cercando la felicità

Il caro intesomale oltre che farmi un immenso onore, ha appena scritto una cosa bellissima sulla felicità.

Lo riporto, perché merita e perché aiuta la comprensione di quanto proverò a dire:

… in un commento a un altro mio post dice qualcosa sulla felicità. E io gli rispondo, qui. A lui e a tutti coloro a cui voglio bene e che mi hanno raccontato dubbi: la felicità per me è essere stanchi sulla strada. Con un pacchetto di sigarette, un progetto, qualcosa da bere e un’idea (va bene anche sbagliata).

Il resto sono accessori per fauna da aperitivo.

Ecco, io non so se la sua definizione sia “giusta”, se mi vada bene. Forse non vi ho neppure mai veramente pensato.
La felicità è una puttana: ti piace, ti chiama, ti coinvolge e poi ti lascia. Sulla strada.
Più o meno come i cani quando è ora di partire per le vacanze.
E tu, come i cani, probabilmente all’inizio pensi “che succede? che ho fatto di male?“, ma dopo un pò ci aggiungi una dose abbondante di sovrapensiero e pensi che è proprio un inculata sentirsi felici quando sai che comunque non durerà.
Ma è anche bello.

Ma non è questo che pensavo, questo ve lo dico incidentalmente.
Pensavo a quella definizione: essere stanchi sulla strada. Cazzo, questa è vera.
Ad agosto dello scorso anno G è venuto dalla Francia per passare le vacanze assieme. Prima siamo andati sulle Dolomiti, poi in Toscana. Sulle Dolomiti l’ho portato per rifugi. Un giorno abbiamo scelto un “sentiero per esperti” e ci siamo trovati a scendere dentro un canalone ripido come la morte. La stanchezza e la felicità di arrivare a valle furono qualcosa di indicibile. Persino maggiori di quelle di arrivare in vetta.
Un giorno abbiamo sbagliato strada e non siamo mai arrivati alla meta che ci eravamo proposti. Ad un certo punto ho anche creduto che, persi nel bosco, non avremmo trovato il sentiero prima di sera. G proponeva di continuare a salire, io non sapevo che cazzo fare, tendenzialmente volevo scendere, come se fosse un giostra da cui poter smontare. Abbiamo girovagato nel bosco credendo di vedere sentieri ovunque per cinque o sei ore.
Alla fine, abbiamo visto delle case in lontananza, abbiamo ritrovato la strada e siamo ritornati a valle.
Non abbiamo mai raggiunto il rifugio che ci eravamo fissati come meta. Ma posso giurare che in quel momento sono stato felice. E non ero felice perché m’era passata la stupida paura di restare chissà quanto nel bosco. Ero felice e basta.
Ero felice per i piedi che facevano male; ero felice per l’acqua ghiacciata della fontana; ero felice per le mani sporche di terra ed ero felice per le spalle rotte dal peso dello zaino. Ed ero felice per la stanchezza che ti fa dire “basta!“, per quella stanchezza che tornati sul sentiero ci ha fatto decidere di rincasare anziché continuare.

Ecco, io non so se intesomale ha visto giusto con la sua definizione. Ma una cosa credo di poterla condividere con lui: la felicità è essere stanchi.
E’ sapere di aver dato quel che si poteva dare. E’ sapere di “averci messo i coglioni“.
Così, posso giurarvi che quando sono arrivato in cima al Mt. Meru piangevo dalla felicità. Se non l’avete provato, forse non potete capirlo.
Scriveva Albert Camus: “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.
Bhè, io Camus non lo posso contraddire. Mai.

Ieri sera ero piuttosto incazzato, piuttosto demotivato e, in definitiva, direi infelice.
Non avevo fatto niente tutto il giorno.
Ore e ore mi erano scivolate fra le dita, inconcludenti.

Ecco, vorrei dirvi che la felicità è dare un senso alle ore che ci circondano, al tempo. E’ trovare una sfida e metterci i coglioni, poco importa se si avrà successo o meno. E lo dico pensando anche ad un’amica che passa proprio quel momento nel quale le sfide provocano solo ribrezzo, la stanchezza e l’assenza di motivazioni ci cresce dentro.
Lo dico sapendo che queste parole non convincono nessuno, soprattutto non convincono chi ne avrebbe bisogno. Ma lo dico lo stesso.
Lo dico sapendo che sto esagerando, che si ci mettiamo tutte queste precisazioni andiamo troppo lontano. Allora torniamo all’essenziale: la felicità è essere stanchi.

Provare per credere.

Certo, dopo un buon sigaro, qualcosa da bere ed un’idea -soprattutto sbagliata- aiutano.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

One thought on “cercando la felicità

  1. Concordo sul fatto che la felicità sia essere stanchi. Sono felice quando ho corso per una giornata insieme a mia figlia, rotolandomi per terra se necessario, e a sera ho dolori ovunque. Sono felice quando passo l’intera giornata lavorativa a testa bassa, risolvendo problemi sempre più complicati e pressanti. Sono felice quando ho pulito la casa da cima a fondo, stirato pile di panni e ancora non vedo la fine. Sono felice quando cammino fino a sentire le ginocchia che dolgono, il mio punto debole, ma i muscoli mi reggono ancora fino a casa.
    Sono felice ora nonostante il trasloco imminente, le preoccupazioni, la salute malferma, perché non ho un momento per riposare.

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