una sera di febbraio ho incontrato Muhamad Alì (simba katika kinywa mbwa mwitu)

Questo post dedicato è dedicato alcune persone,
alcune persone cui devo molto nel momento in cui lo scrivevo.
Non li nomino chiaramente perché loro sanno già chi sono,
perché, perché ‘sti cazzi…

-respiro, respira-

Mi presento.
Mi chiamo Redpoz, ci siamo incontrati l’altro giorno di circa cinquecento giorni fa. Quarantasei milioni di battiti del cuore, o dodici milioni di respiri.
Son nato un giorno che tanti ritengono significativo, speciale, un giorno che io non sopporto. Ho studiato, con riluttanza, giurisprudenza. Ho un sogno che non dico mai, a nessuno, perché temo che appena arrivi un soffio di voce, quel sogno svanisca come si solleva una nebbia leggera. E ho voglia di fuggire lontano. Ma, mi dicono, voler fuggire lontano non è che un modo per cercare di fuggire da sé stessi e non riuscirebbe neanche se fossi Eddy Merx.
Francamente, non mi interessa nulla di Parigi. Neanche di Londra.

Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Una sera di febbraio ho incontrato Muhammad Alì.
Mi è piaciuto subito, Alì. Non so spiegarvi perché. Aveva dei bei occhi, Alì. Occhi che sono un segreto, un segreto profondo e invitante. Un segreto che catturava e distraeva. Ma più cercavo quegli occhi, più mi si palesava un mondo. Immagino anche questo sia un viaggio di scoperta. E quel mondo mi attanagliava, mi attanagliava dolce e violento come l’abbraccio di un placcaggio.
Mi sentivo forte assieme ad Alì, mi sentivo forte di fronte a lui. Mi sentivo coraggioso. Cuore Corazza. Vederlo ballare sulle corde era uno spettacolo: tutto sembrava così facile che chiunque poteva illudersi di riuscirci.
Alla fine, ballavo anche io: goffo e distruttivo come un elefante in cristalleria.
Non eravamo a Kinshasa, non alzò mai le mani su di me. Ma alla fine tornai a casa come George Foreman.

Quando incontri Alì, torni sempre a casa come Foreman.
Ma hai sempre incontrato Alì. E va bene così.
Le ferite si rimarginano, appena si deciderà di scoprirle. Di riconoscerle. E l’orgoglio è quello meno battuto.

Ma di fronte ad Alì ti senti forte, ti senti coraggioso. Ti senti persino intelligente.
Forte, coraggioso, intelligente, senza neppure bisogno di un’alba di tequila.
Così, gli ho detto “Alì, posso darti un pugno? Solo per sentire com’è“. Lui ha fatto solo un cenno con il capo.
Io di fronte ad Alì mi son sentito von Clausewitz. Mi son sentito Foreman. Ho pensato: “Se lo colpisco abbastanza forte, abbastanza velocemente, posso restare in piedi“.
Ho colpito Alì una prima volta. Lui è rimasto impassibile. Allora, ho pensato, posso colpirlo di nuovo. E di nuovo. Quattro volte ho colpito Alì, senza smuoverlo di un millimetro. E più cercavo di spostarlo, più diventavo goffo: avevo sempre più fretta, diventavo sempre più irruento. E più ero irruento, più ero inefficace.
Ancora una volta alla breccia, mi dicevo, senza rendermi conto che quella breccia era come il Mt. Meru, una montagna troppo alta da scalare, una montagna lontana di cui non si vede la cima, persa nella notte.

Alla fine ho sentito il vuoto. Disarmato, fermo dov’ero all’inizio. Allo sbando.
E’ difficile descrivere il senso di disarmo, di vuoto, che ho provato in quel momento. In spirito, mi sentivo ancora pronto a lanciarmi ancora una volta sulla breccia. Sentivo di non essere sconfitto e che prima di sconfiggermi, avrebbe dovuto uccidermi. Ma non avevo più nulla da imbracciare per cercare di superarla. Mi sentivo come in un vecchio duello nei film western, dove dopo aver sparato qualche colpo a vuoto credevo d’avere finalmente un bersaglio chiaro, ma la pistola scarica. Credo sia un pò il finale anche de “I duellanti“.
Solo un’altra volta provai una sensazione simile. La ricordo molto vividamente, come una cicatrice che vibra appena solleticata. Mi sentii come un papa cui avessero confessato che dio non esiste.

