Cercando la “responsabilità di proteggere”

Ho appena terminato di leggere un interessante post sulla dottrina giuridico/politica della “responsabilità di proteggere“, teoria secondo la quale un intervento internazionale può essere giustificato dall’incapacità di uno Stato di proteggere i suoi cittadini.
Ve lo consiglio (in inglese). Specie in connessione ai fatti della Siria.

Ma, proprio pensando alla Siria, la teoria della “responsabilità di proteggere” e l’eventualità di un intervento internazionale, mi fanno sorgere una domanda (domanda che, in parte, avevo già accennato in passato).

La “responsabilità di proteggere” si applica anche a gli Stati che intervengono? Verrebbe, logicamente, da affermare di sì. E questo non solo nel momento dell’intervento, ma anche -perlomeno- immediatamente dopo. Ora, questo in un conflitto civile particolarmente scomposto e disarticolato come quello in Siria dovrebbe significare la possibilità di consegnare il paese, dopo l’intervento, ad un’autorità in grado di ristabilire la pace, l’ordine civile ed il rispetto dei diritti fondamentali.
Una simile possibilità, evidentemente, manca ad oggi in Siria: escludendo l’opportunità di intervenire al fianco di Assad e reprimere i ribelli; l’alternativa di supportare questi ultimi non offre alcuna garanzia.
Infatti, essi sono una coalizione troppo variegata e con obbiettivi ed ideali spesso estremamente divergenti fra le varie forze in campo, unite solo dal fine di abbattere il regime di Assad. Di conseguenza, se -ad oggi- essi vincessero, si aprirebbe con tutta probabilità lo scenario di un nuovo conflitto interno per il potere, con la conseguente impossibilità di un governo pacifico e della tutela dei diritti umani.
Cosa dovrebbe accadere, a livello internazionale, allora? Si renderebbe necessario un nuovo intervento ai sensi della “responsabilità di proteggere”? Sarebbe ammissibile?

O forse, direttamente, le forze internazionali dovrebbe occupare il paese anche per anni, fino a che esso non sia politicamente pacificato?

Inoltre, fino a che punto potremmo estendere questa “responsabilità di proteggere”? Ad oggi, essa è una teoria dai confini estremamente vaghi.
Potremmo forse applicarla alla Grecia in crisi economica? O all’Italia che vota Berlusconi?

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

2 thoughts on “Cercando la “responsabilità di proteggere”

  1. All’Italia servirebbero più delle vere e proprie badanti per gli italiani, è provato che non sappiamo badare a noi stessi ed evitare scelte perniciose.

    Tornando seri, la storia recente ci ha dimostrato che una transizione verso una forma di pseudo-democrazia, inoculata dall’esterno, non ha portato a risultati eccellenti, tutt’altro. Insomma, un candidato Responsabile della Protezione che sul CV mi scrivesse Afghanistan, Iraq, Libia io, fossi un Addetto alla selezione, lo scarterei subito. Ma più che per i risultati, per aver inseguito un progetto totalmente irrealizzabile: è impossibile creare ex novo un tessuto politico stabile, equilibrato e che possa esprimere governi che non creino nuove fratture; questo è il risultato di processi che hanno tempi lunghi quanto la formazione dei diamanti dal carbone. Non ce l’abbiamo noi in Italia un sistema così, che siamo usciti dalla dittatura 70 anni fa, figuriamoci.

    La soluzione? Stare a guardare? Ovviamente no, il fatto è che questa della Siria è una bella mina che esplode anche solo un respiro. E gira e rigira, il piede sopra la mina ce lo mette l’America, perché ora qualsiasi cosa farà sarà uno sbaglio.

    • diciamo che noi italiani avremmo bisogno tutti (o quasi) di un assistente di sostegno…

      la transizione verso forme politiche democratiche richiede sempre un tempo abbastanza lungo e non può esser data per scontata.
      certo, esistono sistemi che possono semplificare la cosa, ma senza una solida base di convivenza civile è difficile che abbia successo. questo è il problema maggiore dopo un conflitto civile come quello cui assistiamo in Siria.
      se ci affidiamo alla sintesi di Weber sullo Stato come monopolista della forza, bhè è evidente che in Siria il problema è lungi dall’esser risolto.
      ricordo che, al contrario, in Cambogia, la missione ONU del ’92 si focalizzò soprattutto su questo (e sull’organizzare le elezioni).
      insomma, non possiamo stare a guardare, ma non possiamo neppure intervenire direttamente…

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