dolce Enrico

Chi legge questo blog sa che non ho mai avuto particolare passione per Veltroni. Ma una cosa devo riconoscerla: forse non sarà un grande politico, forse non sarà neanche un grande regista, ma è un bravo narratore.

Quando c’era Berlinguer” è, come dice Asja con un giudizio che non potrebbe esser più perfetto in così poche parole, “un film dolce come la foto di Berlinguer bambino“.
Dolce come il ricordo di Enrico. Duro come un giudizio sui trent’anni che ci separano da quel triste giugno 1984.
Non ve lo nascondo, io che pure non appartengo a quella generazione non ho saputo trattenere le lacrime in diversi passaggi del film: davanti alle scene di Piazza San Giovanni che si stringe nell’ultimo abbraccio; davanti alle lacrime di chi c’era allora; davanti ai sette secondi di applauso che l’assemblea dell’URSS riserva a Berlinguer nel 1977; davanti a Mastroianni con gli occhiali scuri al picchetto d’onere del feretro; davanti all’ultimo saluto di Pertini appoggiato alla bara…

Volevo e non volevo vederlo questo film: l’idea di andare era nata quasi per “dovere di partito”, sfumata nell’enorme partecipazione popolare della serata di presentazione (già commovente di per sé), ripescata nei giorni successivi soprattutto per il giudizio di Asja o per condividere in spirito qualcosa con lei, sino all’emozione ultima di trovarsi di fronte a questa storia.

Esco dalla sala e son muto. QC_Berlinguer_Verticale_180214_03-716x1024
Non so cosa dire di fronte alla narrazione, al ricordo privato e collettivo di una persona come Enrico Berlinguer.
Certo, Veltroni non perde la vena narrativa emozionante e coinvolgente: come fra gli ulivi di Spoleto, anche rievocando IL Segretario, Veltroni sa ripescare in noi tutte le nostre emozioni più intime e pronfonde, personali e politiche. Le emozioni di una storia comune, le emozioni anche di chi -come me- quegli anni non li ha vissuti, ma condivide inevitabilmente idee ed ideali che si sono radicati anche attraverso la persona di Berlinguer. Non a caso, Natalia Ginzburg citata nel finale ricorda come, al momento della sua morte ciascuno si rese conto di avere con Berlinguer un rapporto personale, profondo, anche se l’aveva soltanto ascoltato ad un comizio.
Come dice Jovanotti intervistato: “in Italia la parola ‘comunista’ è Berlinguer“. Perché, come già cantava Gaber “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona“, già questo (incarnazione della questione morale, dell’austerità) basterebbe a spiegare il balzo al 30% del PCI negli anni ’70.
Il regista inserisce anche molti suoi tratti personali, che forse rendono il film un ricordo troppo soggettivo.
Ma accompagnando alle interviste dei compagni di allora le analisi su i principali passaggi politici di Berlinguer, rende giustizia alla sua grandezza enorme, alla sua straordinaria lungimiranza, alla sua onestà infinita.

Anche aldilà dei tratti emotivi, inevitabili, infiniti sono pure gli spunti di riflessione sul percorso politico del PCI, di Berlinguer e sull’Italia.
Primo fra tutti la lettera di Berlinguer dal carcere di Sassari nel 1944, dove condanna l’apolitica come nuova forma di fascismo. Seguito inevitabilmente dall’immenso coraggio nell’intervento sulla democrazia per il 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre e dal compromesso storico. Ma anche dall’Eurocomunismo  e, dulcis in fundo, la questione morale ed i rapporti con Craxi.
Due battute non su Berlinguer: sull’UE, occorre riconsocere la grandezza del progetto, capace di includere in sé già negli anni ’70 forze come i partiti comunisti; su Craxi, per emettere un giudizio definitivo sul quale basterebbe ripensare a come lo giudicava IL Segretario del PCI negli anni ’80.

Esco dalla sala e non posso fare a meno di mormorare: con lui, nel 1994 avremmo vinto.

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Questa voce è stata pubblicata da redpoz.

6 thoughts on “dolce Enrico

  1. Non so se avremmo vinto nel 1994 ma so che la stima di cui era effettivamente circondato non è bastata a “vincere” pur con cospicue percentuali e un modo di fare Opposizione che oggi ce lo scordiamo.
    Enrico Berlinguer non era per niente dolce : era uno tosto che ha dato filo da torcere all’opposizione interna in diverse circostanze, particolarmente in materia di Diritti.E tuttavia con lui aveva un senso la battaglia perché sapeva riconoscere gli errori.Non ho particolari rimpianti per “quel” Partito ma per quel “modo”, un poco, si.

    • Ovviamente la mia è una suggestione… neanche io posso saperlo, ma credo che date le circostanze di allora, sia una suggestione con un qualche fondamento.
      Il titolo è naturalmente citazione della canzone di Venditti: io parlo indirettamente, è chiaro, ma credo che -come scrive anche la Ginzburg- per noi tutti Berlinguer avesse anche questo lato “dolce”, molto umano, molto personale che tanti politici di oggi non hanno più. Forse Veltroni, ecco.
      E senza dubbio Berlinguer aveva anche quella forza, morale e politica, che gli permetteva di tenere la schiena dritta e non piegarsi pure nelle condizioni più difficili. Non avrebbe fatto quel che ha fatto, altrimenti.

      Rimpianti? Non so, non posso dirlo, io. Ma concordo con te che quel “modo” di far politica, quelle persone ci mancano eccome.

      Il film l’hai visto?

      • Si e commentato sul blog – ah tu non mi leggi più – soprattutto ho apprezzato l’impegno non “beatitificatorio” e il taglio narrativo,Veltroni del resto ha macinato nella sua vita molto cinema e questo (unitamente al dato di esperienza diretta) ha reso il suo lavoro assolutamente apprezzabile.

        • Ti chiedo perdono! Purtroppo sono imbarcato in un sacco di cose (non da ultimo, un’ennesima campagna elettorale… sic) che mi distraggono dallo scrivere e leggere regolarmente sul blog.
          -in realtà, a mia parziale discolpa, devo dire di aver letto tutti o quasi i tuoi ultimi post, ma data la mia ignoranza cinematografica, mi sono astenuto dai commenti-
          Ma ritorno, tranquilla! Prometto che a brevissimo leggerò la tua recensione, con grande interesse come sempre!

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