Fair is fair, Alì ha alzato un braccio, mi ha colpito dolcemente con quei pugnetti che si scambiano tra amici. Mi ha colpito così un paio di volte ed ogni volta il suo, più che un pugno, sembrava un abbraccio.
Non aveva bisogno di esercitare forza, di sprigionare potenza, Alì. I suoi pugni erano precisi, controllati, dolci, chirurgici, gentili. Come i gol di John Charles. Così gentili che neppure ci si rende conto d’esser stati colpiti. Quasi volesse chiedere scusa con i pugni. Non aveva bisogno di usare l’artiglieria, lui, quando poteva pungere come un’ape.
Alla fine, atterrato, gli ho detto “Alì, ti prego, dimmi, almeno ho fatto bene?“.  Ora, né Alì, né io, parliamo swahili. Né si parla dove Alì e io ci siamo incontrati, né in Congo. Ma Alì mi ha risposto “Simba katika kinywa mbwa mwitu. Sei stato splendido“.
Mi son rialzato mentre la luna contava i secondi del mio k.o., ho raccolto le mie cose ed ho capito che era tempo di andare, Alì aveva sicuramente un altro incontro, un altro ring ad aspettarlo, un altro avversario. Era tempo di lasciarci.
Because you’re tired and it’s getting late, because you’re lonely and it’s getting very late” gli ho detto. O, più probabilmente, molta parte di quello l’ho in realtà detto a me stesso. Mi piaceva stare con Alì, ma sapevo di non poter esser io a trattenerlo.
Ma il peggior modo di morire è rimanendo vivi.
Alì mi ha abbracciato e, stavolta sì, il suo abbraccio è stato un pugno. Il più forte. Potevo sentire contrarsi contro di me tutti i muscoli delle sue braccia, quei muscoli che tanta potenza sapevano sprigionare e trattenere. E ognuno di quei muscoli mi trasmetteva energia, mi trasmetteva affetto. Mi ha dato tanta energia che per ore non mi son reso conto di quanto bene, di quanto forte mi avesse colpito.

“One warm february night, I’ve met Muhammad Alì (simba katika kinywa mbwa mwitu)”
-breath (I), breath (you)-

Let me introduce myself.
My name is Redpoz, we first met one day about 500 days ago. It’s like 42 milions of heartbeats or 16 milions of breaths.
I was born in a day that many people do consider meaningful, even special, and a day I can’t stand. I’ve studied, doubtful, law. I’ve a dream I do never say out loud, not to anybody, because I fear it might disapper like a light fog as soon as the slightest blow of voice comes. And I really want to run away. But, so they say to me, be willing to run away is nothing else but a way trying to escape from yourself. And it ain’t possible, not even if you are Eddy Merx.
Frankly, I don’t care for Paris. Not even for London.

But that’s not what I want to talk you about.

In a warm february night, I’ve met Muhammad Alì.
I immediately liked him, Alì. I can’t explain why. He had some beautiful eyes, Alì. Eyes like a secret, a deep and inviting secret. A secret capturing and distracting me. The more I was looking for those eyes, the more a world was appearing before me. I suppose, this is a real voyage of discovery. And that world gripped me, it gripped me sweet and violent like the hug of a rugby tackle.
I felt strong with Alì, I felt brave face to face with him. Corazon Coraza. Watching him dancing on the ropes was a spectacle: everything seemed so easy that anybody could have the illusion to do it.
In the end, I was dancing too: clumsy and destructive like an elephant in a glass shop.
We were not in Kishasa, he never raised his hands against me. But at the end, I went back home like George Foreman.

When you meet Alì, you alwayas go back home like Foreman.
Still, you met Alì. And it’s ok like that.
Wounds will heal, as soon as you’ll accept do discover them. To recognize them. And pride is the least hurted.

