che questa esibilizione pubblicitaria non è pienamente liberà, bensì vincolata dall’interesse e dai canoni estetici prettamente maschili. Ovvero: gli unici a trarre vantaggio da questa esibizione sono gli uomini. Cioè, non si considera o si omette come spesso l’esibizione del corpo della donna che si fa è legato a modelli sociali e culturali che presentano la donna come oggetto sessuale ad uso e consumo del maschio: non a caso “gnocca” (in proposito preciso solo che non tutti le foto-esempio presenti nell’articolo della Proietti sull’Huffington Post sono per me condivisibili). Una reificazione che la riduce a ruoli pre-stabiliti dall’uomo: alternativamente quello di “bambola” destinata al piacere o relegate a funzioni strettamente domestiche (quest’ultimo immaginario, per la verità, era decisamente più diffuso in passato).

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Dai commenti all’articolo di Giuliana Proietti citato, traggo questo paragrafo del Codice Deontologico ADCI: “Una certa dose di stereotipi è necessaria in pubblicità come in ogni forma di comunicazione di massa. Ma l’abuso di stereotipi e cliché relativi a etnie, religioni, classi sociali, ruoli e generi favorisce il consolidamento di pregiudizi e ingessa lo sviluppo sociale, ancorandolo a schemi culturalmente arretrati e quindi dannosi. Dunque occorre usare gli stereotipi con attenzione e consapevolezza, sempre chiedendosi se una soluzione alternativa non sia possibile e migliore.” Mi pare evidente come la pratica si discosti molto da questo proclama.
La stessa Paola Manfroni, pubblicitaria, sottolinea questo abuso del corpo femminile che si fa in Italia (cui rimando per completezza).

Il passo successivo è sociologicamente semplice: le pubblicità si presentano come modelli sociali, producono imitazione.
Se nel precedente articolo col medesimo post col medesimo titolo sostenevo la necessità di educare soprattutto gli uomini al rispetto delle donne, è del tutto evidente come una simile educazione sarebbe impossibile quando i modelli diffusi sono opposti e tendono a reificare le donne per l’esclusivo piacere dell’uomo.

Cercare di proporre modelli diversi, più egualitari e più liberi dai condizionamenti sessisti, è forse esser talebani? Lascio il giudizio a voi lettori.
Quello che, da ultimo, mi preme solo precisare è l’interpretazione fuorviante che di simile norma viene data nei citati commenti:  sostenere che la proposta di legge voglia imporre una norma universale, applicabile in tutti i contesti, sotto il falso vessillo di “noi sappiamo cos’è meglio per voi” come si fa, è semplicemente distorcerne il senso.
Una simile norma infatti non vorrebbe mai e poi mai fissare degli “standard” di comportamento per le donne, dei limiti alla loro libertà di esibizione del corpo genericamente intesa: non potrebbe dare livelli di trasparenze o lunghezze consentite per gli abiti, né mai lo si vorrebbe! Insomma, non potrebbe mai diventare una norma “anti-minigonna” o “anti-FEMEN” (che, al contrario, immagino Libero sarebbe ben lieto di mandare in carcere!), semplicemente vorrebbe ristabilire la logica secondo cui spetta alle donne stesse scegliere perché, come, dove e quando spogliarsi, prescidendo cioè dagli interessi economici, dai modelli socio-culturali e dalle aspettative degli uomini.

Sul merito, consiglio di ascoltare e leggere l’intervento di Laura Boldrini.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

8 thoughts on “cherchez la femme (ah, è la seconda puntata)

  1. La difesa dello sfruttamento del corpo femminile come progresso contro il moralismo mi fa ripensare a una femminista anarco-individualista americana, tale Wendy McElroy, che sottolineava come la censura della pornografia danneggiasse le donne. Nota bene, della “pornografia”, che è già un ambito diverso. Però alcune considerazioni addotte in favore della pornografia ricordano proprio quelle che ti hanno fatto infuriare: in pratica le femministe tradizionali, convinte della natura svilente del porno verso le donne, danno inconsapevolmente man forte a quei movimenti di censura da parte maschile che, lungi dal voler “liberare” le donne dalla schiavitù sessuale, sono invece interessati a reprimerle e relegarle nuovamente in posizione subordinata, censurandone la sessualità.

    Ora, come è evidente, pornografia e pubblicità sessista sono due cose ben diverse. La pornografia è un divertimento per adulti, cui accede chi ne desidera usufruire (solo in un secondo momento e in casi particolari si può parlare forse di sfruttamento, poiché è del tutto evidente che i rapporti sessuali a scopo non riproduttivo sono parte integrante della vita). La pubblicità sessista è invece comunicazione, un veicolo di messaggi e visioni la cui forza di condizionamento è innegabile, come sottolineavi tu. Se chi vuole applicare certe interpretazioni alle pubblicità, sventolando una lotta al moralismo, si soffermasse a riflettere su cosa sta dicendo e a cosa si sta riferendo, forse potrebbe rendersi conto che dal punto di vista femminile questo tipo di “libertà” è in realtà la vera e subdola censura. La sessualità femminile è complessa e ridurre una donna alle sue zone erogene, rendere la sua vita sessuale – perdonami la brutalità – una semplice ricerca di cazzi, significa appiattirla sul desidero inteso dal punto di vista maschile e quindi negare la femminilità.

