l’ultima partita del Maestro (recensione n. 33)

Il Maestro di Go” di Yasunari Kawabata è un libro cui sono particolarmente affezionato, nonostante conosca questo autore solo da pochissimo e questo tema ancora meno. Forse ciò dipende dal fatto che il go è un gioco che mi piace moltissimo, o forse dal fatto che l’ho letto in un periodo della mia vita particolarmente intenso.
Inoltre, o forse è la stessa cosa, sento molto vivo in me stesso -per quanto con tutte le differenze del caso- lo stato d’animo del maestro nel giocare le ultime mosse di una partita che ormai sapeva persa.

Go in USA, 1940Intanto, devo notare che ho imparato molto di più sul go -e, con esso, sulla vita- con questo testo che in molti anni precedenti.
Consiglio, per quanto sintetiche, soprattutto le pagine conclusive che illustrano l’essenza del gioco. Un’essenza profodamente filosofica.
Fra l’altro, aggiungo, data la complessità del go ancora non si è creato un elaboratore elettronico in grado di competere contro i migliori giocatori umani (ricordate, sempre in un confronto con gli scacchi, Deep Blue contro Kasparov?). wow

Il libro riporta la cronaca fatta dallo stesso Kawabata dell’ultima partita del XXI Maestro Hon’inbo Shusai, ricordato come uno dei più forti giocatori di tutti i tempi e ultimo detentore sino alla sua morte del titolo di meijin (il massimo titolo nel mondo del go). Partita giocata contro l’altro grande giocatore Kitani Minoru.

E’ difficile rendere la bellezza, la complessità, la tensione, la profondità intellettuale di una partita e di go e forse l’unico -blando!- paragone possibile sono gli scacchi. Ma, anche in questo caso, trattando il libro di una partita eccezionale, non basta una partita qualunque di scacchi. Dev’essere almeno il campionato del mondo 1972 Spassky vs Fischer (sul quale vi consiglio il bel film documentario “Bobby Fischer against the world” in particolare dal minuto 47:55 quando Fischer gioca il “modern Benoni per una partita truculenta e 54:00Placid Beauty” – qui un commento in merito con Spassky che notoriamente si alzò ad applaudire l’avversario).

Da questo libro ho imparato molte cose. Intanto, ho imparato che il gioco si sviluppa su tutto il goban (la scacchiera), sempre: inutile focalizzarsi su alcuni punti cercando di conquistarli ad ogni costo (come cercherò di dire in seguito). In secondo luogo, ho imparato che non tutte le mosse possono essere sente (avere l’iniziativa): alcune devono solo rispondere (essere gote). Può sembrare una banalità, ma è una banalità importante da comprendere: a volte, tutto quello che possiamo fare è mettere il dito nella falla, e un dito ancora.
Inoltre, citando Kawabata, ho imparato che “ci sono molti modi di usare il sente“.

Bisogna sempre considerare, poi, che il go più che un gioco in senso occidentale è un’arte. Solo partendo da questo presupposto si possono comprendere alcune scelte altrimenti incomprensibili, specie per noi occidentali, dettate dal rispetto dell’arte (reazioni come quella del maestro per l’ “infame” mossa 121 dell’avversario).
Un’arte tanto intensa da coinvolgere totalmente i giocatori, fino al completo annullamento di sé durante le giornate di gara (gara che, per inciso, si è dilungata per svariati mesi). Un annullamento decisamente zen, per usare una facile semplificazione. Bello, dunque, notare come il maestro riesca sebbene malato a resistere senza mostrare sofferenza alcuna nei giorni di gara e come, in un’eccezionale metafora dei destini umani, terminata la partita perda a poco a poco ma inesorabilmente l’energia e lo spirito vitale, sino a morire di lì a poco.
Un’arte radicalmente diversa dal modo occidentale di intendere i giochi: un’arte di strategia, di occupazione del territorio e sopravvivenza; un’arte di fronti discontinui nella quale i punti cruciali cambiano di volta in volta (non restando bloccati, quindi, ad alcuni “centri vitali”) in base all’evolversi del gioco; un’arte nella quale nessuna sconfitta o vittoria locale può garantire dalla sconfitta finale (o, viceversa, la vittoria); un’arte del pieno e del vuoto, di occupazione di spazi, ma anche di lasciare spazi liberi. E un’arte, per quanto strano possa sembrare, senza sconfitti. Dice il IX dan Takeo: “io non gioco a go per vincere. Io gioco a go“. Sono go, verrebbe da ribattere (qualcosa di simile, a suo modo, avviene nel rugby dove non esistono “giocatori di rugby”, solo rugbyman).
Naturalmente, un vincitore c’è. Ed è interante e degno di riflessione che “l’invincibile maestro” perda proprio la sua ultima partita (per errori propri, peraltro). Ma un’arte nella quale anche lo sconfitto conserva pur sempre un proprio “territorio” inviolato ed inviolabile da parte dell’avversario, dunque non è pienamente annientato (si confronti, ad esempio, l’esito degli scacchi).

Sempre in tema di confronto con gli scacchi, Lasker -che di scacchi era un gran campione!- disse: “Le regole del Go sono così eleganti, organiche e rigorosamente logiche che se esiste in qualche parte dell’universo una forma di vita intelligente, essa deve certamente saperci giocare“.

Nel video, l’intero susseguirsi della partita.

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2 thoughts on “l’ultima partita del Maestro (recensione n. 33)

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