But face to face with Alì, you feel strong, you feel brave. You even feel intelligent.
Strong, brave, intelligent. All this even without a tequila sunrise.
So, I said to him “Alì, do you mind if I punch you just once? Just to see how it feels”. He just nodded with his head.
Face to face with Alì, I felt like von Clausewitz. I felt like Foreman. I thought: “If I punch him hard enough, fast enough, I can stand him”.
I punched Alì a first time. He remained unmoved. So, I thought, I can punch him again. And again. Four times I’ve punched Alì, without being able to move him of a millimeter. And the more I tried to move him, the more clumsy I became: I was more and more in a rush, I became more and more impulsive. And the more I was impulsive, the more I was ineffective.
Once more to the breach, I said to myself, without realizing that breach was like the edge of Mt. Meru, a mountain too high to climb, a far away mountain lost in the night, which you can’t see the end.

In the end, I felt the emptiness. Disarmed, standing still were I was at the beginning -in disarray.
It’s hard to describe the feeling of being disarmed, the emptiness I’ve felt in that moment. In my spirit, I still felt ready to launch myself another time to the breach. I did not feel beaten and I felt that before beating me, he would have had to kill me. But I had nothing I could embrache as weapon to try to get through that breach. I felt like in a old western movie, when after shooting sometimes in a duell and missing the target, I finally had a good one, but my gun had no more bullets in it. It seems to be the ending of “the duellists“.
Only one other time in my whole life I’ve experienced a similar feeling. I do remember it very cleary, it’s very vivid in my memory, like a scar that still vibrates when tickled by the hand. That time, I felt like a pope finally being told that god does not exists.

Fair is fair, Alì raised his arm and punched me with those friendly fists you give to your friends. He punched me like that a couple of times and each time, rather than a punch, it seemed a hug.
He did not need to use any strenght, nor to emit any power, Alì. His punches were so precise, so controlled, so sweet, so surgical, so gently. Like the goals of John Charles. So gently that you would not even realize you have been hitten. Like he was excusing himself with his punches. He did not need to use heavy artillery, when he could sting like a bee.
In the end, lying at the ground, I said to him “Alì, I beg you, tell me, was I good?”. You see, neither I, nor Alì speak swahili. Neither is spoken where Alì and me met, nor it is spoken in Congo. But Alì replied to me “Simba katika kiywa mbwa mwitu. You were amazing”.
I stand up, while the moon was counting the seconds of my k.o., I took my stuff and realized it was time to go, Alì had another match for sure, another ring waiting for him and another opponent. It was time to leave each other.
Because you’re tired and it’s getting late, because you’re lonely and it’s getting late” I said to him. Or, most probably, the largest part of that, I said it to myself. I liked being with Alì, but I knew I coudn’t hold him there forever.
But the worst way to die, it is remaining alive.
Alì hugged me and, this time for real, his hug felt like a punch. The strongest. I could feel all of his muscles contracting against me, those muscles capable of emitting and holding back such a great power. And each one of those muscles transmitted me so much energy, so much affection. He gave me so much energy that for hours long I coudn’t realized how good, how hard he had hitten me.

[nota per il lettore più diligente: dialoghi esclusi, le parti in corsivo sono citazioni. vi sfido a trovare tutte le opere menzionate]

Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

11 thoughts on “una sera di febbraio ho incontrato Muhamad Alì (simba katika kinywa mbwa mwitu)

    • Sì, quella è forse la più facile. Complimenti per esser arrivato a leggere la postilla in fondo!
      In realtà devo anche riconoscere che un paio sono auto-citazioni.

  1. Io solo una cosa mi domando. Perché cribbio non ti ho followato prima. La risposta è semplice, ed è “perché sono rincoglionito”. Ma questo non mi assolve…

    • No, non mi hai followato prima perché il 90% delle volte qui parlo solo di politica. E il restante 10%, di pare.
      Che poi è praticamente la stessa cosa.
      E questa è un’eccezione che non sai quanto ho dovuto meditare prima di decidermi a pubblicarla.

      • “pare”?? Whatever it is, it sounds good. And it ain’t a good reason not to read you. Besides, politics can and should be talked about. BUT, with the due competence and respect. Both things are so inherently in you, that it’s just a misery for me to have missed your posts so far. But then again, that’s what old farts are all about, if you know what I mean…

        • Ahn, sorry, I sometimes forget “pare” is dialect. Better translated as “mental masturbation”.
          Thanks, I appreciate your considerations on my political reflections.

  2. in effetti mi hai spiazzato…pensavo di trovare il solito articolo ben scritto sulla politica…non sono esperto in citazioni (al bar dello sport non le usiamo, queste,..), ma il tuo articolo mi è piaciuto tantissimo.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: