cercando di definire “amore”

Devo ammetterlo: la cosa più bella che sto vivendo nel progetto i discutibili è il gioco di rimandi che si crea, spontaneo, inaspettato con i colleghi blogger.
Dici una cosa, uno la raccoglie e vi aggiunge un pezzo: non sai cosa comprende, cosa raccoglie; non sai di cosa parlerà, ma ti rimbalza la palla e con due saltelli te la ritrovi di nuovo fra i piedi.
Diventa divertente e la riprendi in mano. E ad ogni rimbalzo la palla diventa qualcosa di un pò diverso.
[Chissà che un giorno non entri in gol].

Così, dopo il mio post su un matrimonio, Intesomale lancia la domanda: definire amore. “Metto Redpoz sotto alla lampada dell’interrogatorio, gli nego l’acqua, gli chiedo: ‘cosa, cosa davvero vedi negli occhi degli sposi?’ ” [grazie, temevo soprattutto il waterboarding].
Non ho capito se la domanda è per me o per lui, ma mi piace. Mi piace perché un pò è quello che mi stavo chiedendo io stesso.
La raccolgo.

Farò un’eccezione alla mia personalissima regola sulle foto e ve ne mostrerò una. Perché parafrasando Arthur Clarke, comincia a diventare frustrante parlare di immagini senza farvele vedere. Ho provato con le suggestioni, ora passiamo al sodo.IMG_4271
IMG_4241“Rubo” allora due foto dal matrimonio di Jesus & Javier per addentrarmi a cercar risposte.
E, già che ci sono, rubo alla fotografa anche la descrizione. Il mio misero spagnolo non consente traduzioni, che comunque ucciderebbero la bellezza originaria di queste parole, quindi le riporto solo in lingua originale: “Este matrimonio fue tan lindo, y tan relajado, y las fotos fluyeron tan fácil, que seriamente consideré retirarme de la fotografía cuando terminó. Conozco a la Jesu desde que tenía como 7 años, así que cuando me pidió que tomara fotos en su matrimonio, no lo dudé ni un segundo. Y menos mal que lo hice porque de verdad fue hermoso. Tan hermoso que llegué a la casa a pedirle matrimonio al Cristóbal, true story“.

Provo allora a rispondere ad Intesomale. Cosa vedo in quegli occhi? Confesso, il primo impeto sarebbe esclamare:  “E come posso rispondere! Non sono i miei occhi! Potrei forse dirti cosa vedevo negli occhi di Asja, semmai. Ma nei loro mai…”. Così sarebbe troppo facile. No, la domanda mi piace proprio perché è rivolta a qualcuno all’esterno; non chiede cosa vedono l’uno nell’altro gli innamorati, bensì cosa vedo io, che non sono fra loro.
A vedere gli occhi di Jesus & Javier mi domando cosa dovrei aggiungervi, a parole. Cosa potrei aggiungervi? E perché? Sarebbe solo altra confusione: ciascuno di noi vede qualcosa in quegli occhi e sono persuaso che per quanto potremmo definirlo ciascuno con parole diverse, interedemo tutti la medesima cosa.
Ma siamo in ballo, e dobbiamo ballare. Cosa vedo? Esagero, forse perché non c’è altra soluzione che esagerare: definire l’amore mi pare impossibile, al massimo potrei evocarlo. Allora esagero e rispondo: “Vi vedo l’oceano”.
Vi vedo due occhi perdersi nell’orizzonte, nell’infinito. E l’infinito è la persona che hai di fronte.

E la cosa straordinaria, mi pare, è questo corrisponde esattamente a quanto ciascuno degli sposi vede nell’altro.
Insomma, per un istante si vede la sincerità dei sentimenti, i sentimenti che gli sposi provano l’uno per l’altro corrispondo esattamente a quelli che vedono tutti gli spettatori, traspaiono kristalklar.

Forse per questo definire l’amore è praticamente impossibile: nel momento di massima realizzazione, sembra che il mondo intero si fermi per un istante. Che tutto sia completo, in ordine. Che quell’infinito ti assorba. Che ti ci tuffi dentro. “Tutto quel che voglio se tu“.
Ognuno di noi, credo, si immagina un momento così assolutamente perfetto per la propria vita: per alcuni, il matrimonio; per altri un figlio; per qualcuno, la finale di Champions League; per altri un viaggio in Patagonia; per qualcuno un casa su un’isola cubana; per altri una battuta di pesca; per alcuni una medaglia olimpica; per altri un dipinto… La partita perfetta; il libro perfetto; l’esame perfetto; il quadro perfetto; il film perfetto; la foto perfetta…
Ma forse c’è soltanto una cosa che, anche se non l’aspettiamo, anche se non lo desideriamo, unisce tutti in questo afflato di perfezione.

Ok, traduco solo l’ultima frase: “Tanto bello che arrivata a casa ho chiesto a Cristobal di sposarmi“.
Ripenso a domenica mattina, quando incrociamo Peter appena alzato ed ancora mezzo stordito dall’alcool e dal sonno, che ci saluta e dopo due parole, mostrandoci l’anello dice “Credetemi ragazzi, un giorno toccherà anche a voi“. Al momento non gli credo (o forse, nonostante tutto, non mi credo). Ma so che è sincero. Non solo è sincero: la sua non è una previsione, è un augurio. Un augurio di tutto cuore.
Forse è proprio questo il senso profondo che cerchiamo in questo labirinto di definizioni, di immagini: tanta bellezza, tanta felicità da non poter fare a meno di augurarle agli altri; da non poter fare a meno di volerle convivere.

Sarò terribilmente banale, ma ascoltate questi:

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

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