    Come già dissi in quel vecchio articolo sulle donne-oggetto (ricordi?), non si tratta di essere bacchettoni, bensì di avere rispetto e buon gusto, propri le due cose che in questo genere di pubblicità mancano.

  2. Il principio è giusto: una donna si vesta o si svesta come e quando vuole, basta che sia una scelta libera e non indotta… così come una donna deve se vuole essere libera di andarsene in giro con degli short ‘inguinali’ senza che i maschi debbano per forza pensare che sia una ‘facile’, con tutte le conseguenze del caso… Il punto è che codificare in una legge i limiti all’esposizione lo vedo molto difficile; stabiliamo una tabella con un limite di ‘superficie’ di corpo scoperto? Rafforziamo i poteri dell’Authority sulle comunicazioni in modo che ‘decida’ se uno spot o un programma sono più o meno sconvenienti? E ancora: tra le prime ‘teste’ a cadere in caso di una certa ‘legge’, ci sarebbe sicuramente quella di Maria De Filippi e il suo programma “Uomini e donne”, che potrebbe – forse – salvarsi, venendo mandato in onda dopo le 11 di sera… Non sarà che – forse – al netto dei ‘media’, ad essere scomparsi dal ‘radar’ sono la famiglia prima e la scuola subito dopo? Una società dove la famiglia insegna il rispetto e l’affettività e la scuola contribuisce non avrebbe nulla da temere da qualsiasi spot o programma televisivo… Credo sarebbe più importante partire da questo: le leggi ‘di contrasto’ possono essere utili, ma la materia è alquanto ‘sfuggente’…

  3. Purtroppo ” tira più un pel de f… che due buoi”..non sono elegante ma è la verità . Dare regole di questo tipo nella nostra società maschilista è dura come estrarre l’acqua dalla luna. A volte pare che la libertà che le donne hanno conquistato sia stata donata gentilmente dagli uomini, come leggiamo questa concessione? come un loro successo o una elargizione? Limitare una cosa è perdere libertà di scelta o guadagnare diritti? mi son perso ma condivido il tuo post anche se viaggia in un sentiero stretto.

  4. Intanto non si abolisce la gnocca – ma come parlano questi?Mi viene in mente, so anche perché, il nuovissimo istituto di portarsi avanti col lavoro con la grazia anticipata – e non si parla di regolare altro che la pubblicità ovvero un prodotto che per definizione va in mano a tutti e che serve per “vendere” altri prodotti.
    A seguire si tratta di rafforzare quel che già c’è e che ci viene raccomandato dal parlamento europeo.
    Quando si parla di battaglia culturale per i casi in cui gli appelli e le manifestazioni sembrano non servire più, a cosa si allude?
    Il rispetto lo insegniamo nelle scuole? Bene.Poi i ragazzini escono e trovano cartelloni con signore tutto al vento per vendere un dentifricio o un dado da brodo?
    Sarebbe inutile spreco di denaro.
    Quanto alle femministe,la battaglia contro la mercificazione del corpo della donna a fini pubblicitari è sempre stato un argomento forte del movimento fin dai tempi in cui le immagini erano assai meno esplicite.
    Non mi risultano,almeno qui da noi, crociate contro la pornografia gestite dal Movimento.

    • @ Goatwolf: infatti, il parlare di pornografia negli interventi citati non solo confonde le acque, ma manca completamente il punto.
      Infatti, in un discorso generale, per me la pornografia non rappresenta affatto un problema per il femminismo, come ben precisi tu stesso.
      Nella pubblicità, al contrario, lo sfruttamento è -se vogliamo- subdolo, perché non fisico (non è uno schiavismo del corpo), ma nell’immagine.

      @ crimson: il principio, a livello personale, è giusto e nessuno qui vuole discuterlo.
      Quello che -secondo me- non è giusto è usare shorts inguinali solo per facilitare la vendita…. di un telefonino. Qui, credo, una legge ed un’authority ci possono stare.
      Sfuggente senza dubbio, ma intanto potremmo cominciare a mettere alcuni paletti.
      Ciò detto, che la scuola svolga un ruolo primario è innegabile. Ma che effetto può avere quando tutto attorno dice il contrario?

      @ ilsonnambulo: io vorrei veramente capire di che “libertà” parlano. Quella di una nuova forma di prostituzione?
      Secondo me, usare il corpo per il beneficio altrui e dietro compenso è prostituzione.
      Davvero questa per le donne è libertà?
      Scommetto che quelle stesse donne, per lo stesso compenso, farebbero volentieri foto in burqa.

      @ Sed: soprattutto COME PARLANO??
      Per il resto, totalmente d’accordo.

  5. Sono molto distante dalle opinioni espresse su FB dal tuo amico, mentre mi sento vicino alle tue e a quelle della Proietti. In particolare penso che sia purtroppo estremamente vero che esista una “diretta relazione fra la violenza sulle donne e la loro deumanizzazione”. Viviamo in una società in cui si è ancora abituati a pensare ad una donna come ad un corpo e ad un uomo come una persona. Occorre iniziare un nuovo percorso che aiuti a rivedere i modelli sociali e culturali del maschile e del femminile. In questo senso bene venga l’iniziativa del PD.

  6. Pingback: unbreakable | I discutibili

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